a "Pau, Vol e Io" di Monica Comani

di Gabriele Villa


Quando il racconto arrivò in redazione lo lessi con particolare curiosità proprio per il fatto che conoscevo personalmente l’autrice e immaginavo, almeno per sommi capi, la possibile trama, avendo compiuto, assieme a lei e altri amici, varie escursioni in Appennino e anche in Dolomiti.
Mi aveva colpito l’originale semplicità del racconto "Pau, Vol e Io" e non faticavo a immaginare le dinamiche dello “strano terzetto”, supponendo che Pau stesse per “paura” e Vol stesse per “volere”, atteggiamenti che in Monica avevo visto prevalere l’uno sull’altro, a fasi alterne, in certi momenti di varie escursioni.
Successivamente, nell’antivigilia di un caldo ferragosto 2011, capitò di andare a compiere un’escursione, con possibilità di arrampicata, proprio al Rocchino di Cavrenno, sull’Appennino Bolognese nei pressi del Passo della Raticosa e subito il racconto mi tornò alla mente e potei visualizzare fisicamente il luogo nel quale era stato ambientato e nel quale si era svolta quella contrastata giornata tra Pau e Vol.
Ricordo che, una volta tornato a casa, rilessi il racconto e, devo confessare, mi piacque di più della prima lettura perché io stesso avevo potuto salire le rocce tanto temute da Pau e fortemente volute da Vol e quella “personalizzazione” che Monica aveva saputo fare delle sue paure e dei suoi volonterosi desideri la trovai proprio efficace.

Si dice che serve avere paura in arrampicata perché aiuta ad essere più prudenti e attenti, ma chi l’ha provata ha imparato che essa non è affatto proporzionale alle difficoltà che si affrontano.
La paura è “personale”, vive dentro di noi, dipende dalle nostre capacità fisiche e dalle nostre potenzialità psicologiche e può essere stata ingigantita da traumi e pericoli ai quali siamo scampati, magari fortunosamente.
Per me, almeno, è stato così e quando mi è capitato di raccontarne a qualche amico o anche ad allievi nei corsi nei quali insegnavo come istruttore di alpinismo, spesso questi stentavano a credere che, prima di iniziare ad arrampicare, avessi una paura del vuoto tale da impedirmi perfino di andare in seggiovia e funivia.
Per questo motivo ho sempre avuto grande attenzione e rispetto verso quegli allievi che, più di altri, ai corsi “lottavano” contro le proprie paure.
Mi era facile identificarmi in loro, capivo bene che cosa provavano, proprio perché pure io ero passato attraverso quelle lotte, a volte feroci, tra la passione per l’arrampicata e la paura del vuoto.
Per questo motivo credo che il racconto di Monica, nella sua candida e lineare semplicità che non nasconde le proprie paure ma le rende persona per meglio riuscire a comprenderne le dinamiche psicologiche e poterle contrastare e vincere, possa essere utile a chi sappia cogliere il significato di quella “lotta” nella quale Vol riesce alla fine a prevalere su Pau.
Ed è quel prevalere che conta e ha valore, non già il “livello tecnico” al quale la lotta si svolge.