a  "Adieu Patrick Edlinger"

di Eugenio Cipriani


Se n’è andato per un banale incidente domestico: una scivolata dalle scale.
Per rispetto dell’uomo, prima che dell’atleta, preferiamo sorvolare sulle cause di questa caduta.
L’unica cosa che conta è che, con la morte di Patrick Edlinger, un pezzo della storia dell’arrampicata mondiale se n’è andato. Per sempre.
Edlinger era nato ai piedi dei Pirenei nel 1959 ed aveva iniziato a scalare giovanissimo.
Ma la svolta, per lui, avvenne negli anni Settanta grazie a due incontri: quello col calcare della Provenza e quello con il quasi coetaneo Patrick Berhault, altro grande scalatore francese, scomparso nel 2004.
I due Patrick nel giro di pochi anni elevarono al rango di gesto artistico i movimenti della scalata estrema su roccia. Con loro l’arrampicata si trasformò da sforzo e fatica ad espressione di eleganza e gioia di vivere.
In altre parole: danza.
Una danza sopra un impossibile palcoscenico verticale.
Al di là dei risultati tecnici raggiunti dai due Patrick, ed in particolar modo da Edlinger che fu pure campione del mondo di arrampicata, quel che ci preme sottolineare è soprattutto l’impatto massmediatico di questo personaggio e delle sue vertiginose coreografie.
Un impatto che ha segnato un punto di non ritorno nella fotografia e nella cinematografia di montagna e di arrampicata.
All’inizio degli anni ‘80 la fama di Edlinger varcò improvvisamente i confini del ristretto mondo degli scalatori grazie a due documentari realizzati da Jean-Paul Janssen, che lo trasformarono in una star internazionale, conosciuta persino da chi non aveva mai afferrato un appiglio o da chi soffriva di vertigini solo a sentir parlare di pareti rocciose. Ma cosa avevano di così particolare questi due documentari e, in parallelo, i libri fotografici realizzati a corollario degli stessi? In cosa si diversificavano rispetto a quelli realizzati in precedenza?
Sul piano tecnico la novità consisteva soprattutto nel differente angolo di ripresa.
Quindi non più vedute dal basso o da lontano dello scalatore, ma di fianco o a “volo d’uccello”.
E questo grazie all’impiego di particolari trespoli agganciati alla roccia e sospesi sul vuoto su cui il cameraman si posizionava per filmare Edlinger lungo un’intera lunghezza di corda.
Ma la grande differenza era sul piano narrativo.
Lo scopo non era più raccontare il raggiungimento di una cima con ogni mezzo e fra mille pericoli.
Anche perché la cima non c’era più, sostituita dall’orlo di un altopiano, quello inciso dalle gole del Verdon.
I documentari di Jean-Paul Janssen descrivevano semplicemente la sequenza fluente dei gesti, il contatto quasi carnale fra lo scalatore e la roccia.
Sotto un certo aspetto, come venne a suo tempo sottolineato sulla rivista francese “Passage, Cahiers de l’alpinisme” diretta da Bernard Amy, si era di fronte ad una sorta di “pornografia” alpinistica dove lo spettatore era abilmente indotto ad un “voyeurismo sportivo” il cui oggetto era l’armonioso congiungimento – sottolineato per giunta dalla nudità quasi totale del protagonista – fra il biondo atleta francese e la liscia parete calcarea.
Quest’ultima non meno nuda dello scalatore, per via della pressoché totale mancanza di rughe, appigli, asperità. In altre parole fu un ribaltamento totale delle prospettive tradizionali.
Al posto dello sforzo, l’armonia del gesto e al posto dell’eroismo, il piacere. Che era piacere fisico, per lo scalatore, ed estetico, per lo spettatore.
Una rivoluzione copernicana, che ha poi generato nel settore un manierismo perdurante tuttora ed i cui esiti risultano ormai in molti casi stucchevoli e scontati sia a livello di pellicole che di libri fotografici.
Ma Patrick Edlinger, ed in misura minore anche Berhault, hanno avuto pure un altro merito: l’aver traghettato l’arrampicata moderna da sport di nicchia a fenomeno di massa più di quanto abbiano fatto sia prima che dopo di loro altri e non meno quotati scalatori con i loro cineasti e fotografi.
Pensate: “Opéra Vertical” e “La Vie au bout des doigts”, così si chiamano i documentari di Janssen, vennero proiettati persino nelle scuole. Anche in quelle italiane, dove, al di la del socialmente impegnato “Il giorno della Civetta” o di tanto stucchevoli quanto edificanti documentari storici non si era mai andati.
Altra rivoluzione copernicana, quindi. Con un risvolto negativo, però.
Certamente non voluto né da Patrick Edlinger, né dal suo regista, ma destinato a creare negli anni una confusione soprattutto a livello massmediatico fra alpinismo, arrampicata sportiva, free-climbing e free-solo. Tutte cose, sia chiaro, connesse fra loro ma molto diverse per tecniche, materiali, regole e, soprattutto, approccio mentale.
A partire dalla prima metà degli anni Ottanta quando qualcuno, interpellato su quale fosse il suo sport preferito, rispondeva “l’arrampicata” (senza specificare se in montagna, magari sulle Dolomiti, o nelle palestre di fondovalle), quasi sempre si sentiva apostrofare “ma allora fai anche tu free climbing come quel francese che scala tutto solo e a mani nude?" Chi aveva un minimo di coscienza e conoscenza storica dell’arrampicata a tale domanda sentiva la pelle accapponarsi. Ma come ci si può aggrappare ad appigli, specie se minuscoli, se non a mani nude?
Mummery, Winkler, Comici, Gervasutti, Cassin, Soldà, hanno realizzato forse i loro capolavori usando i guanti?
No di certo.
Quanto al free climbing, poi, l’equivoco era, ed è ancora, più radicale.
A risolverlo non sono bastati i tentativi giornalistici di tanti, primo fra tutti il vicentino Franco Perlotto, l’ultimo dei quali risalente a pochi mesi fa sulla Rivista nazionale del CAI.
Come far capire alla gente che l’arrampicata praticata nelle palestre di roccia, sia su vie di un tiro che di più tiri ma ampiamente assicurate da protezioni fisse, non è vero free climbing?
Che quel movimento di rottura con la tradizione sviluppatosi negli anni Sessanta-Settanta nei paesi di lingua inglese comprendeva anche il clean climbing, cioè l’arrampicata “pulita”, ovvero l’uso di protezioni rimovibili, vale a dire l’esatto contrario dei “bolts” o spit-fix impiegati invece nell’arrampicata sportiva.
Quanto al “free solo”, cioè la solitaria assoluta senza corda è cosa vecchia di secoli.
Pensiamo a Preuss, ad esempio.
Ma resta un modo di interpretare la scalata per pochi.
E, data la sua pericolosità, c’è da sperare che resti tale.
L’arrampicata sportiva è, fra tutte le discipline, quella che ha maggiormente preso piede, anche grazie al proliferare delle strutture al coperto, oltre che delle palestre naturali.
A dare impulso a questa disciplina contribuirono senza dubbio i filmati di Edlinger unitamente alla nascita, sempre nei primi anni Ottanta, delle Gare di Arrampicata, Rock Master di Arco in testa.
Con le gare nacquero i campioni, primo fra tutti Edlinger, all’inizio senza rivali ma surclassato anni dopo da Glowacz, Légrand ed altri ancora.
La fama di Edlinger iniziò a calare quando nelle gare l’appiglio sintetico prese (giustamente) il posto di quello naturale. Ma in Francia Patrick fino a quel maledetto 19 novembre 2012 era ancora il ‘biondo’, per gli amici, e “le dieu” per tutti quegli scalatori che, almeno una volta, avevano provato a ripetere i suoi gesti armoniosi sui lisci specchi calcarei del Verdon.
Ovunque l’emulazione di “quel francese che arrampicava scalzo ed a mani nude” ha contribuito ad innalzare il livello medio delle difficoltà. Ha fatto capire che sulle placche si poteva osare di più, ha insegnato che un sistema scientifico di allenamento era fondamentale per progredire, ha permesso di intuire e poi realizzare percorsi impensabili prima di lui. Probabilmente non è vero, ma è bello pensare che, senza Edlinger, tante vie estreme di oggi sia in montagna che in palestra forse non esisterebbero.

[Articolo pubblicato su "Il Giornale di Vicenza"]



Alpinismo

Col termine alpinismo si intende genericamente la pratica (per taluni solo sportiva per altri implicante motivazioni filosofiche, etiche, psicologiche, mistiche e chi più ne ha più ne metta) consistente lo scalare una montagna allo scopo di raggiungerne la vetta superando difficoltà codificate a livello internazionale.
Va da sé che, per la varietà di montagne e/o pareti rocciose esistenti al mondo diverso può essere il terreno di scalata, che va dalla roccia pura al misto (neve-roccia), al ghiaccio ed al misto ghiaccio-roccia.

Free Climbing
Evoluzione dell’alpinismo su roccia tradizionale che risale alla seconda metà del secolo scorso (anni Sessanta e Settanta). Consiste nel tentare di superare pareti di roccia sempre più difficili, non importa a quale quota ma prevalentemente su strutture di fondovalle o grandi pareti tipo Yosemite Valley, gole del Verdon, Dolomiti, Elbsandsteingebirge, Alpi Calcaree del nord, ecc. Regola base del free-climbing (o arrampicata libera che dir si voglia) è il non utilizzo dei chiodi o di qualsiasi altro mezzo di protezione per progredire.
Un salita “in libera” vuol dire effettuata utilizzando solo appigli ed appoggi per arrivare da un punto di sosta all’altro.

Clean climbing
E’ il modo più rigoroso di praticare il free-climbing e consiste nel salire assicurandosi solo con le cosiddette “protezioni veloci” (nuts e friends) e quindi rimovibili dal secondo di cordata. Lo scopo è quello di lasciare la parete “pulita” dopo ogni passaggio. E’ un sistema praticabile su rocce geologicamente adatte come graniti, porfidi e simili. Su dolomia o calcare il “clean climbing” rischia di trasformarsi in un accademismo molto pericoloso.
E’ praticato specialmente in Inghilterra, nei paesi del Commonwealth, in nord-America e Norvegia.

Arrampicata sportiva
Al momento è forse il tipo di scalata su roccia più praticato al mondo. Consiste nel superare in arrampicata libera (cioè utilizzando solo gli appigli e gli appoggi) una parete dove sono presenti protezioni fisse (solitamente spit-fix o anelli resinati). La lunghezza dei percorsi può variare da una lunghezza di corda (monotiro) a vie di più tiri (oggi dette multi-pitch). Inoltre si distingue fra arrampicata sportiva outdoor (cioè all’aperto) o indoor (cioè al chiuso su strutture artificiali. Le gare di arrampicata, compreso il campionato del Mondo, si svolgono su strutture artificiali (sia all’aperto che al coperto).

Bouldering (o sassismo)
Consiste nello scalare senza corda ed in arrampicata libera sassi o blocchi di roccia di modesta altezza superando difficoltà molto elevate. Alla base viene posizionato un apposito tappeto per attutire le cadute.

Free solo
E’ l’espressione più affascinante ma anche più estrema e radicale dell’arrampicata libera e, se praticato in montagna, dell’alpinismo su roccia. Consiste nel salire una parete in arrampicata libera senza alcuna forma di assicurazione. Si scala quindi senza imbracatura e senza corda. In pratica non vi è possibilità di scampo in caso di difficoltà. Vale solo la ferrea regola di Paul Preuss, tanto cara agli integralisti dell’Alpe: “per dove si sale bisogna anche saper scendere”. Naturalmente usando solo gli appigli e gli appoggi e disdegnando ogni tipo di ferraglia.
Per la cronaca: Preuss è morto in ossequio a questa regola. E con lui molti altri. Ma il fascino perverso del Free-solo è ben lungi dal tramontare.