Non ci sono più gli inverni di una volta?

 

testo di Gabriele Villa

fotografie di Marisa Tibola

 

 

Ai lettori più attenti del nostro sito il nome dell'autrice delle fotografie non risulterà di certo nuovo.

Alcune sue fotografie sono già apparse sul sito in "Spettacoli naturali: il mare di nuvole".

Così la presentavo allora (era il giugno del 2007).

 

Le immagini sono scattate da Marisa Tibola che, per chi non lo sapesse, è mia cugina.

Marisa è un'agordina di Canale d'Agordo che ha sposato mio cugino Giulio che, per chi non lo sapesse, è stato quello che per primo ha avuto il "coraggio" di legarsi a me quando ho salito la mia prima via da capocordata in montagna:

era lo spigolo Colbertaldo del Sass de Stria, il 1 novembre di un lontanissimo 1975.

Lei è, come mio cugino, una vera appassionata di montagna ed è una lettrice "della prima ora" del nostro sito. 

 

Pochi giorni fa Marisa mi ha fatto il regalo di alcune fotografie dell'inverno appena trascorso, pare solamente qui da noi, perchè in montagna l'inverno c'è ancora, eccome.

 

Così scrive Marisa nella mail (del 30 aprile 2009) che accompagna le fotografie:

 

"Caro Gabri, questa volta ti invio alcune foto che testimoniano un inverno eccezionale.
Se tu vedessi le nostre montagne in questi giorni crederesti di essere tornato a gennaio.
Al Valles, un metro di neve fresca.
"

 

Beh, questa volta le immagini potranno più delle parole.

Queste che seguono vengono da Gares

 


 


 

Ma ce ne sono altre, scattate sulle pendici del Sasso Bianco, (ben conosciuto anche da parecchi escursionisti ferraresi) in un luogo che i locali chiamano Ciàmp o anche Mont de sòra.

Siccome sono i luoghi della mia adolescenza li conosco bene anch'io ed, infatti, ne ho scritto in un racconto di qualche anno fa, "La via degli antichi pascoli".

Eccone un ampio stralcio ad accompagnare le stupende immagini "invernali" di Marisa.

 

Sopra ai Rùi il sentiero compiva un giro largo per evitare una fascia di rocce nere e friabili e finiva con lo sbucare in una conca prativa situata al di sopra del limite del bosco. In quel luogo da tutti chiamato indifferentemente Mont de sòra o Ciàmp era stata costruita una serie di fienili con tronchi d’albero, i tabià appunto, al fianco di ognuno dei quali stava una costruzione più piccola, la casèra, nella quale venivano riposti i cibi e dentro cui si poteva accendere il fuoco. Le donne preparavano nei ciaudrìn, le pentole sospese sulle fiamme, il mangiare costituito in prevalenza da polenta e minestre a base di latte, patate e riso. Era, in pratica, un paese “fotocopia” abbandonato per lunghi mesi all’anno che ritornava ad animarsi e a vivere nel tempo della fienagione, perché ogni famiglia, o gruppo di famiglie apparentate, aveva la sua casèra ed il relativo tabià.

 


Quando veniva il tempo del taglio dell’erba dal paese partivano i primi per andare a fare la “base”, cioè quel metro di fieno indispensabile per ricavare le cùze, i posti letto che altro non erano se non dei giacigli formati da “un’impronta” ricavata nel fieno entro la quale si posava la coperta per stendervisi sopra e avvolgersi, coprendosi con il fieno rimosso in precedenza. Solo dopo saliva dal paese quasi tutta la “forza lavoro” e giù al paese rimanevano solo i più anziani e le poche presenze indispensabili a garantire la cura delle mucche nelle stalle e la consegna regolare del latte munto. Ogni mattina Mont de sòra si animava prestissimo poi, terminata la frugale colazione, ognuno partiva per raggiungere il suo prato da falciare ed ogni giorno il rito si ripeteva per arrivare a tagliare l’erba fin sulle pendici del Sasso Bianco, ben oltre i duemila metri di quota.
Era un lavoro capillare e meticoloso che non risparmiava nemmeno i pendii più ripidi e le gole erbose più nascoste e disagevoli: ogni filo d’erba che cresceva sulla montagna era tagliato, essiccato al sole e riposto nei tabià fino a che questi non fossero riempiti completamente. Per gli adulti erano settimane di lavoro intenso, dall’alba fin quasi al tramonto, che soltanto un improvviso temporale estivo avrebbe potuto momentaneamente interrompere.

 



Così, fino a che l’ultimo filo d’erba non fosse stato tagliato, essiccato e riposto, Mont de sòra viveva la sua stagione operosa poi, lanciati a valle gli ultimi fasci di fieno e svuotati i tabià, tutti facevano ritorno alle case di Pecol e Piaia.
Sarebbero tornati l’estate successiva. Ma tutto questo non poteva durare a lungo; la società industrializzata sarebbe arrivata anche qui a cambiare la vita e le abitudini delle persone, lentamente, senza quasi che se ne accorgessero, ma in modo inarrestabile e irreversibile.
La strada che portava al paese finì con l’essere allargata anche sacrificando il caratteristico ponticello di legno con il tetto di copertura che impediva l’accesso ai camioncini e allo spartineve. Arrivarono le prime auto e qualcuno degli abitanti cominciò ad uscire dal paese per andare a trovare lavoro nelle fabbriche e nelle attività turistico alberghiere insediate nel fondo valle. Così quando, qualche anno dopo, un fulmine si scaricò sul cavo della teleferica tranciandolo, pochissimi sentirono la necessità di ripristinarlo. Chi aveva ancora mucche nella stalla si accontentò di falciare l’erba nei prati più in basso ed iniziò l’abbandono di Mont de sora. Per lunghi anni i tabià furono lasciati al loro destino. Qualcuno, in non buone condizioni, finì con il crollare, qualche altro fu danneggiato dalle intemperie e dagli agenti atmosferici, la maggior parte poté conservarsi.
Per fortuna, nonostante l’abbandono, un sottile filo rimase a legare quel gruppetto di fienili con le genti dei paesi di Pecol e Piaia, cosicché ogni tanto qualcuno si ricordava di andare lassù, magari con la scusa di “dare un’occhiata” o di fare un giro. Finché i figli di quelli che avevano speso dure fatiche in tante estati di lavoro tornarono a riattare quei tabià che erano rimasti in piedi. Decisero di tornare, a distanza di anni, quando si accorsero che la società industrializzata e la vita moderna, quella del lavoro in fabbrica e delle automobili, della televisione e delle discoteche, aveva cominciato a stressarli.
Così ripercorsero la via degli antichi pascoli, non più a piedi come i loro padri ed i loro nonni, ma con i trattorini a trazione integrale, trasportando il legname, gli attrezzi e quant’altro dovesse servire per la manutenzione dei tabià.
Ne sistemarono o ne rifecero i tetti, ne aggiustarono le porte, qualcuno lo adattarono a baita e ricominciarono a frequentare Mont de sòra, non più per necessità ma per svago, al fine di trascorrervi dei periodi di vacanza rigeneratrice. Cosicché oggi Mont de sòra esiste ancora, muto testimone di un tempo e di un mondo passati, vivi soltanto nella mente di chi li ha visti e vissuti.

 


 


Non ci sono più gli inverni di una volta?

Immagini da Gares (Canale d'Agordo) e Ciàmp (Sasso Bianco)

Aprile 2009