Il Vajo Scuro

(non è un sentiero per vecchi)

di Marco Pedretti


Andare in gita con Gino “la roccia” è un piacere perché se organizzi la partenza per le 6.30, lui ti manda un sms alle 6.15 con scritto: “Sono già giù.”
Allora ti affacci alla finestra con lo spazzolino da denti ancora in bocca e lui è lì che ti guarda con lo zaino in spalla, già pronto a partire.
“Scendo subito, - gli dico - riempio il mio zaino e arrivo.”
Fai pure con calma, sono io in anticipo.” - risponde con la sua solita flemma.
Carichiamo l’attrezzatura in auto e via, in perfetto orario.
Cose che succedono solo con lui e con la Franca.
Per fortuna non c’è nessuno in giro per le strade statali della bassa, anche se questa è l’ultima domenica di agosto e dovrebbe essere una domenica da bollino rosso, noi non incontriamo nessuno fino alla meta e cioè al Rifugio Cesare Battisti nelle Piccole Dolomiti poco sopra Recoaro Terme.
Ci cambiamo e insacchiamo nello zaino caschetto, imbraco, ricambi vari, borraccia e anche il k-way, ma mi sa che oggi non ne avremo bisogno perché non c’è una nuvola all’orizzonte.
Il sentiero di avvicinamento alla ferrata del Vajo Scuro è un su e giù e un dentro e fuori i vari Vaj che scendono dalle guglie del Fumante. Dopo un po’ ci raggiungono due ragazzi tutti attrezzati per l’arrampicata e ci superano con passo spedito tra il tintinnio dei moschettoni.
Vogliono dire trenta anni in meno.” - dico a Gino.
Lo puoi dire forte.” replica.
Dopo poco altri due giovani ci superano, ma non hanno grandi attrezzature, forse come noi si “accontenteranno” di fare la ferrata.
Dietro una curva che immette nell’ennesimo canalone o Vajo, come li chiamano qui, troviamo tutti e quattro i giovani che parlottano con carte alla mano.

Siamo quasi alla base del Vajo Scuro, ma non è ancora il tratto attrezzato e si procede su rocce a gradoni in una gola sempre più angusta e ripida.
Per fortuna il sole a quest’ora la infila perpendicolarmente e la illumina fino in fondo.
In qualsiasi altra ora del giorno la gola è sicuramente al buio e forse anche un po’ umida e freddina.
Una corrente d’aria risale dal fondovalle e s’incunea nel Vajo asciugandoci addosso il sudore che produciamo nello sforzo di salire così in fretta e su un pendio così ripido.
Poco più avanti i due alpinisti stanno scegliendo il punto per attaccare la parete sinistra, nel Vajo Bisele, mentre gli altri due si stanno imbracando per attaccare la ferrata che è sul lato destro della gola.
Ci imbrachiamo anche noi e appena pronti Gino attacca il primo strappo che entra in verticale dentro un “buco” stretto, buio e lungo come il camino di una ciminiera.
Si vede la luce dall’altra parte, ma io aspetto a partire perché voglio che lui mi dica quando è fuori dall’antro per evitare la caduta accidentale di sassi o intoppi vari.
Quando è arrivato su mi urla: “Vieni pure, io sono fuori dal tunnel e qui pare un po’ più facile.”
Allora salgo anch’io, ma il foro è così stretto che le racchette, che ho attaccato dietro allo zaino, mi si agganciano ad ogni spuntone sporgente. Allora mi appiattisco come una sogliola e striscio sollevandomi di forza superando di slancio il punto più ripido e critico.
Poco dopo sono fuori e vedo Gino che mi aspetta e che mi rincuora dicendo: “Qui sembra più facile.”
In effetti, la ferrata sale in fretta passando da un lato all’altro della gola che è sempre più stretta e sempre più ripida, ma tutto sommato accessibile.
Si guadagna quota in fretta.” - dice Gino che con le sue gambe lunghe supera più agevolmente di me gli enormi massi. La corrente ascensionale è sempre più forte e Gino non si ferma ad aspettarmi perché ha paura di raffreddarsi il sudore addosso.
Però procediamo a vista con una ventina di metri di distanza l’uno dall’altro.

L’effetto camino del Vajo è incredibile e l’aria calda del fondovalle sale portandosi dietro i profumi del bosco sottostante. Siamo quasi alla Forcella Bassa ed ecco che, superata, ci si presenta davanti l’Orecchio del Diavolo, una roccia appuntita che delimita un'altra piccola gola da fare in discesa.
Poi subito dopo troviamo la Porta dell’Inferno, un angusto passaggio sotto un sasso incastrato tra le pareti di un’altra piccola gola: sembrano come delle forche caudine naturali che impongono di chinarsi per poter passare, ma che infine immettono in un valloncino pietroso.
Giunti ormai ai piedi della pietraia la ferrata è finita, allora ci togliamo l’imbraco e il caschetto, perché qui fa troppo caldo e poi tutta l’attrezzatura impaccia i movimenti sul sentiero ancora molto ripido.
Mentre mi cambio anche gli scarponcini faccio una breve considerazione; se quassù c’è la Porta dell’Inferno e spunta l’Orecchio del Diavolo il buco da dove siamo entrati laggiù in basso - essendo il diavolo fatto a immagine e somiglianza nostra - non può essere altro che quel “buco” del Diavolo, ma forse nessuno, per rispetto anche al Diavolo, ha voluto chiamare quel buco con il suo vero nome.
Purtroppo non siamo ancora in cima alla cresta e il saliscendi mette a dura prova la resistenza di Gino.
A metà della ennesima salita dell’ennesimo valloncino, tra sfasciumi che, mossi continuamente dalle piogge violente, hanno cancellato le tracce del sentiero, Gino arranca e si lamenta; è inusuale per la sua indole, ma lo fa.
Ad un certo punto, a metà della ennesima salita si gira; ora si trova qualche metro sopra la mia posizione e mi sembra un predicatore sul pulpito che si rivolge alla valle per pronunciare il suo sermone.
Sono parole pesanti quelle che sta per pronunciare e che rimarranno impresse, chissà per quanto, sulle pareti friabili di queste Piccole Dolomiti:
QUESTO NON E’ UN SENTIERO PER VECCHI.”
Perché?” - chiedo ingenuamente.
Non ho più l’età per questi giri, la prossima volta mi compro un cagnetto e vado in giro per i boschi.”
Ma dai che siamo quasi al rifugio.” - dico, ma non sono convinto e non lo convinco.
Il sentiero è poco evidente e spesso le tracce degli animali ci portano fuori traccia su pendii scoscesi.
Da una selletta stanno scendendo dei gitanti.
Sono in grossa difficoltà e ci chiedono ragguagli sul sentiero.
Ci urliamo da una parte all’altra dalla valletta alcune informazioni, ma le loro non corrispondono alle mie e i numeri dei sentieri che cercano non coincidono con quelli della mia cartina.
Li lasciamo proseguire mentre scendono verso il loro destino.
Per fortuna superata la piccola sella erbosa e insidiosa ci si affaccia sul Castello degli Angeli.
Ora la visione è quasi paradisiaca anche se Gino è talmente provato che non apprezza.
Faccio delle foto a destra e a manca per poi confrontarle con quelle che avevo fatto nell'ottobre del 2001, quando ero partito da Campogrosso ed ero arrivato al Monte Obante.
Ora in lontananza si vede il rifugio Scalorbi, ma per Gino è ancora una meta irraggiungibile e si lamenta del suo tendine, sempre più dolorante.
Arrivati al rifugio e ci sediamo su di una panca a mangiare le nostre cibarie.
Sono le 16.30, siamo in ritardo ma per fortuna le giornate sono ancora lunghe e al Battisti mancano “solo” due ore. Non ci faremo cogliere dalla notte lungo il sentiero di ritorno, c’è tutto il tempo per rientrare con calma.
C’è un sacco di gente attorno al rifugio Scalorbi; quasi tutti però sono saliti da Passo Pertica, che è l’accesso principale alla conca di Campobrun.

Infatti, quasi nessuno scende dal versante Est per il sentiero ripido e insidioso che porta direttamente al parcheggio del Battisti. Noi però non abbiamo tante alternative e allora ci buttiamo a capofitto giù per il pendio tra mughi e massi traballanti.
Dalla cresta si vede già l’auto, ma è solo un puntino rosso nel parcheggio.
Gino nonostante il dolore scende più velocemente di me e io lo lascio andare.
Dopo un po’ mi raggiunge dall’alto, con balzi da capriolo, un indigeno solitario.
Ha una gran voglia di parlare e comincia a decantare le sue montagne.
Lo fa in uno slang locale che stento a comprendere, anche se il senso è chiaro: lui appena ha due minuti liberi viene a passeggiare nelle sue Dolomiti e conosce tutti i sentieri, anche quelli poco noti.
Mentre scendo ogni tanto stimo la distanza dall’auto, forse ora siamo 300 metri più alti, ma si scende in fretta anche se io cammino molto piano.
Ho le ginocchia che si piegano e mi aiuto con i bastoncini per non perdere l’equilibrio.
Gino è molto più avanti e non sente l’indigeno che con la sua voce cantilenante racconta episodi della sua vita alpinistica. Per fortuna quando arriviamo in piano lui mi saluta e prosegue con passo spedito.

Io raggiungo pian piano il parcheggio e trovo Gino che mi aspetta appoggiato all’auto.
Sei qui da molto?” - gli chiedo.
No, dieci minuti.”
Come va?
Sono rovinato, ho le gambe dure come il marmo. Domani non riuscirò a camminare. Penso proprio che questa sia stata l’ultima gita impegnativa, da oggi in poi mi dedicherò solo alle passeggiate nei boschi.” - dichiara in modo risoluto.
Partiamo verso casa e in auto ci scambiamo opinioni, ma Gino “la roccia” sembra irremovibile.
Non parteciperà più a gite troppo impegnative, al massimo accetterà solo se la salita e la discesa di avvicinamento saranno fatte con gli impianti, cosa che anch’io non escludo a priori, però so che dove ci sono gli impianti c’è tanta gente e tanta confusione, e quindi non so se sono ancora pronto a quel caos.

Marco Pedretti
Piccole Dolomiti, 28 agosto 2011