a "Gnocc on the rock" di Gabriele Villa

 

di Cristina Zamboni

 

 

Avevo detto che se arrivavo su non lo facevo più.
Però avevo detto anche che, quasi quasi, se Gabriele aveva ancora la pazienza di portarmi, mi sarei lasciata tentare.
Così mi trovo, nel giro di due settimane, due volte su una placca a dire, mentre salgo, che, se riesco ad arrivar su, non lo faccio più...
Sto diventando poco credibile!

 

In una giornata grigia di nuvole ci dirigiamo verso le placche del Monte Baone, al Lago di Garda.
Nel viaggio, in autogrill, salutiamo degli amici di Gabri e di Intraigiarùn che vanno a caccia di zebre.
Oggi non cadrò, mica si può cadere dopo tanti “in bocca al lupo” dati col cuore alla novellina.
Probabilmente anche Gabriele, Rita e Alessandro andrebbero con piacere a zebre, ma, con me al seguito che abbasso il tiro, devono optare per qualcosa alla mia portata che non mi faccia fuggire a gambe levate nel giro d'un attimo.
Andiamo al settore “Attimo Fuggente”, nome luminoso in un giorno in cui il grigio della placca sembra quasi il proseguimento del grigio del cielo.
Seguo Alessandro che, anche oggi, è attento e premuroso verso di me nonostante la mia titubanza.
Saliamo cento metri di placca e, all'ultima sosta, un raggio di sole fende le nuvole che stagnano da giorni e riverbera sul lago in lontananza.
 


Due settimane dopo, “La prima lezione per i piedi” ai Lastoni di Dro, che per me sarà la via “Greemlins” ovvero “La roccia bagnata si trasforma” (per chi non è stato bambino negli anni '80, i Greemlins sono degli animaletti dolci e affettuosi che diventano dei feroci mostriciattoli se si bagnano...).
Fortunatamente dietro di me ci sono Rita e Giusy, se no, se non avevo nessuno a consigliarmi e a confortarmi, non avrei finito nemmeno il primo tiro.
Rita è stata davvero determinante, senza di lei Gabriele non riusciva mica a salvare capra e cavoli sacrificando un solo cordino al nostro sbaglio di via...


Una confessione: la mia voglia di continuare a salire nonostante il bagnato più che dal voler mettermi alla prova è uscita dalla mia poca simpatia per le corde doppie, se una volta su c'è il sentiero di discesa...
Nella mia testa, infatti, non ho ancora risolto il problema matematico della doppia, e non capisco come mai in palestra mi sembri un gioco facile poi “dal vero” mi fa venir i brividi lungo la schiena per il pensiero che si possa impigliare da qualche parte.
Far sicura a qualcuno mi dà sempre altrettanta pelle d'oca, anche se la devo fare a Gabriele.
Aveva un bel dire Rita “Devi lasciare che il lasco della corda tocchi per terra…”, con la placca così viscida m'è venuto diverse volte da tenere Gabriele “col guinzaglio corto”, soprattutto in quel lungo tratto senza chiodi, lungo un'eternità con la roccia sdrucciolevole come se qualcuno l'avesse cosparsa di sapone.
Santa Madonna Gabriele non cadere che lo strappo lo devo tenere io. Se cado io, tu lo tieni. Ma io?
Poi da sopra si tiene meglio perchè il peso tira giù dritto, da qui c'è un angolo fra me e il primo chiodo
”.
Adesso non saprei dire se l'angolo ci sia stato davvero o fosse solo nei miei pensieri.
L'avrei voluto chiedere a Gabriele una volta arrivata a braccia, sfinita, alla sosta, poi m'è passato di mente perchè m'è venuto da ridere quando l'ho visto più sfinito di me: purtroppo non sono un'acciughina!
Così l'ho aiutato a recuperare le ragazze: d'accordo che una volta su non l'avrei fatto più, ma, metti il caso che a primavera mi venga il tarlo di riprovare, mica posso permettermi di sfiancare il mio istruttore fantasma...