a "Ghiaccio"

Riflessioni a margine del 14° corso di ghiaccio della Scuola di alpinismo "Bruno Dodi" di Piacenza

di Mara Pedrazzini


Ricordi dalla Valmalenco, da quella ormai lontana settimana di inizio luglio, trascorsa ai piedi del ghiacciaio del Ventina, per partecipare al 14° Corso Ghiaccio della scuola di Alpinismo Bruno Dodi di Piacenza, in compagnia di un agguerrito gruppetto di allievi piacentini e ferraresi e sotto la sapiente guida di Lucio e Gabriele, istruttori e mentori dei novelli ghiacciatori.

Ghiaccio … il nostro primo incontro è stato soprattutto sensoriale.
Con la neve, in svariate sue consistenze, avevamo già fatto le presentazioni parecchi anni fa.
Il ghiaccio l’avevo guardato da lontano e sfiorato da vicino, con ramponi ancora giovani e intimoriti, ma, alla fine, non c’era mai stata l’occasione di un vero primo appuntamento.
Poi gli sono piombata addosso, con tutta la mia curiosità e il mio entusiasmo un po’ infantili.
Lui non si è certo intimorito e si è lasciato studiare, sicuro dei suoi mezzi.

Non è mai candido, può essere azzurro, biancastro, vitreo e persino nero, sporcato dal suo inesorabile e continuo aggrovigliarsi con la terra e le rocce.
Scricchiola quando lo aggredisco con la punta dei ramponi, protesta sommessamente con tutti quei rumorini da granita … Al tatto risulta feroce. Facile dire: 'è freddo!'.
Il ghiaccio morde, graffia, è ruvido ed è tremendamente duro.
Si rifiuta di farsi infilzare dalla becca della piccozza e, infatti, me l’ha fatta rimbalzare più e più volte, giusto per farmi percepire tutta l’inconsistenza dei miei bicipiti.
L’ho persino assaggiato, perché a furia di martoriarlo e riuscendo finalmente a scalfirlo, lui si è vendicato frantumandosi in tante piccole meteore, che si sono andate a schiantare sulla mia faccia, ma soprattutto nella mia bocca.

Il ghiaccio è capace di trasformare anche la più composta delle figure umane in un ballerino ubriaco che prova le sue evoluzioni su un palco lucidato da poco.
Basta una piccola distrazione e le caviglie si piegano quasi fossero di gomma.
Ogni tanto, mentre camminavo godendomi la sinfonia di scricchiolii, il mio baricentro ha dovuto difendersi da imprevedibili imboscate … L’equilibrio non è acqua!

Il ghiaccio è antico ed è vivo.
Non si può dire che sia accogliente, è piuttosto un oste che ti fa accomodare con la dovuta cortesia, ti elenca cosa c’è per cena e ti fa capire che non sono previste variazioni del menù.
I suoi crepacci sono sorrisi beffardi, ferite profonde o rughe scavate nel corso dei millenni?
E perché non delle sculture, immensi portali che si aprono su città sotterranee?
I crepacci intimoriscono ma allo stesso tempo attraggono, come le vette, come i baratri, come ogni cosa che ti toglie il fiato e allo stesso tempo ti fa ribollire il sangue.

Il ghiaccio detta le regole, stabilisce precise ritualità, prima tra tutte quella della vestizione.
Imbrago, ramponi, casco, piccozza, corda … non ci sono buttafuori che controllano la tua mise all’ingresso, ma dovrebbe bastare un breve consulto con la propria ragionevolezza!
Finalmente ti ritrovi lì, in piedi, pronto a varcare la soglia, un po’ palombaro che sta per immergersi nella profondità delle acque, un po’ astronauta che sta per abbandonarsi all’immensità dello spazio.
Stessa pesantezza d’armatura, stessa leggerezza di spirito.
Sì, la sensazione è quella di entrare in un mondo a parte, da affrontare con cautela dopo aver letto attentamente le istruzioni e attenendosi alle prescrizioni!
Io e il ghiaccio forse non siamo ancora diventati grandi amici, ma abbiamo cominciato a prendere le misure, ci siamo raccontati parte delle nostre storie … certo, non ci capiamo ancora alla perfezione, ma ci stiamo lavorando, non abbiamo fretta!