Casco?… No, no, proprio “il Casco”

di Mauro Loss


"Copricapo difensivo o protettivo, consistente in un corpo metallico o di altro materiale resistente, usato da militari, sportivi, …"
Così recita alla voce “casco” il dizionario della lingua italiana Zingarelli e pure Wikipedia non è da meno.
"È un copricapo protettivo, realizzato in materiale resistente agli urti e usato sia in ambito sportivo sia nel mondo del lavoro, allo scopo di preservare la testa da impatti improvvisi…."
Due asettiche definizioni senza fronzoli e lazzi che lasciano pochi spazi all’immaginazione.
D’altronde cosa ci si può aspettare di più da un definizione?
Nulla.

Ma non rende quello che il Casco, si scritto proprio con la “C” maiuscola, ha rappresentato e tuttora rappresenta per me, al di là di quello che dice la mera definizione linguistica.
Significa infatti molto di più.
Rappresenta l’oggetto che più di ogni altro ha significato l’entrare in quella ristretta cerchia di persone che arrampicavano e arrampicano.
Si proprio il Casco, quella scodella colorata, vituperata e talvolta poco usata.
Proprio il Casco più del l’imbrago, dei moschettoni e dei chiodi il cui tintinnio è musica a cui non rinuncio quando rientro da una via e per questo non ripongo mai nello zaino, più delle scarpette…
Lo so vi sto facendo sorridere ma per me così è stato.

Negli anni in cui ho iniziato a girare per monti con mio papà il casco lo portavano solo i rocciatori, gli escursionisti, anche coloro che percorrevano le ferrate più difficili, ne erano sprovvisti ad eccezione di qualche turista teutonico.
I caschi rossi, bianchi, blu e con il bordo nero, – chi se li ricordate i Cassin? - delle vere e proprie scodelle brutte e pure scomode, li avevano solo coloro che arrampicavano.
Mi sono spesso ritrovato in cantina, la cambusa di casa ma anche il luogo dove papà riponeva con ordine maniacale, la sua attrezzatura da roccia, a provare di nascosto il suo casco rosso.
Il suo poggia fronte interno in pelle marroncina e corredato da una retina interna fitta fitta emanava un profumo di pelle così piacevole nonostante l’uso e il sudore l’avessero logorato e consumato.
Era sempre un piacere immenso quando me lo cedeva perché significava che si andava ad arrampicare e non solo per sentieri.

Ecco perché quando ne ho ricevuto uno in regalo – un Galibier bianco - è stata una gran festa.
Mi sono finalmente sentito parte di quel mondo che, ragazzino, agognavo con tutto me stesso e vedevo però lontano e così irraggiungibile.
Non ho dimenticato il primo casco, anzi, non solo non l’ho dimenticato ma non l’ho mai buttato.
Il mio Galibier bianco, subito personalizzato con un adesivo, perché fosse diverso da tutti gli altri.
Era già una versione moderna infatti le sue fibbie sono in nylon e non in pelle mentre il cordoncino ferma frontale era, anzi è, in sottile cordino.
Il casco doveva essere solo mio e ben identificabile ecco che da subito ci ho applicato, sulle ventitré e non nel bel mezzo, un adesivo con un aquilotto.
Nessun significato recondito, è stato solo il primo che mi è capitato tra le mani.
Mi piaceva il soggetto: un aquilotto che provava a spiccare il volo con le piume che si sparpagliavano un po’ ovunque per la fatica e per la poca capacità.
Era di vellutino e al tatto dava una sensazione piacevole e serena.

A malincuore ho dovuto abbandonarlo per un nuovo casco rosso fuoco in polistirolo espanso decisamente più confortevole e leggero ma il Galibier ce l’ho ancora alla faccia del deperimento dei polimeri della plastica e delle norme mentre l’altro fa bella mostra nel laboratorio della Commissione Materiali e Tecniche di Padova.
Il Galibier è ancora sul mio scaffale e difficilmente lo butterò nonostante i suoi graffi, nonostante la sua età matura.
È e resta l’attrezzatura che mi ha fatto sentire alpinista, uno di quei “conquistatori dell’inutile” ben descritti da Lionel Terray ma un inutile senza il quale mi sentirei privo di qualcosa di importante anche se non fondamentale.

Ora è arrivato un altro casco.
Renata non poteva più sopportare di vedermi andare in giro con il vecchio Galibier bianco ormai ultra datato e un Natale me ne ha regalato un altro.
Devo dire che l’ho usato solo saltuariamente lasciandolo spesso nella sua scatola.
Non lo sentivo mio e poi non volevo abbandonare il mio Galibier, ripreso dopo che quello rosso fiammante aveva deciso di compiere a pieno il suo scopo proteggendo la mia testa da un proiettile piovuto dal cielo e fracassandosi non poco.
È rimasto a lungo nella scatola perché per quanto comodo e confortevole non mi piaceva proprio.
Tutto bianco e candido ma ormai il vecchio Galibier stava diventando inusabile e non solo perché non garantiva più la sicurezza ma anche per la ruggine che faceva, in maniera sempre più pressante, capolino sulle sue borchie rendendolo decisamente impresentabile e allora non mi è rimasto che aprire la scatola e utilizzare il nuovo…
Ma era così… così… anonimo da farti stare (quasi) male e quindi… che fare?
Devo ringraziare la tv, le gare di moto GP di una domenica uggiosa e Valentino Rossi con il suo casco sempre diverso ad ogni occasione importante e soprattutto mia cognata Paola.
Lei disegna molto bene e usa l’aerografo per decorare le sue magnifiche torte a lei ho chiesto di disegnarci sopra qualcosa ma voleva un’idea e quella potevo dargliela solamente io e soprattutto tempo.
L’idea doveva concretizzarsi in qualcosa che mi rispecchiasse e che potesse essere disegnato.
Quindi…
Ci voleva una montagna… e qui è stato facile!
Per noi Trentini ne esiste una sola, una sola è il simbolo perfetto: il Campanile Basso.
Ci voleva qualcosa che rappresentasse anche me … ed ecco la mia mano.
Ci voleva qualcosa che mi ricordasse chi resta a casa, che aspetta il ritorno, chi volente o nolente deve sopportare e convivere con la mia passione… ed ecco l’anello sul dito della mano.

Pace se poi il dito non è quello giusto ma questo cerchietto d’oro è il muto testimone di ciò che mi lega a Renata.
È ciò che mi ricorda - sempre - che a casa lei aspetta, che mai mi ha impedito di andare ad arrampicare e che merita massimo rispetto e attenzione.
Ci voleva qualcosa per ricordare che la bellezza dell’arrampicare, sciare, camminare per sentieri sta proprio nel poter ritornare e che di conseguenza talvolta, bisogna saper dire “mi fermo”, “rinuncio”… ed ecco la frase.
Una frase impressa sul retro del casco.
"Raggiungere la cima è facoltativo. Tornare indietro è obbligatorio".
Sia chiaro non è farina del mio sacco e nemmeno mi ricordo chi l’abbia detta e scritta, ma mi piace e rende bene l’idea.
Ed ora che il nuovo è finito ed è totalmente diverso da quando è uscito bianco e lucente dalla sua scatola, posso dimenticarmi del mio vecchio casco: ciao Galibier bianco.
No, no, impossibile dimenticarsi di lui, ma per lo meno posso lasciarlo riposare tranquillo sullo scaffale, perché ha un degno sostituto.

Mauro Loss
Trento, dicembre 2014