alla serata di Piacenza con Simone Moro

di Maurizio Malchiodi



Mi sono accorto che guardavo lui.
Simone Moro.
Con quegli occhialini. Aria più da professorino che da alpinista estremo.
Gli audiovisivi si assomigliano un po’ tutti anche se questo era ben congegnato mostrando diverse situazioni, diverse scelte di vivere la montagna ad alti livelli.
Ma continuavo a guardarlo.
Attratto dal suo sguardo acuto e penetrante che lascia trasparire la capacità di quest’uomo di prendere decisioni fulminee che si possono rivelare determinanti per il buon esito delle sue spedizioni.
Mi piace la sua interpretazione a braccio. Anche se il grande Dario Fo dice che nello spettacolo non c’è “nessuna improvvisazione”.
In alcuni momenti mi ha ricordato Paolini in uno dei suoi monologhi.
Così invece di guardare le immagini mi facevo prendere dalle emozioni del racconto.
trenta passi, un riposo… trenta passi, un riposo”.
Solo quando la musica si affievoliva per lasciare spazio a suoni di altro genere il mio sguardo si volgeva allo schermo.
Ecco allora il rantolo affannoso degli alpinisti sulla cima dell’Everest.
haaaaaa… haaaaa… haaaaa
L’aria sembra mancare anche a me così che anche il mio respiro si fa più rapido.
Alla fine solite domande di rito.
Una su tutte mi ha fatto pensare.
Perché scali prevalentemente con alpinisti dell’est?
Perché hanno fame come lupi” la riposta di Simone.
Allora mi è venuto alla mente una frase che, durante le chiacchierate che ci si scambia negli avvicinamenti, Lucio dice spesso.
Hanno tolto la parola sacrificio dal vocabolario.
Sicuramente ormai nel mondo occidentale è sempre più raro trovare alpinisti che, come Simone, vogliano impegnarsi in imprese così difficili con una percentuale di riuscita significativamente bassa.
E anche fra molti di noi, comuni mortali, che ci cimentiamo sui 4000 casalinghi, ricorre non uno spirito di sana condivisione ma di superficiale amicizia legata col “fil di ferro” ( l’amico è tale in quanto serve alla cordata ) o di aspra competizione ( un ragazzo incontrato in parete mi diceva di alcuni climber? ai piedi della falesia sperare nel volo altrui per non sentirsi superato ).
Il mio amico Don Franco dice che scalare avvicina a Dio.
Forse anche per giustificare la sua grande passione per la montagna.
Ma a me piace pensare che effettivamente la voce di Dio che dice “ama il prossimo tuo come te stesso” in alta quota si senta più forte e chiara.
Quella stessa voce che Simone ha ascoltato per salvare il prossimo in difficoltà dal nome di Tom Moores e che gli altri alpinisti presenti quel giorno non hanno voluto sentire tappandosi le orecchie ripetendo ad alta voce “I lose the summit”.

Piacenza, 24 novembre 2007