a "Le onde del destino (Gork)" di Massimo Anile

di Gabriele Villa



Quando scrissi la breve presentazione di "Le onde del destino (Gork)" ne avevo già in mente un commento di cui quelle otto righe di redazionale erano una traccia più che evidente e abbastanza ben delineata.
Il racconto era l'ultimo rimasto di una cartella di tre che Massimo Anile mi aveva inviato circa tre anni fa, quello in cui "la montagna fa solo da sfondo alla storia", aveva scritto pensandolo forse poco adatto al nostro intraigiarùn.
La montagna fa da sfondo, è pur vero ma, a ben guardare, è quanto meno coprotagonista perchè solo l'ambiente montano poteva racchiudere in sé la tranquillità dei momenti iniziali della storia che induce e favorisce il rapporto colloquiale padre-figlio, fino ad arrivare allo scatenare esasperato e devastante degli elementi naturali ai quali essa stessa offre prima conforto e riparo e, poco dopo, l'occasione di poter morire nei gorghi di un torrente in piena.

Lo avevo letto e ne avevo avuto una forte emozione, mi era piaciuto perchè scritto molto bene, ma anche perchè in quel rapporto padre-figlio così conflittualmente affettuoso e fortemente introspettivo avevo trovato punti di contatto con la mia esperienza personale, pur rimanendo in qualche modo turbato dalla conclusione tragica della storia.
Inoltre, io che pur pescatore non sono mai stato ma conosco la pesca alla trota perchè l'ho imparata da Pietro (un vecchio amico e compagno di lavoro) accompagnandolo nei torrenti dell'Appennino e anche in quelli della Val Cordevole, ho ritrovato emozioni a mia volta provate, anche se solo per interposta persona, nella descrizione minuziosa e precisa della battuta di pesca.

Credo che la forza di questo racconto stia nella capacità di introspezione dell'autore, pur tuttavia senza voler dare l'idea di averne l'intenzione, ma lasciando che siano i protagonisti con il loro dialogo che abbraccia un'intera vita nell'arco temporale di una giornata a "seminare traccia" per consentire al lettore di trovare la via della comprensione.

Per quanto mi riguarda in un paio di passaggi ho trovato personali elementi di riflessione e cioè quando Angelo riflette:
"Erano proprio volati quegli anni: Dio sa quanta nostalgia provava per quei periodi di confusa pienezza.
E quanta rabbia per non averli saputi comprendere al momento, sfruttare fino in fondo, dedicando loro tutto il tempo necessario. Maledetti quei giorni sacrificati sull'altare degli impegni professionali, in omaggio alla dedizione ed al senso di responsabilità
."
Pensieri che abbracciano una vita solo dopo che questa è per la gran parte trascorsa, quando si comprende meglio, trascorso il periodo della "confusa pienezza", di quanto non si è saputo cogliere, o capire, o riuscire a dare ai figli.
Si chiamano "rimpianti", e possono essere non solo dovuti a "impegni professionali, in omaggio alla dedizione ed al senso di responsabilità", ma anche ad egoismi male governati, o lasciando le briglie sciolte ad una passione (come quella per l'alpinismo e l'arrampicata, ad esempio) che ci pare avere sottratto troppo tempo agli affetti famigliari.
Ovviamente ognuno dovrà fare i propri conti e cercare di trarre le conseguenti personali conclusioni.

Tra "le onde del destino" sembra che la giornata di pesca offra l'occasione, ad Angelo e al figlio Marco, di abbassare il loro personale ponte levatoio, c'è un momento in cui entrambi intuiscono qualcosa che potrebbe accadere:
"A furia di parlarsi a gesti, nel frastuono dei torrenti, s'erano dimenticati come si impostava un discorso. E dato che non era né di calcio, né di politica, né tantomeno di pesca che dovevano parlare, riusciva loro estremamente difficile mettersi in gioco apertamente, dirsi cosa uno si aspettasse dall'altro. Ciò che li accomunò, in quella curiosa circostanza, fu la sensazione di essere stati prossimi valicare una porta, un confine."
Già... forse era l'occasione per abbassare il "ponte levatoio", ma pure questa occasione sfuma miseramente:
"Padre e figlio che si guardano negli occhi senza sapersi confessare un sogno, una rabbia, un desiderio, che si lasciano sfuggire l'opportunità di allargare il loro rapporto, di dilatare i loro affetti, non sono forse pari ai giovani innamorati che non osano dichiararsi per timidezza, vergogna, paura d'essere respinti nel momento in cui manifestano la loro vulnerabile sincerità? Che costo hanno questi timori nel bilancio vita?
Quante occasioni fuggite, quanti rimpianti. E sempre quando ormai è troppo tardi per porvi rimedio...
".

Forse è proprio la consapevolezza di quel "oramai è troppo tardi" che pesa come un macigno sul cuore di Angelo e lo induce alle ultime riflessioni, proprio quando è lì aggrappato alla pianticella che potrebbe salvarlo.
Ma le sue sono le riflessioni di un uomo che si sente sconfitto, orgoglioso di ciò che ha fatto e saputo fare nella vita per la famiglia e per i figli, ma ugualmente sconfitto e rassegnato a porre fine a quello che sente come un pesante tormento, anche a costo dell'inevitabile morte.

In questo senso mi ha impressionato la frase conclusiva, una riga che suggella idealmente tutto il racconto:
"Così, allentando la presa, accarezzò per l'ultima volta la pianticella e scivolò in silenzio nei gorghi."
Il pensiero ultimo dell'autore ("Accarezzò per l'ultima volta la pianticella...) nel momento più tragico e drammatico della storia, va ad una ideale carezza alla pianticella sulla quale il protagonista, Angelo, sta allentando la presa.
Non un pensiero alla morte oramai inevitabile, bensì ad una carezza, un ultimo gesto d'affetto (vorrei dire disperato), forse proprio quello che non aveva saputo fare al figlio, su nella casupola, al riparo dal temporale, pur conscio che se ne erano creati tutti i presupposti perchè potesse essere un gesto naturale e spontaneo.
Una carezza che forse avrebbe potuto caricarsi di una forza dirompente tale da poter influire sui protagonisti, almeno così pare di intuire, fino al punto da avere la capacità di mutare l'epilogo tragico della storia.