"La cordata pilota" di Gabriele Villa

di Monica Comani



In quel giorno di agosto dell’anno scorso in cui ha luogo “La cordata pilota”, c’ero anch'io, e non facendo l’arrampicata sono diventata spettatrice; era la prima volta che Roberto arrampicava con Gabriele e Rita, io li accompagnavo nei pressi della scalata. Dopo averli salutati e accesa la radio, li ho seguiti con lo sguardo, poi sgambettai un po’ tra i bei sentieri del Falzarego, ma la vista sulla parete di arrampicata era magnetica.
Il bello di quel posto è che puoi vedere abbastanza da vicino gli arrampicatori salire sulle varie vie, tra le quali l’Ardizzon, la via che stavano scalando, così trovai una comoda posizione e mi sedetti come se fossi al cinema.
Vedevo Gabriele, capo cordata, partire agile sulla via per poi fermarsi più in alto (avrei capito dopo che faceva una “sosta”), poi partiva Roberto e subito dietro Rita, sotto il mio sguardo vigile e leggermente apprensivo.
Mi sembravano dei piccoli ragni, “i miei piccoli ragnetti”, che salivano un muro liscio (o almeno io dal basso lo vedevo così, anche se in realtà non lo è).
Non sentivo il peso dell’attesa, anzi, ero curiosa di vedere dove passavano “...vanno a destra, no a sinistra...” e grazie al racconto di Gabriele, ho potuto rivivere anche i loro momenti, che allora non potevo certo vedere dal punto in cui ero appostata.
Notai che, sotto ai miei “tre ragnetti”, se ne aggiungevano altri due che piano piano (e faticosamente mi sembrava) si unirono a loro in una sosta. “Ma quanto sarà grande questa sosta, sono in cinque fermi”, pensai, poi capii che le prospettive cambiano quando sei in parete.
Ripresero la scalata e a me sembrava che i due nuovi compagni non volessero staccarsi da Rita, Roberto e Gabriele. Sono riuscita a seguirli per un po’ e poi sono come “entrati nella montagna”.
Sentii la radio gracchiare: “Siamo in cima, scendiamo in doppia”.
Bene. Chissà com'è scendere in corda doppia... - pensai, aggiungendo - Non so se le mie vertigini sarebbero d’accordo”.
Più tardi risentii Roberto che mi avvertiva che erano scesi e che fra poco sarebbero arrivati, infatti, li rividi poco dopo scendere insieme ai due nuovi compagni.
Arrivati giù, si fermarono tutti quanti e io non capii subito, ma guardando le facce dei cinque scalatori, percepii che si stavano dando indicazioni su come scambiarsi le foto di quelle ore attaccati in parete.
Da quella pausa capii come può unire un’esperienza simile, forse in modo più forte e coinvolgente rispetto all’andare per sentieri e questa cosa, allora come adesso, mi affascina molto.
Quando ho visto i miei “tre ragnetti” salire in quell'assolato giorno di agosto, c’era una punta di apprensione, ma anche una forte curiosità sul percorso di salita e discesa, sulle emozioni che si possono vivere in quegli istanti: emozioni e sensazioni che cerco di assorbire e, dopo averli ascoltati, sento di essere stata con loro anch’io.