a “Una Sud che non è una Sud” di Mauro Loss

 

di Gabriele Villa



Sarà fors'anche che l'ho conosciuto di persona, sarà che siamo andati assieme ad arrampicare e durante il viaggio che ci portava alla Rocca di San Leo abbiamo parlato a lungo, sarà che ci siamo accorti di avere esperienze, propensioni e sensibilità comuni, sarà che ci siamo trovati in sintonia su tante questioni attinenti la montagna ed il ruolo e i problemi degli istruttori e delle scuole del Cai, ma a me i racconti di Mauro Loss piacciono.

Mi piace la determinazione con cui si cimenta nell'arrampicata, sempre partendo da rapporti di cordata improntati all'amicizia e con attenzione ai legami familiari e alle dinamiche di relazione.

 

In questo "Una Sud che non è una Sud" coglie gli aspetti tecnico ambientali della scalata (con quel sole che pur arrampicando su di una parete Sud rimane un desiderio inappagato) e tratteggia con sensibilità e delicatezza la figura del giovane Nicola, a cui telefonano a casa dalla vetta per fargli sentire la campana in cima al Campanil Basso.

Mi piace ancora di più perchè si avverte che la passione sopravanza il burocratismo e il presenzialismo, tanto da indurlo a "marinare" l'inaugurazione del corso estivo di roccia di cui, fra l'altro, è direttore.

 

Avendo personalmente conosciuto chi invece, per amore di burocratismo e il piacere del potere legato al ruolo, ha sacrificato non solo la passione ma, a volte, anche il buon senso, non posso che apprezzarlo ancora di più e condividerne lo spirito.