a "Al galoppo in Lagorai!" di Francesco Pompoli

di Gabriele Villa


Condivido e sottoscrivo in pieno il commento di Mauro Mazzetti anzi, vorrei un po' ... ampliarlo.

"Franz, Franz... Non smetterai mai di stupirci." - scrive giustamente Mauro e a me viene un sorriso.
Francesco l'ho conosciuto al corso di alpinismo dell'anno 2000, io ne ero il direttore, lui l'allievo più in gamba.
Arrampicammo insieme dopo quel corso e lui era un secondo di cordata che imparava in fretta, tanto in fretta che dopo pochi mesi iniziava già a fare il capocordata e fu un crescendo impressionante.
Nel 2002 ha aperto due vie nuove con difficoltà fino al sesto grado e faceva vie del calibro della Lacedelli-Ghedina a Cima Scotoni, della Biasin al Sass Maor, della Cassin al Pizzo Badile.

Però non è dell'atleta che voglio commentare, ma dello scrittore di racconti e di cronache di avventura, siano traversate scialpinistiche, vie di arrampicata, scalate di cascate di ghiaccio, maratone e ultratrail.
"... il racconto è stringato e sintetico. Ma ci rende al meglio le emozioni e le sensazioni ..." - scrive ancora Mauro e credo che questa sia una delle doti di Francesco Pompoli che riesce, pur nella stringatezza e nell'essenzialità dei suoi scritti a trasmettere a pieno e a far condividere emozioni e sensazioni.
Credo che questa capacità sia dovuta al fatto che Franz prima ancora che con i muscoli, corra con il cuore, con una passione per la montagna che è luogo prediletto e fonte di stimolo per esprimere il suo agonismo.
 



Siccome non vorrei apparire quello che dispensa giudizi attraverso le sue elucubrazioni, né vorrei fare la parte del grillo parlante, riporto ciò che Franz mi ha scritto in risposta a tre domande che gli avevo inviato via mail la scorsa settimana proprio per approfondire queste mie sensazioni, alla vigilia della "grande prova" del Tor des Géants.   

Cosa spinge una persona come te a mettersi alla prova in competizioni così al limite fisico e psicologico?

Limite è una parola che ciascuno di noi ha creato per definire un’area oltre la quale non andare con le proprie esperienze perché le ritiene impossibili… la famosa scala chiusa di arrampicata che prevedeva al massimo il sesto grado seguiva questa idea, ma quanti ora sono in grado di salire pareti di livello superiore grazie all’allenamento e ai materiali moderni!
Pensa che anni fa mi trovai con Mauri, Elena, Chiara e Simone sul sentiero Roma durante il trofeo Kima, una gara di 48 chilometri che oggi potrei correre senza alcun problema e che anzi prima o poi proverò a correre; ebbene… quella volta pensai che erano marziani a fare in poche ore quello che noi percorrevamo in tre giorni, nemmeno sospettavo esistesse uno sport così ed ora ci sono inguaiato fino al collo!
Anche per me, che ora corro in montagna, questa gara sembra veramente oltre il mio limite, però sono convinto che scoprirò in me energie che non sospettavo e che già ho tirato fuori altre volte per superare distanze superiori a quelle consuete, come la gara di Auronzo di due anni fa (90 chilometri e 5300 metri D+) o quella di Cortina di quest’anno (120 chilometri e 6000 metri D+):
Ci sono addirittura diverse Università che studiano gli atleti del TDG per capire come possano resistere alla fatica ed alla mancanza di riposo, e da quel poco che ho letto hanno rilevato che il problema principale che sorge nell’organismo umano è legato al cervello ed alla mancanza di sonno, mentre sembra che dal punto di vista muscolare il nostro corpo possa reggere benissimo ed addirittura andare oltre nelle prestazioni.
Per non sproloquiare ulteriormente… credo che la curiosità di affrontare un’esperienza nuova abbia su di me un fascino particolare, per questo appena ho saputo della gara e sono stato in condizioni fisiche idonee mi sono iscritto senza tanto pensarci! E devo essere in buona compagnia, se i 550 pettorali disponibili sono stati bruciati ai primi di febbraio in 23 minuti !!!

Quanto conta la montagna come molla nel sopportare tanta fatica fisica e impegno?
Ricordo che mi hai già detto che conta tanto e che senza quella non faresti simili sforzi.
Confermi o prima o poi ti vedremo alla Marathon de Sable?

Io adoro correre su sentieri, nella natura, su creste affilate ma anche su sentieri affacciati sul mare.
Mi prende una sensazione di euforia ed il tempo mi vola, non sento la fatica e provo una sensazione di armonia con il mondo che non sento in una grande città, davanti ad un monumento, oppure su strada durante una maratona.
Ricordo ancora la sensazione provata ad aprile, in Toscana, durante una gara collinare nelle bellissime campagne del senese: partiti con un nero incombente, giunti su uno di quei crinali da cartolina, con strada sterrata, cipressi, casali e vigne è scoppiato il finimondo, prima con pioggia torrenziale e poi con grandine piuttosto grossa, tuoni e fulmini: la sensazione di essere completamente immersi negli elementi, l’energia del temporale trasmessa al proprio corpo, la corsa intensa (la gara era piuttosto corta) mentre il proprio corpo caldo si bagna senza nessuno fastidio, neanche per le scarpe immerse nel fango della creta senese bagnata; ricordo come fosse ora la felicità ed il benessere di essere lì, in quel momento, e poi la bellezza del sole uscito qualche minuto dopo ad illuminare di nuovo quei posti bellissimi!
Per tornare alla tua domanda, l’amore per la montagna è certamente fondamentale, ma lo allargherei più in generale all’amore per lo sforzo fisico immersi nella natura.
Della Marathon de Sable non conosco granché, penso che sia una grande avventura e che il deserto possa regalare esperienze indimenticabili come la montagna, però odio caldo e sabbia nelle scarpe quindi al momento… non è in programma!

Come vivono "in famiglia" questa tua passione (i tuoi genitori, Margherita, tua sorella che ho visto quest'estate correre anche lei sulle mura?)

Direi che “non vivono” l’esperienza con me o che la vivono in piccolissima parte.
Mi alleno da solo, quasi sempre, soprattutto in collina e montagna, ed anche alle gare solitamente vado da solo a meno che non riesca ad organizzare un weekend con Margherita che allora mi accompagna, a volte correndo la gara non competitiva più corta spesso organizzata per gli accompagnatori.
Questo significa affrontare viaggi molto presto, l’attesa della gara ed il dopo gara da solo, spesso il rientro è duro perché sei cotto ma devi guidare…
Questa solitudine non mi pesa ma ne farei volentieri a meno, mi piacerebbe condividere maggiormente tutte queste esperienze con compagni di allenamento e gara, come ad esempio sono riuscito a fare l’anno corso con Chicco (Michele Scuccimarra NdR) con la bici da corsa o in passato quando si andava ad arrampicare e almeno in due occorreva essere!
Mia sorella, e soprattutto i miei genitori, non hanno la minima idea di cosa queste gare comportino e non sono mai andati oltre le poche domande su com’è andata la corsa. Ma in fondo va bene anche così, alla fine per affrontare gare così lunghe occorre essere abituati a stare soli con se stessi, non contare su nessuno e cercare dentro di sé la forza per superare la stanchezza, i dolori, i momenti di crisi.
 


Risposte che non solo mi hanno confermato nelle mie convinzioni, ma hanno aggiunto elementi di riflessione, grazie alla sincerità di Francesco che non esita a raccontare anche i lati "difficili" della sua preparazione/allenamento.
E' anche per continuare a ricercare e condividere queste sue emozioni che intraigiarùn seguirà Franz nella sua gara in Valle d'Aosta, sperando di riuscire ad attivare contatti quotidiani, come sembra possibile di poter fare.