a "La chiusura di un cerchio" e "Su e giù per l'incredibile regno di Fanes"

di Luigi Negri


Avrei voluto scrivere qualche riga per commentare il bel racconto "La chiusura di un cerchio" ma, dopo aver letto l'ultimo "Su e giù per l'incredibile regno di Fanes", ho pensato di accomunare i due racconti in queste poche considerazioni che mi sono permesso di inviare.

Per noi che la amiamo, la montagna impasta le nostre esistenze, generando composizioni di sentimenti e storie che, nel tempo, danno magicamente forma alla nostra vita.
Le crode, le guglie, le cime, sono il nostro cielo.
Però, se quell'essere più di quanto sembrano viene portato di forza in scena e lustrato e spiegato e reso esplicito, qualcosa si rompe in quella magia. E diventa rito, celebrazione, liturgia.

Quello che mi piace, è quando qualcuno riesce a farci dimenticare per un momento la grandezza e la sacralità di quei luoghi, così da riprovare il piacere di riscoprirlo, all'improvviso, come un miracolo.
Per questo penso che il modo migliore di raccontare la montagna sia quello di "La chiusura di un cerchio".

Quando tutto è rito (la levataccia, le difficoltà, i supporti tecnologici, la gioia della vetta, la bellezza dei panorami, il rientro, il meritato riposo, ecc... ecc...), il miracolo è ovvio, è normale.
Quando tutto questo scorre in disparte, defilato, pudicamente seminascosto, la magia della montagna ti coglie di sorpresa, ti colpisce alle spalle e lascia il segno.

La bellezza è portare il cielo in terra. Portare la terra in cielo è solo liturgia. Senza incanto.