Linea di confine

di Mauro Mazzetti



Quante volte un presentimento fa la differenza tra la vita e la morte? Quante volte una rinuncia ci mette al sicuro da incidenti e pericoli? Quante volte il caso ci risparmia, nonostante i nostri errori?
A tutti quelli che vanno in montagna sarà capitato di pensare ai rischi che si corrono nella pratica alpinistica.
Questi rischi fanno parte del gioco, come si dice con espressione un po’ retorica, e vanno accettati in toto, o è meglio dedicarsi alla canasta. Ciò non significa che bisogna osare, sempre osare, per essere simili ad un dio (citazione puntuale dal dire di un famoso e defunto alpinista); anche sulle difficoltà “facili” ci si può trovare in pericolo ed avere a che fare con guai seri. Mia nonna, che di mestiere faceva la persona saggia senza sapere di esserlo, non perdeva mai occasione per rimarcare che “a farsi male ci vuole un attimo, a guarire molto di più”.
Anche poi dal punto di vista matematico, una singolare e collaterale applicazione della scienza numerica non ci viene affatto in soccorso. Al contrario, la statistica è una roba strana, che suggerisce interpretazioni - a volte distorte – su come affrontare le probabilità di successo, cioè di riportare a casa la pelle. Vai mo’ a spiegare al fato che è la prima volta che azzardi senza rete, o che ti sei distratto per un attimo: l’accidente e l’incidente saranno sempre in agguato, pronti ad approfittare della dabbenaggine ma anche della pura sfiga.

Appeso per una mano ad una corda, penzolo come un salame in uno stretto canale di ghiaccio. Non ho avuto tempo per filosofeggiare argutamente sui grandi temi della vita: solo un riflesso animale mi ha evitato di carambolare verso il basso, come una palla di biliardo che sbatte da una sponda all’altra fino ad entrare in buca. Solo che qui il biliardo è messo in verticale ed è alto – più che lungo – almeno duecento metri; in più non è di panno verde, ma di ghiaccio biancastro. L’atterraggio alla sosta sottostante, durante le calate in corda doppia, richiede grande attenzione e va effettuato sempre in sicurezza, cioè abbandonando il punto di arrivo solo dopo essersi assicurati a quello della calata successiva. Eppure quella mattina ho fatto ciò che non va mai fatto. Tolti il discensore ed il nodo autobloccante, ho camminato slegato sul ghiaccio lucido: solo tre passi, ma già dopo il primo ho “sentito” che sarei scivolato, come quando all’Università mi sedevo sulla sedia dell’interrogato percependo con esattezza che non avrei superato l’esame. Secondo passo: sto per perdere l’equilibrio, il rampone del piede destro salta via. Terzo passo: entrambi i piedi sono già oltre la piccola cengia, nel vuoto che precede una caduta inarrestabile. Alzo lo sguardo e vedo il mio compagno che ha passato la corda nel moschettone della sosta, calandone il primo capo verso il basso; allungo la mano sinistra, io che mancino non sono, ed abbranco quell’esile possibilità. Non sto a pensare a tutta la mia vita, oppure che sto per cadere con conseguenze fatali, oppure ancora che la corda singola si sfilerà dal moschettone. Agguanto la corda e aspetto: non cado ma rimbalzo come uno yo-yo, poi risalgo a braccia quei pochi, infiniti metri, che ho percorso come una bomba di profondità, mi aggancio alla sosta e ricomincio a respirare.

Nemmeno gli strateghi militari avrebbero congegnato un piano così particolareggiato. Salita per un versante e discesa per l’altro, più facile, con collegamenti in corriera studiati al minuto secondo. Eppure qualcosa non sembrava andare per il verso giusto. Già il sogno di Roberto (noi tre su una minuscola barchetta, con all’orizzonte una gigantesca onda incombente) mi faceva cercare senza risultato una posizione comoda sul sedile dell’automobile; e poi alcuni microfatti durante la salita al bivacco (Maurizio che cade rovinosamente nel torrente, bagnandosi tutto mutande comprese; io che sbatto dolorosamente il gomito, rovinando da un roccione che si mette inopinatamente a rotolare senza sollecitazioni; tutti e tre che sbagliamo strada, regalandoci un’aggiunta supplementare e sgradita di dislivello in discesa ed in salita; il tempo uggioso, con una pioviggine minuta e continua che rende saponose le roccette durante l’avvicinamento a quel nido d’aquila). Ed il giorno dopo, una traccia che si perde nella nebbia e che ci fa consumare inutilmente tempo prezioso; dopo un cieco girovagare sotto il grande circo montuoso, riusciamo a vedere la nostra parete, solcata da un’incisione enorme che sembra scavare dentro le nostre certezze, indebolendone la forza e la determinazione. Eppure, eppure valichiamo la crepaccia terminale, incuranti di quel brivido elettrostatico che ci fa rizzare i peli delle braccia. Saliamo di poco sopra l’attacco, forse cinquanta metri di neve molle ed infida; poi ci fermiamo e ci guardiamo negli occhi: solo un cenno, concordi giriamo di centottanta gradi e riguadagniamo in tutta fretta il bonario plateau nevoso. Dieci minuti dopo, mentre stiamo commentando la nostra decisione di ritirarci, il picco roccioso sulla destra della parete si schianta senza preavviso e rotola frammentato nel toboga di ghiaccio dentro il quale eravamo passati durante il nostro tentativo di salita. Massi di ogni dimensione trascinano accumuli immensi di neve, spianando le asperità del terreno e colmando la crepaccia terminale.

Non crediate a chi vi dice di non aver mai “sentito” niente, a chi non accetta lo shining, la preveggenza.
Rifuggite da chi razionalizza tutto e per tutto ha una spiegazione logica. Buttate alle ortiche il procedimento mentale “tesi-antitesi-sintesi”. Diffidate dei giocatori di scacchi: vi sanno spiegare che scià-mat, il re sarà morto, dopo aver effettuato ventiquattro mosse da quando un insignificante pedone è stato spostato in F4.
Buttate via la calcolatrice per i conti ed il GPS per la posizione.
Ci sono campi di azione e terreni di gioco dove non serve conoscere gli endecasillabili di Dante e la meccanica quantistica, la storia della seconda guerra punica e le proprietà delle piante officinali.
Annusate piuttosto l’aria e la neve, guardate il colore delle rocce e del ghiaccio, ascoltate i rumori ed i silenzi della montagna. Forse tutto ciò vi terrà lontano dalla linea di confine.

Mauro Mazzetti

Novembre 2003