Trekking del Gran Sasso

Gita intersezionale di CAI Ferrara e CAI Antrodoco

di Fabrizio Ardizzoni

Pur essendo il “tetto” della catena Appenninica, il Gran Sasso sembra voler snobbare, dall’alto dei suoi 2912 metri, questo primato per tre ragioni: la mole, la costituzione geologica e l’anomala presenza di un piccolo ghiacciaio residuale.
La prima, perché in effetti si tratta di un vero e proprio massiccio di elevazione inusuale per la sua collocazione; la seconda, perché le rocce che lo compongono sono prevalentemente calcari e dolomie molto simili a quelle delle Alpi Orientali sebbene di epoca più recente; la terza è data dalla presenza dell’unico ghiacciaio appenninico.
Pur tuttavia pare se ne sia fatta una ragione poiché, nelle giornate di sole sembra non disdegnare i refoli di aria calda e umida provenienti dal mare Adriatico (praticamente ai suoi piedi) che si trasformano in nuvole cumuliformi, spesso ristagnanti in estate sul Corno Grande e Corno Piccolo.

Ma veniamo al nostro giro, condotto sul campo dai Direttori di gita, Valeria e Luciano, in collaborazione con alcuni amici della Sezione CAI di Antrodoco.
La “truppa” è piuttosto “età-rogenea”; si va dagli esuberanti giovani degli ultimi corsi di escursionismo, a chi ha fatto il corso di roccia con il mitico Gino Soldà negli anni ’70.
Come pianificato, dopo il rendez-vous con gli amici di Antrodoco a Fonte Cerreto, si arriva puntualmente a Campo Imperatore, definito anche il “piccolo Tibet”, dove lasciamo il pullman per iniziare la salita alla sella di Vado di Corno per comoda carrareccia sterrata.
Sull’ampia forcella di origine tettonica (qui passa chiaramente una faglia, testimoniata dalla presenza di milonite, ovvero roccia molto sminuzzata e friabile), che separa il versante meridionale aquilano, da quello settentrionale teramano, si prosegue a sinistra per cresta in direzione ovest arrivando alla cima di giornata, ovvero il Monte Aquila.
Foto di gruppo con il logo di “3000 e dintorni” e subito scatta la contestazione: “Ma come, non arriva neppure a 2500 metri!”.
Vabbè. - replico - Sul masso c’è scritto 2498 poi ci aggiungiamo i 2,5 metri della croce e tutto rientra nei limiti del regolamento”.
Purtroppo le nuvole stagnanti avvolgono il Corno Grande alle nostre spalle, mentre verso SE il piccolo Tibet si manifesta in tutto il suo splendore color verde pascolo. Seguendo sempre la linea di cresta si scende alla sella di Monte Aquila ed in breve all’albergo di Campo Imperatore (quello reso famoso dalla finta prigionia di Mussolini dopo l’otto settembre 1943), dove ad attenderci c’è il pullman con i nostri bagagli.
Nel frattempo il Corno Grande si è scrollato di dosso la invadente nuvolaglia che lo ha occultato per quasi tutta la giornata. E’ di buon auspicio per la impegnativa giornata che ci attende.
Infatti, alle otto del giorno successivo, sotto un cielo vivido di azzurro, si parte zaino in spalla per quella che sarà la principale meta di tutto il trekking, ovvero sua maestà il Corno Grande.
La comitiva A condotta da Luciano, Eugenio, Lorenzo e Tonino, per la direttissima.
La B, con a capo Valeria, Eligio e Paolo per la via delle creste.
Alla sella di monte Aquila, sotto il rifugio Duca degli Abruzzi, avviene la separazione dei due gruppi che poi si ricongiungeranno solo al termine della escursione a Prati di Tivo, all’ultimo giorno.
Ovviamente per entrambe le comitive foto in cima al Corno Grande (quota 2912) all’insegna di “3000 e dintorni”, e questa volta senza alcuna riserva.
Da sottolineare la ressa di gente sull’angusta vetta, con turni di attesa per foto e firma sul libro.
Breve sosta e subito via per la discesa, anche perché l’ammassamento va assumendo proporzioni bibliche.
La A per la via normale (pro-parte), passo del Cannone, sella dei due Corni e destinazione finale il rifugio Franchetti ai piedi del Corno Piccolo. La B per la via normale, sella del Brecciaio, rifugio Duca degli Abruzzi.
Sotto il profilo tecnico le vie di salita non sono difficili, senza meno per escursionisti esperti, ma insidiose per la quasi costante presenza di infido brecciolino. La direttissima inoltre, vista la notevole frequentazione, ed essendo più verticale (passaggi di 2°), aggiunge anche il pericolo di caduta sassi da parte di chi precede.

Il rifugio Franchetti è una piccola ed armoniosa costruzione in muratura del Cai di Roma; dotato di soli ventitre posti letto suddivisi in due camerate (una delle quali a noi riservata da tempo).
Ovviamente, dato il periodo, tutto esaurito, tant’è che fuori prima del tramonto spuntano come funghi tende da bivacco di ogni tipo e colore.
Anche la seconda proficua giornata sta volgendo al termine e all’imbrunire, quando gli ultimi raggi di sole passano le consegne a quelli ben più fiochi di una invisibile luna nascosta dal Corno Piccolo, un freddo vento da est risale la valle delle Cornacchie (sic!), foriero di un cattivo presagio meteorologico per l’indomani.
Dopo aver trascorso la nottata in una segheria a ciclo continuo, anziché in un rifugio montano, ci svegliamo (scusate l’eufemismo!) alle prime luci dell’alba dell’ultimo giorno del nostro viaggio, domenica 3 agosto.
Fuori è un continuo via vai di nuvole stratificate, medio-alte, trasportate velocemente da un vento incessante e fastidioso, per non dire gelido.
Sull’uscio del rifugio c’è gente imbacuccata ed impomatata, in perfetto stile himalayano.
Nel frattempo Eugenio, arrivato in auto da Antrodoco a Prati di Tivo e da qui salito a piedi al rifugio, si unisce al gruppo per farci da guida come il giorno precedente.
Da subito si percepisce l’atmosfera non rilassata dei Capi gita sulle decisioni da prendere.
Portare tredici persone in cima al Corno Piccolo, con due ferrate, una in salita (Danesi) e una in discesa (Ventricini), stante le condizioni meteo in atto e con evoluzione al peggioramento (temporali previsti da tutti i bollettini meteo), oppure rinunciare e scendere subito a valle?
Sentiti anche i gestori del rifugio, si decide quanto meno di risalire alla sella dei due Corni e lì giunti prendere la decisione definitiva che, a norma di regolamento, spetta insindacabilmente a Luciano.
Dopo aver fatto colazione ad un orario insolito (7,30) per un rifugio di alta montagna, verso le 8,30 si riprende il cammino sul ripido sentiero per sella dei due Corni a quota 2547.
Nel frattempo il vento si è fatto ancora più insistente, tanto da rendere precario l’equilibrio senza l’uso dei bastoncini. Dall’altra parte della sella (raggiungibile in meno di mezz’ora dal rifugio), da Campo Imperatore e dai Monti della Laga stanno velocemente arrivando nuvole compatte grigio-scure dall’aspetto poco rassicurante.
Da ciò la saggia, incontestabile ed incontestata decisione di ripiegare la “truppa”.

Dopo averlo ripetuto a quelli sul cui volto si leggeva un silenzioso disappunto, qui lo scrivo:
In montagna una rinuncia non è mai una sconfitta”.
In fin dei conti poi la cima è solo cento metri più in alto e non scappa, buona per la prossima volta.

Sospinti in favor di vento, ritorniamo quasi correndo al Franchetti e senza degnarlo di uno sguardo lo superiamo, convinti che prima si scende meglio è per tutti.
Per ripido sentiero superiamo un accumulo di grossi massi crollati dalle incombenti pareti del Corno Piccolo, in epoca quaternaria a seguito del ritiro del ghiacciaio del Calderone e subito si avverte il cambio di temperatura.
Il vento si è affievolito, il rischio temporali si è attenuato, quello di pioggia in vece persiste, ma ormai non ci turba più di tanto.
In breve raggiungiamo la Madonnina, stazione di arrivo della cabinovia che sale da Prati di Tivo, dove un beffardo raggio di sole fa capolino fra le nubi che comunque persistono sulle cime dei due Corni.
Ma questo forse è dovuto alle preghiere dei devoti qui riuniti per l’annuale funzione religiosa.
Ne approfittiamo per ricompattarci e ingoiare un boccone, prima di completare la ancora lunga discesa che ci attende. Sul sentiero 200A, prima su prati, poi dentro ad una fitta faggeta, verso le 12,30 il nostro trekking termina sul piazzale-parcheggio di Prati di Tivo dove, a pochi minuti di distanza, avviene il ricongiungimento con l’altro gruppo proveniente dal rifugio Duca degli Abruzzi attraverso la Val Maone.
Apprendiamo da Valeria che anche loro, per le avverse condizioni meteo, hanno dovuto rinunciare alla cima di giornata, ovvero il Pizzo Cefalone. Mal comune, mezzo gaudio.
L’altro mezzo però lo ritroviamo subito a tavola, in un accattivante ristorantino di Prati di Tivo, tutti al gran completo (Ferrara ed Antrodoco), davanti a mazzi di arrosticini e straripanti taglieri di formaggi tipici abruzzesi. Tanto c’è tempo, il pullman è ancora a Campo Imperatore e l’autista deve pranzare anche lui!

L’ultimo atto sul campo di questa indimenticabile escursione, è rappresentato dalla foto con tutti i partecipanti e dall’affettuoso commiato che ne è seguito al grido di hip, hip-urrà per entrambe le sezioni, con la promessa che ci rivedremo presto per completare il lavoro lasciato in sospeso.
Per il resto (rientro) ordinaria amministrazione, tranne l’arrivo anticipato verso le 21,30 anziché le 24.

Fabrizio Ardizzoni
Trekking del Gran Sasso
Venerdì 1 - sabato 2 - domenica 3 agosto 2014