Un bambino prodigio a Campantich "de not"

d Raffaele Ferri


Dopo il maltempo di quest’ultima settimana, che ha portato neve in quota, finalmente è prevista una tregua di un paio di giorni.
Questa sera è in programma l’annuale raduno per l’escursione notturna con ciaspole o sci a Campantich, bella località montana nei pressi della Val Breguzzo e Tione di Trento.
Mi sono iscritto anche io e non voglio mancare.
Il cielo è previsto sereno, la luna sarà presente a “spicchi” e non farà molto freddo, ma il bollettino neve-valanghe del Trentino segnala un pericolo marcato (grado 3) su gran parte del territorio provinciale, quindi decido di telefonare al comitato organizzatore per sapere se il raduno di farà comunque.
Mi confermano che tutto si svolgerà come previsto.
Molto bene!
Probabilmente il luogo ha caratteristiche sufficientemente sicure per far partecipare qualche centinaia di persone.
Il ritrovo è previsto per le ore 19.00 e mi ci vorranno circa 40 minuti di auto per raggiungere il punto di partenza.
Farò in modo di partire direttamente dall’ufficio perciò a pausa pranzo rientro a casa per cambiarmi e preparare
l’attrezzatura per la serata.
Fin dal mattino di oggi, però, sento che fisicamente non sto molto bene, sono fiacco e affaticato.
I sintomi sono quelli da raffreddamento, ma sospetto l’incombere dell’influenza.
Questa proprio non ci voleva!
Mentre affardello lo zaino decido quindi di misurarmi la febbre: 36.2.
Niente di preoccupante, in montagna si va, anche perché il desiderio di andare e irrefrenabile ed ho lo stesso entusiasmo di un bambino di cinque anni in attesa di andare a giocare al gioco più bello del mondo!
Alle 18.15 raggiungo i compagni di gita che mi aspettano a Storo: siamo in quattro. Margherita già la conosco, mentre i suoi due amici “bagossi”, abitanti di Bagolino, famoso e caratteristico paese bresciano ai confini con il Trentino) li incontro per la prima volta questa sera.
Arriviamo puntuali al punto di partenza dove ci sono già tante auto parcheggiate e gente pronta con ciaspole o sci ai piedi.
Luci di fari e lampade frontali illuminano quasi a giorno la “tenda-reception” dove espletiamo le formalità per l’iscrizione, dopodiché ciascuno è libero di partire quando vuole.
Foto di rito prima della partenza, poi ci si incammina con passo svelto per scaldarsi un po’.
Ci inoltriamo nel bosco percorrendo una strada forestale in leggera salita.
Finalmente si entra nell’atmosfera suggestiva notturna della montagna innevata ed il percorso è illuminato da fiaccole solo nei punti essenziali.
Ho le mani gelide e qualche brivido mi percorre la schiena.
Ahi ahi … - penso - “brutto segno!
Pazienza ormai sono qui.
Faccio in modo di salire con calma e di godermi la serata facendo due chiacchiere con i compagni di escursione anche se hanno un passo più agile e spedito del mio, ma ciò non mi stupisce.
Finalmente comincio a scaldarmi e, durante una breve pausa per togliermi uno strato di abbigliamento della “cipolla” che mi avvolge, mi soffermo a guardare il cielo stellato: che meraviglia!
In pianura ed in città cieli così non si possono neanche immaginare.
Nel frattempo Margherita e amici si sono allontanati qualche decina di metri, decido quindi di godermi il resto del percorso al buio spegnendo la mia lampada frontale. Giunti al termine della strada il percorso prosegue in salita fuori dal bosco su tracce di sci e ciaspole.
Mentre salgo il battito del cuore comincia ad accelerare ed il respiro si fa corto e affannoso più del previsto.
Forse sto camminando troppo veloce. Eppure non pensavo!”.
Rallento un po’ cercando di far buon uso del mio “allenamento storico” e già sorrido pensando all’amico Gabriele di Ferrara che ha “coniato” questo termine.
Allenamento storico: chi era costui?
Tempo fa ho provato a dare un significato a questo modo di dire.
Il senso è che, se anche non si ha un buon allenamento fisico, l’esperienza di anni di montagna può comunque aiutare a gestire al meglio le energie per arrivare alla meta.
In più occasioni l’allenamento storico ha aiutato, ma questa sera mi ha abbandonato ...
Comincio a sbuffare e a borbottare qualcosa nel mio dialetto: “Maiall ac fadiga! Stasira an vag avanti gnanc a spinzar! Fanculo anc all’allenamento storico!!
(Traduzione: Caspita che fatica! Questa sera procedo talmente a stento che se anche avessi qualcuno che mi spingesse non servirebbe a nulla! Che vada a quel paese anche l’allenamento storico).
Un passo dopo l’altro a capo chino, ormai distanziato dagli amici che ho perso di vista, mi impongo di tenere duro sino alla poco distante malga Campantich dove è prevista una sosta ristoro.
Dopotutto è solo un ora che cammino.
Finalmente vedo la malga schiarita da luci di fari e pile.
Gli ultimi passi in salita per raggiungere il ristoro mi sembrano “eterni” ed è come se avessi due zavorre legate alle caviglie.
Ho persino visioni mistiche!
Il tavolo imbandito di generi di conforto è circondato e preso d’assalto dagli escursionisti che mi hanno preceduto e fra questi ci sono i miei compagni di gita che sono arrivati qualche minuto prima di me.
Mi faccio largo nella calca in cerca di tè caldo, cioccolato e frutta secca.
Sento che ne ho bisogno.
Dalla malga è possibile raggiungere la cima Campantich in circa quaranta minuti di cammino, oppure si può ritornare al punto di partenza.
Scambio due parole con Margherita e amici.
Loro sono intenzionati a raggiungere la cima, il tempo è splendido e ne vale sicuramente la pena.
Sono tentato anch'io, ma questa sera proprio non va!
Dispiaciuto decido quindi di fermarmi all’interno della malga aspettando davanti al caminetto acceso il ritorno dei compagni!
All’interno della malga uno degli organizzatori mi dice che posso accomodarmi dove voglio e qualche altra parola in dialetto stretto che non capisco.
Puoi ripetere per favore in italiano? Ancora non capisco bene il dialetto...”.
“Lo gentil montanaro” mi guarda sorpreso e si scusa dicendomi che non sapeva della mia “italica” origine!
Figurati...” - gli rispondo sorridendo e felice al tempo stesso!
Comincio a confondermi bene con le gente del posto, penso, e poi a queste manifestazioni probabilmente la maggior parte dei partecipanti sono valligiani doc!
Mi siedo su una panca davanti al camino osservando il fuoco scoppiettante e ascoltando le chiacchiere in dialetto dei presenti cercando di capirne il significato.
E’ un utile esercizio, ma difficile se non c’è un interprete di supporto!
Vivo nella Valle del Chiese da due anni e l’unica cosa che ho capito bene è che non vi è un unico dialetto, ma tanti quanti sono i paesi della valle, o quasi.
Sono sufficienti quattro o cinque chilometri per ascoltate linguaggi molto diversi fra loro. Davvero incredibile!
Durante l’ora di “lingua madre” mi guardo attorno.
Con me ci sono alcuni organizzatori e due mamme con i rispettivi “bocia” di una decina d’anni.
Che figura!” - penso fra me.
“Sono l’unico escursionista adulto che non ha raggiunto la facile cima Campantich. No, no così non va!”.
Proprio oggi ho letto la prefazione di un interessante libro dal titolo “Civiltà alpina ed evoluzione umana” (Cavalli Sforza-Zanzi, ed. Jaka Book) in cui è scritto che montanari non si nasce, ma si diventa.
Le prime righe mi hanno dato rapidamente fiducia, ma con altrettanta rapidità le successive parole me l’hanno tolta. Eh già, perché l’uomo per evolversi in montanaro ha impiegato qualche migliaio di anni ed io temo di non avere tutto quel tempo a disposizione!
Quindi resterò a vita un montanaro di palude prestato all’alpe!!
Na barzleta!
(Traduzione: una comica).
Prova di questo è il diverso approccio alla montagna che hanno i valligiani rispetto a me.
Io ex abitante di pianura ho imparato sui “banchi” di scuola del Club Alpino Italiano ad andare in montagna, studiando la meteorologia, la topografia, la nivologia, le tecniche di progressione su roccia, neve e ghiaccio, l’uso di corde, moschettoni e ferraglie varie.
Ho imparato cos’è l’effetto wind-chill, l’origine del föhn (o favonio che dir si voglia) e le sue conseguenze.
So cos’è lo zero termico, l’inversione termica e così via.
Prima di partire per un’escursione, anche se semplice e dietro casa mia, consulto la carta topografica, verifico i dislivelli, stimo i tempi di percorrenza, se il sentiero è segnato, leggo il bollettino meteo e preparo lo zaino con cura scegliendo cosa portare con me.
Tutte queste “operazioni”, tecniche di cordata a parte, i valligiani le hanno imparate sul campo vivendo quotidianamente in montagna.
Quando escono di casa scrutando il cielo, sentendo l’odore dell’aria, seguendo la direzione del vento, già capiscono se la giornata è buona per andare per monti e qual è la meta adatta, oppure se è il caso di restare a casa. Poi quando hanno individuato la meta, via che si va seguendo il percorso più diretto con passo svelto!
Acsi come gnanc e senza tant stori!
(Traduzione: vanno decisi senza brontolare e con la stessa disinvoltura e semplicità con cui i cittadini passeggiano per i centri storici delle metropoli).
Mentre sono assorto nei miei pensieri, ecco che gli amici sono tornati dalla cima Campantich.
Mi dicono che sono pronti per tornare alle auto per poi proseguire la serata con la cena di rito in fondovalle.
Eccomi, arrivo!"
Il riposo al caldo mi ha rinvigorito un po’ ed il cammino riparte rapido, "In discesa tuti i Sant iuta!" (Non serve traduzione), ma a singhiozzo, almeno per me.
Come un bambino affascinato mi fermo ogni tanto a guardare il cielo stellato, lo spicchio di luna e le tante luci delle fiaccole e pile frontali che brillano sulla neve.
Non posso perdere questa occasione, così mi intrattengo a fare foto.
Trasformo uno dei miei bastoncini in cavalletto, imposto tempi e diaframmi della macchina fotografica digitale e via con gli scatti notturni pur consapevole che la qualità delle foto non sarà granché.
Nel frattempo gli amici sono spariti un’altra volta e non posso trattenermi oltre ... mi dispiace non potermi godere più a lungo quello spettacolo.
Li raggiungo e insieme proseguiamo la discesa sino alle auto come se fossimo su una pista di slalom.
Gli sci alpinisti che scendono sulla stessa strada al grido di “Op, op, op ...” sfilano via zigzagando fra di noi quando uno di loro all’improvviso si esibisce in uno spettacolare numero circense.
Brusca frenata con scintille su grosso sasso sporgente, triplo salto mortale accompagnato da effetto stroboscopico della pila frontale e atterraggio in mezzo ai ciaspolatori!
Maiall ac managh!
(Traduzione: caspita che fenomeno!).
Per fortuna siamo tutti sani e salvi e solo le imprecazioni impronunciabili dell’incauto atleta mi trattengono da un applauso spontaneo!
Scampati ai pericolosi sciatori, alle 23.00 giungiamo al parcheggio dove in breve tempo ci cambiamo e partiamo per la discesa in valle dove ci attende la meritata cena al ristorante.
A tavola si mangia, si chiacchiera, si ride e si scherza ed arriva l’ora per me di tornare a casa.
Saluto l’allegra compagnia e infreddolito e con qualche tremore sospetto arrivo a Darzo.
Mi faccio una doccia, mi infilo a letto e misuro la febbre: 38°, con qualche altra fastidiosa complicazione!
Come sospettavo l’influenza era in agguato e l’escursione notturna non è stata una buona cura.
Ripensando alla sintomatologia del mattino meglio sarebbe stato rimanere a casa al caldo, ma il richiamo della montagna ha prevalso sul buon senso.
Devo comunque ammettere che questa esperienza mi ha permesso di acquisire una certezza questa sera, ovvero che a cinque anni di età ero un bambino prodigio:
Alora a capiva cumpagna adess!
(Traduzione: a quell’età avevo la stessa maturità che ho ora a 39 anni!).

Raffaele Ferri
Campantich, venerdì 18 gennaio 2013