Bibì & Bibò alla Tofana di Rozes

di Angelo Bolognesi e Michele Pifferi



Dopo un viaggio trascorso sotto la confortevole protezione delle nuvole, arrivata nei pressi del Passo Falzarego, l'orrenda spullmanata ha riversato in strada il suo contenuto. In pochi secondi, i problemi creati, avrebbero giustificato l'intervento in forze della Protezione Civile, l'impiego di disinfestanti e l'arrivo della Buon Costume.
Superato non senza danni questo momento di impasse, l'esercito di trippe, artriti e malanni vari, si è inoltrato lungo il sentiero che ci avrebbe condotto verso i Tofanici sassi. Contemporaneamente, con la precisione di una meridiana svizzera, le nuvole che ci avevano amorevolmente scortato fin dal piano padano, hanno cominciato a sciogliersi in pianto. Bagnati e felici, abbiamo sperato (ognuno in cuor suo) che la pioggia ci potesse accompagnare per tutto il tragitto. Gli Dei dei Monti hanno accolto la nostra supplica. Il mettere e il togliere i nostri impermeabili variopinti, in breve tempo, era scandito da una frequenza da tic nervoso.
Dopo un centinaio di ore di cammino, che ci ha visti passare per la Slovenia, lasciarci alle spalle l'Aspromonte, sfiorare il Kazakistan e guadare l'Orinoco, il battaglione è arrivato al Rifugio Giù Sani. Ora, pare, da studi recenti, che il nome del rifugio, derivi dal fatto che i sani (di mente) stanno giù, a valle.
Vagando come spettri da una stanza all'altra, abbiamo cercato di sistemare le nostre povere cose. L'accesso alle camere era regolato da oscure norme di origine celtico-cabalistica che trovavano ricovero solo nella mente del gestore. Questi, tale Otto von Bismarck von Radetzky von Goebbels von Tina von Duta, aveva stabilito che nelle camere da dodici non potevano dormire più di dieci, ma non mancini, ebrei e interisti. Nelle stanze da otto si poteva dormire in sei ma non supini e non meridionali. I mandolini venivano lanciati dal dirupo. In ogni caso, gli esseri viventi provenienti da paesi al di sotto della Linea Gotica, potevano accomodarsi nella cuccia con il cane, il quale, essendo di bocca buona, si sarebbe abituato abbastanza in fretta. Solo attraverso l'applicazione di teoremi algebrico-ariani, ognuno è riuscito a trovare il proprio giaciglio.
Dopo un'orgia culinaria, che ha operato la prima rovinosa selezione, i superstiti hanno faticosamente ma in ordine, raggiunto le brande. Sotto le coperte abbiamo notato con smodato piacere, che chi avesse voluto leggere, avrebbe potuto farlo tranquillamente anche con le lampade spente. La luce la fornivano i fulmini.
Il tifone è durato circa un mese. In questo breve arco di tempo, il Coro dei Russatori, con indimenticabili armonici Mozartiani ci ha fatto ritenere come assolutamente necessaria per le prossime uscite, la presenza di una squadra di spensierati serial killer. Poi, l'alba, e con essa, il sereno.
Alle sei del mattino, quel che restava della gloriosa armata, raccolse i propri stracci e si radunò come poteva.
Una visione che spezzava il cuore. Da quel momento, possiamo dire che non siamo più gli stessi.
Si sono formati tre gruppi così suddivisi:
A) Quelli che tornavano a casa seduta stante.
B) Quelli che avrebbero voluto farlo ma si vergognavano.
C) Quelli che non avevano niente da perdere e, sempre alla ricerca di nuove esperienze, volevano tentare il suicidio cercando di raggiungere la cima della Tofana di Rozes attraverso la ferrata Lipella.
Il gruppo A era formato da tre persone e mezza. Il gruppo B da cinque e mezza (la mezza era l'altra metà di quella del gruppo A, un indeciso). Il gruppo C da cinquemila esseri viventi più o meno umani.
Prima di partire ha avuto luogo la cerimonia di ringraziamento alle Divinità dei Monti. L'apice dei rituali propiziatori officiati dai Rockets, è stato raggiunto quando il simpatico gestore del rifugio, è stato arso vivo, non senza avergli assicurato che sulla catasta c'era si posto per due, ma che ci andava lui solo.
Alla fine, i gruppi si sono avviati ognuno verso la propria sorte, scambiandosi auguri, indirizzi e anatemi, ma sapendo, ognuno in cuor suo, che non ci si sarebbe mai più rivisti.
Superfluo dire che la inarrestabile tendenza alla disintegrazione ha portato che vi scrive, a fare parte dei cinquemila. Ed è iniziato il cammino. Dietro di noi un’esemplare di Beatrix Rapax (un’ aquila padana che ci seguiva fin da Ferrara) ci teneva sotto le sue materne ali; davanti a noi , due formazioni collinari insolitamente mobili, catturavano il nostro sguardo: Le Cesenatiche “G. Selle” . Nonostante tutto, si proseguiva.
Arrancando siamo arrivati alle Tre Dita, una simpatica scultura eseguita dai Boy Scout di Cortina.
Lì abbiamo indossato i paramenti sacri dell'alpinista: casco, imbrago, cordini, moschettoni, quadrifogli, cornetti rossi, gobbi con bombetta e ferri di cavallo arrugginiti. Ed è iniziata l'ascesa.
Tutto sembrava procedere senza troppi intoppi quando la comitiva si è bloccata. Noi ci trovavamo su una comoda cengia stretta e gocciolante acqua gelida. Per fortuna eravamo all'ombra e la temperatura era sui 2 gradi.
In compenso, davanti a noi, il baratro. Abbiamo colto l'insperata occasione per goderci lo spettacolo naturale che si offriva, suo malgrado, ai nostri occhi. Ma come un arcobaleno che dura un quarto d'ora, non lo si guarda più, dopo un'ora vedevamo solo sassi. Ovunque sassi.
In testa al gruppo, Monsignor Bovelli, aveva notato che la ragazza che lo stava seguendo (riteniamo per accopparlo ) stava subendo un processo di mummificazione in corrispondenza di un passaggio tanto verticale quanto bagnato e scivoloso. Il prelato ha cercato di riportarla in vita con un cinguettio dolce e suadente.
Al terzo tentativo fallito abbiamo potuto capire che ci sono delle sofferenze che scavano nelle persone come i buchi di un flauto e la voce temprata dello spirito, ne esce melodiosa. Così è stato per il nostro monsignore.
Dall'alto della sua carica ecclesiastica, ha nominato con timbro baritonale, tutta la gerarchia celeste secondo Dionigi l'Aeropagita. Nel dibattito che ne è seguito, abbiamo dovuto ammettere che la scelta degli attributi è stata originale, in quanto, si presumeva fino ad allora, che potessero adattarsi solo ai divi del Hard Core; ma efficace dal momento che la mummia si è miracolosamente destata e ha anche ripreso a muoversi come Boris Carloff.
A quel punto, la felicità ha invaso tutti compresi i pinguini ibernati che chiudevano la fila.
Una volta ripartiti, abbiamo raggiunto la cresta in poco meno di un anno. Lì ci siamo congiunti con i resti del gruppo B, disseminati tra i cumuli di grandine della notte. La cima ci è stata negata poichè il caldo torrido, che ci aveva accompagnato come un fedele cane bastardo, aveva creato una patina di ghiaccio sui ripidi lastroni di roccia che conducevano alla vetta. Per evitare disgustosi scivoloni, che si sarebbero inevitabilmente conclusi con sgraziati tuffi nel vuoto, la giuria ha votato per il ritorno al Rifugio Giù Sani.
Di lì, abbiamo proseguito verso la statale. A fine estate, siamo arrivati stanchi ma affamati, però nervosi sebbene sfiniti e con un temporale alle spalle. Tutto il resto andava a meraviglia.
E poi, gli Dei ci hanno dato, ancora una volta, la prova della loro esistenza. O almeno, che c'era qualcuno di turno.
Nel parcheggio, dove il nostro pullman ci stava aspettando da tempo, abbiamo avvertito la discreta presenza di un'altra comitiva. Mentre aiutavamo l'autista a togliere l'edera che era cresciuta copiosa attorno ai pneumatici, si è constatato che si trattava di un gruppo di escursionisti di Conegliano Veneto, probabilmente dispersi.
Questi, stavano scannando e sbranando quintali di ogni ben di Dio in gioconda allegria.
Ora, per vincere il naturale e congenito riserbo che contraddistingue da sempre il socio C.A.I. di Ferrara fino a divenirne una peculiarità, sono occorse numerose e interminabili frazioni di secondo. Quindi, l'intera comitiva è dilagata sommergendo i fratelli d'oltre Po, indigeni della marca trevigiana. La fusione è stata totale: fomaggi alla piastra, crostate, salami e vino hanno funzionato da collante ferreo per questo sodalizio nato e morto nel giro di pochi minuti.
Abbracci, foto ricordo, giro di campo agitando magliette sudate e, dopo l'immancabile "ola" qualche lacrima e il grido di "campioni del mondo " accompagnava la partenza della nostra corriera verso il meritato, ma ancora lontano, ritorno. Un'interminabile coda non ci ha impedito però di arrivare a casa prima di Natale.
Una bella gita. Vamo là !

Bibì & Bibò

Ferrara, settembre 2005