Una montagna... di musica

di Marco Pedretti


Dopo un po’ di attesa per gli squilli a vuoto, dall’altra parte della linea telefonica una voce femminile, alzando la cornetta, mi ha risposto semplicemente: “Rifugio Calviii!
Buon giorno, - ho risposto a mia volta - volevo sapere se è possibile pernottare sabato notte, siamo in quattro o cinque.
Dall’altra parte un silenzio prolungato e preoccupante mi lasciava in attesa.
Ci sono dei problemi?” - chiedo timidamente, pensando che, siccome è l’ultimo giorno di apertura stagionale, forse non hanno tanta voglia di ospiti tra i piedi.
No, non ci sono problemi, è che sabato sera viene su dall’Austria un gruppo di musicisti, hanno le trombe e suoneranno tutta sera, lo fanno tutti gli anni, ci sarà gran baldoria e forse un po’ di confusione che non tutti gradiscono.”
Bene, a noi non danno fastidio, anche nel nostro gruppo c’è un suonatore di tromba - e subito penso a Vanni e alle sue scorribande domenicali nelle sagre paesane al seguito di processioni e feste varie con la Banda Comunale - anzi, movimenteranno la serata.”
Ok, che nome metto?
Mi chiamo Pedretti, saremo lì nel tardo pomeriggio di sabato, giusto per ora di cena.”

Sabato mattina si parte senza fretta, siamo in quattro e il viaggio è tranquillo nell’ultimo week-end di settembre; non c’è più il traffico estivo balneare e la barriera di Mestre è semideserta.
Sosta per uno spuntino nella storica osteria di Domeggie di Cadore quella, per intenderci, al centro del paese lungo la statale e con la facciata tutta dipinta.
Il meteo è perfetto, c’è un sole limpido ma non è troppo caldo, solo qualche nuvola si addensa sulle cime.
Una tipica giornata di inizio autunno o di fine estate.
Dopo lo spuntino riprendiamo il viaggio, solo una breve sosta all’orrido dell’Acquatona sul Piave presso Sappada, tanto per sgranchire le gambe e per guardare, dentro l’orrido, l’acqua del torrente spumeggiare, poi su fino alle sorgenti del “Fiume Sacro alla Patria” dove, nei pressi del cippo commemorativo, c’è un ampio parcheggio.
La nostra meta si vede già, il rifugio Calvi è lassù sotto le cime del Monte Chiadenis.

La strada è tutta al sole ma non è caldo come d’estate; i prati in quota stanno già virando il loro colore verso l’oro antico, segno che di notte quassù fa molto freddo.
Dopo qualche centinaio di metri Robledo già sbuffa e mi accusa di aver scelto un itinerario faticoso.
Io e Vanni ci guardiamo perplessi, a noi sembra una semplice passeggiata.
Francesco non dice nulla preso com’è a fotografare a destra e a manca.
Il Peralba a Ovest è un imponente panettone di roccia; cerco sulla parete Est di individuare la Ferrata Sartor, ma siamo ancora troppo lontani e a quest’ora non c’è nessuno che sale in vetta, ormai è troppo tardi.
Non importa tanto sulla ferrata ci saliremo domani mattina e avremo tutto il tempo di vederla bene e da vicino.
Arriviamo al Calvi che è ancora semideserto, gli altri ospiti non sono ancora arrivati.
Prendiamo posto nelle camere e poi usciamo a bere una birra davanti al rifugio.
E’ troppo presto per la cena, il sole è ancora alto e allora io e Vanni decidiamo di salire verso il Monte Chiadenis dove ci sono delle postazioni militari della prima guerra mondiale.
Robledo è spossato e rimane davanti al rifugio a riposare, mentre Francesco ci segue per un tratto poi si perde a fotografare fiori, rocce, marmotte e chissà cos’altro.
Dalla forcella poco sotto la partenza della ferrata che sale sul Chiadenis ci fermiamo a guardare il panorama.
Sotto, verso Sud-Ovest, è tutto un bel verde dei boschi della Val Visdende, solo i prati presso le sorgenti del Piave sono bruciati dalle prime gelate.
Verso Nord lo sperone dolomitico del Piccolo Chiadenis incombe sul rifugio.
Da quassù vediamo Robledo seduto davanti al rifugio, immobile, forse si è addormentato al sole.
Ricompare Francesco con la sua immancabile macchina fotografica.
Dal Passo Sesis vediamo scendere un bel gruppo di persone, saranno gli ospiti austriaci, i musicisti.
Il sole cala in fretta e il rifugio sta andando all’ombra del Peralba, decidiamo di rientrare, arriveremo giusto in tempo per la cena.
Robledo si è mosso ed è entrato nel rifugio.
Quando arriviamo al rifugio c’è una allegria contagiosa che coinvolge tutti gli ospiti; é dovuta al gruppo di giovani musici che con trombe e fisarmoniche ha riempito il rifugio di sonorità tirolesi.
Tranne una breve pausa per la cena, il gruppo continua a suonare ininterrottamente per tutta la sera.
Una canzone, una birra o un grappino e poi di nuovo da capo.
Vanni è colpito dalla bravura dei musicisti e anche se alcuni sono molto giovani, suonano bene e in perfetta sintonia. Francesco li fotografa da ogni angolazione, mentre Robledo si stupisce della loro tenuta all’alcol.
Alcuni ospiti si mettono a danzare le polke e le mazurche che si alternano una dopo l’altra.
Sembra di essere tornati in dietro di cent’anni al tempo di “Cecco Beppe”.
Usciamo a prendere una boccata d’aria e a guardare le stelle.
Sono già più delle dieci e i musicisti continuano a suonare e a bere, sono dei fenomeni in tutte due le discipline. Penso che stanotte si dormirà poco.
Ma chi se ne frega, non capita spesso di trovare un rifugio così animato.
Verso mezzanotte l’intensità della musica è calata, quella dei brindisi un po’ meno.
Noi decidiamo comunque di ritirarci, per non essere troppo stanchi l’indomani mattina.
Dalla camera, nel dormiveglia, sento ancora intonare qualche nota, ma si smorza nella testa e, come una ninna nanna, concilia il sonno. Lo stesso non vale per Robledo che non è abituato ai letti a castello e risente della agitazione di Francesco che sta nel letto al piano sopra il suo.

Quando mi sveglio è già mattina, il letto di Robledo è vuoto.
Gli altri invece dormono ancora.
Mi alzo, mi vesto e scendo in sala.
C’è ancora l’odore della baldoria serale, è un misto di alcol vari che aleggia nell’aria.
Robledo sta leggendo una rivista, alza gli occhi mi guarda e dice: “Non ho dormito per niente, Francesco si è agitato tutta notte. - poi prosegue - Mi sa che rimango qui attorno al rifugio, non sono in forma.”
Guardo fuori sembra novembre a Ferrara, una nebbia fitta avvolge il rifugio.
Esco e vedo verso l’alto un tenue chiarore azzurrognolo e opalino che si diffonde tutto intorno.
Penso: “Siamo in mezzo alle nuvole, ma quasi fuori. Appena il sole scalderà l’aria e le rocce, la nebbia svanirà.” - almeno lo spero.
Rientro e vado a fare colazione, gli altri miei compagni sono già a tavola.
Gli ospiti austriaci invece dormono alla grande, solo due sono svegli, sono i più anziani del gruppo.
Decidiamo il programma: Robledo rimane attorno al rifugio, io e Vanni saliamo per la Ferrata Sartor e Francesco ci viene incontro al Passo dell’Oregone, dove scende la via normale alla cima del Peralba.
Poco prima di partire dal rifugio i due anziani musicisti tolgono dalle custodie due trombe diverse da quelle che suonavano la sera prima e cominciano ad accordare gli strumenti.
Vanni mi dice che sono trombe classiche, tipiche del Nord Europa, non come quelle che di solito vediamo nei concerti Jazz o come la sua.
Ci incamminiamo in mezzo ad una rada nebbiolina verso l’attacco della ferrata, al primo bivio lasciamo Francesco proseguire verso il passo e il confine.
All’attacco della Ferrata ci imbraghiamo e cominciamo a salire in verticale su scalette infisse nella roccia.
Usciamo dalla nebbia, anzi ormai siamo sopra le nuvole.
Una coltre di ovatta si distende ai nostri piedi, vediamo tutto intorno solo la cima delle vette più alte delle Dolomiti. Tra le tante riconosco subito l’Antelao e le Dolomiti di Sesto.
Nell’istante stesso che usciamo dalle nuvole uno squillo di tromba ci accoglie.
Sono i musicisti che hanno cominciato il loro concerto, musica classica, barocca, uno dei tanti concerti per tromba del settecento: Handel, Telemann chissà?
La musica si sparge tutto attorno alla conca riflessa dalle pareti che ne fanno eco e amplificano il suono e le note. E’ la prima volta che ci capita una ascensione al suono della musica, io e Vanni ci guardiamo esterrefatti:
Meglio di così non poteva andare, - dico - c’è il sole, il panorama è stupendo, siamo sopra le nuvole come gli Dei, mancava solo una musica celestiale ed eccola qui, pronta per noi.”
Devo ammettere che un brivido in quell’istante mi attraversò tutto il corpo, l’eco di quelle note abbinate al luogo erano la colonna sonora ideale per la gita.

Mentre saliamo ormai su facili roccette in vista della vetta ripensavo ad altre gite e al fatto che anche se non c’è fisicamente come oggi, la musica è lì e riempie tutto, colma le gole profonde, si alza sui picchi aguzzi, si distende sulle ampie valli e si insinua negli spazi lasciati vuoti dal bosco anche nelle più piccole radure.

C’è una musica per ogni situazione e per ogni atmosfera, bisogna solo estrarre le melodie dal rumore di fondo.
Se ti fermi un attimo e lasci perdere il brusio delle foglie verdi sugli alberi e lo sfregamento ritmico dei rami più alti agitati dal vento; se lasci placare il crepitio delle foglie secche di faggio sotto i piedi e non ascolti l’alito del vento sulle fronde degli abeti, allora la senti.
E’ musica, come una sinfonia che cambia con il mutare delle stagioni, con il passare delle ore del giorno.
Non è mai la stessa e suona ininterrottamente.
E’ intensa come l’emozione che ti esplode dentro, cresce con il progredire della ascensione, ha il suo apice in cima e poi si smorza pian piano sulla strada del ritorno.
Richard Strauss ha musicato un'ascensione così nella Sinfonia delle Alpi.
Ci sono altre arie note e forse la suggestione prende il sopravvento, ma l’ouverture del Lohengrin di Wagner sembra accoglierti a Est al sorgere del sole sulle bianche distese dei ghiacciai; i Poemi Sinfonici di Liszt ti conducono alla conquista della vetta tra i venti urlanti in una improvvisa tormenta estiva; Rossini nel Guglielmo Tell ricorda invece una valle ampia e baciata dal sole del mezzodì, mentre nei campi i contadini tagliano e ammucchiano il fieno a mano tra rade mucche al pascolo fino a quando nel pomeriggio si scatena il solito temporale estivo e tutti i valligiani si riparano nelle baite sparse tra i prati, ma poi, verso sera, il cielo si rasserena mostrando un infuocato tramonto. Saranno forse le suggestioni delle immagini cinematografiche a cui spesso queste musiche sono state abbinate, fatto sta che camminando in boschi resi ancora più cupi dal verde estivo e ogni tanto diradati da limpidi laghetti, senti crescere dentro, man mano sali, le note profonde del Crepuscolo degli Dei, fino a quando in un crescendo sonoro e luminoso non ti appare la radura sommitale ancora bagnata dalla rugiada mattutina e inondata di luce, con il sole che squarcia le ultime residue tenebre dentro le valli profonde.
Poi c’è Grieg nel Peer Gynt che ti accompagna in una corsa sfrenata nei prati fioriti in un mattino di inizio estate con il sole brillante che ti scalda le membra indolenzite dalla scomoda dormita in bivacco, mentre Smetana, nel Mà Vlast (la mia patria), è come un colpo d’occhio sul mondo dalla vetta e ti fa assaporare tutto il panorama, dai boschi alle anse dolci del fiume in lontananza, come quando guardi verso la pianura dalle Prealpi con i fiumi sinuosi che si fanno largo tra le dolci colline e, anche se il Piave non è la Moldava, l’emozione è grande.
Ognuno sente la sua musica, io sento queste che hanno anche l’effetto contrario e mi emozionano quando d’inverno le ascolto seduto in poltrona e hanno anche il grande potere evocativo di farmi rivivere le escursioni fatte e assaporare quelle in programma per il futuro con panorami sempre nuovi e orizzonti sempre più vasti.

Ci fermiamo sotto la croce a fare uno spuntino ora la musica non si sente più, forse siamo troppo in alto oppure stanno riprendendo fiato. Eppure il motivo ci rimane dentro, ronza nella testa, Vanni lo canticchia mentre addenta il panino. Qualcuno in lontananza sale dalla via normale dedicata a Giovanni Paolo II.
Finito lo spuntino facciamo alcune foto di rito poi ci incamminiamo verso Nord.
Al passo troviamo Francesco seduto su un sasso, di fianco a lui il cippo bianco di confine, uno ogni cinquanta metri segna la linea ideale di confine tra Italia e Austria.
A vederli adesso i confini fatti così viene da ridere e anche da pensare.
Quanti morti inutili per una riga per terra che ora puoi passare tranquillamente perché l’Europa è tutt’una e non c’è più la divisione di un tempo tra le nazioni.
Scorgiamo da lontano il rifugio austriaco, ma è troppo in basso e Robledo ci aspetta per il pranzo al rifugio.
Quando arriviamo al Calvi le nuvole si sono diradate e Robledo è già seduto a tavola, pure i musicisti sono seduti e stanno già mangiando, ecco perché tanto silenzio.
Il rifugio si è riempito, c’è gente che sale con il fuoristrada del gestore e viene qui solo per mangiare.
Comodo però!
In effetti il cibo e il panorama sono ottimi e meritano comunque una gita, oggi poi c’è anche il concerto di fine stagione, meglio di così!
Dopo pranzo ci incamminiamo lentamente verso il fondovalle, i musici hanno ricominciato a suonare melodie ballabili, forse la festa e la sbronza continua anche stasera su al rifugio.
Robledo è troppo affaticato per una gita così facile e ci preoccupa un poco.
Sebbene continui ad inveire contro di me per la fatica fatta è contento lo stesso perché ha ascoltato tutto il concerto di tromba e ha preso il sole davanti al rifugio.
Io e Vanni comunque gli consigliamo una visita medica di controllo al ritorno.

P.S. Dopo alcuni giorni Robledo è stato ricoverato d’urgenza per disostruire alcune arterie. C’era un motivo per la sua anomala stanchezza su un sentiero così facile. Per fortuna ora è tutto OK, chissà se verrà ancora con noi in montagna e a dormire in rifugio?

Marco Pedretti
Ferrara, anno 2011