Il momento in cui l’alpinismo entra dentro di te

di Fabrizio Goria


È qualcosa che non si può comprendere fino a quel preciso istante in cui ti poni la domanda cruciale per ogni alpinista. La domanda la conosciamo tutti: "Perché sono qui e non sono a farmi un aperitivo come tutta la gente normale?". La risposta è davanti i nostri occhi, ormai lacrimanti dal freddo.
È sotto le nostre mani, gelide e rovinate.
È nei nostri muscoli, intirizziti e affaticati.
Sono qui perché non c'è altro posto in cui desidererei di più essere in questo momento.

La mia relazione con l'alpinismo è sempre stata travagliata. O meglio, ostacolata.
Più precisamente da scelte sentimentali che poi si sono rivelate fallimentari.
Infatti, non appena ho incontrato la persona giusta, la passione è riemersa in tutta la sua potenza.
Ed è stata quella, l'incontro che tanti sognano nella propria vita, la molla di tutto.
In poco tempo, circa due minuti, decido di iscrivermi a due corsi di una scuola del CAI che mia moglie, trentina trapiantata prima a Milano, poi a Bruxelles, poi a Parigi e infine, ora è da dove scrivo (e lo faccio anche per mestiere, sempre meglio che lavorare...), a Washington DC, mi ha consigliato. È la Graffer.
Due corsi, alpinismo su roccia e alta montagna, per andare oltre.
Oltre il trekking, oltre le paure, oltre i limiti.

Il punto di tutto è la consapevolezza. Sai che vuoi di più dalla vita, sai che puoi ottenerlo.
E così, con tutta l'umiltà del mondo, ho iniziato a comprendere cosa differisce un bulino da un otto, che la gravità può essere battuta, ma devi ricordarti che solo quella basta per ucciderti, che non ci sono mai troppi moschettoni nella tua dotazione.
Fatica, sacrificio, dedizione.
Sono queste le cose che ti attendono.
E non lo sai a pieno fino a quando non metti le mani sulla roccia, che potrà anche essere nuda ma quasi sicuramente per i novizi è unta. Tanto unta.
Ti sforzi di tentare di non andare su solo di braccia, di tentare la mitica aderenza, ma sono idiozie da novizio.
Vai su di braccia e punto. Ma non è questo il punto di cui sopra.
È che tu sei lì, a faticare su un quarto grado e poi con la visione periferica (gli occhi sono troppo concentrati a dire al cervello di non aver paura, che c'è la corda. A proposito, ma siamo sicuri che reggerà?) scorgi quello che tutti gli altri non vedranno forse mai nella vita. Una visione paradisiaca in un mare di sofferenza, fisica e mentale.
Un punto luminoso in un universo così piatto come può essere la normalità.
L'attimo della rivelazione. Eccolo. Succede a tutti. Ognuno di noi ha quell'istante.

Nel mio caso è avvenuto sullo Spigolo Steger sulla Prima Torre del Sella, la prima uscita in ambiente effettuata con la Graffer. Nel terzo tiro guardo dietro di me. Non lo avevo ancora fatto, causa timore, paura, panico, morte, distruzione. Insomma, me la stavo facendo sotto. Ma è durato poco.
Quando ho guardato dietro ho visto la luce, che non era solo data dal sole.
No, era la luce dei miei occhi che brillavano di fronte a quello spettacolo così lontano e così vicino allo stesso tempo. Lontano dalla vita che avevo vissuto, vicino al cuore.
E mi sono reso conto che tutto quello che avevo fatto fino ad allora, dal lavorare come un disperato a pensare che bisognava rispettare un certo status per essere accettati in certi ambienti, era tutto tremendamente inutile.
Cinque secondi sono bastati per far capire che quella era la via. Nulla di radicale, non mi sono licenziato, sia chiaro. Solo ho compreso che la vita vissuta fino ad allora era assai senza senso.
Lo avevo già intuito quando avevo sposato mia moglie, la conferma è giunta fra le rocce, le stesse che senza mia moglie sarebbero rimaste da me intoccate.

Più vai su, più hai voglia di salire. È una droga sana, l'alpinismo.
Perché ti spinge al limite, ti migliora il fisico, ti mette in regola, ti fa pianificare.
È un circolo vizioso dal quale non puoi uscirne.
Ed è questo che ti fa impazzire.
La prima cosa che ho pensato quando ci si è presentata l'opportunità di trasferimento a Washington DC non è stata riguardo alla casa, bensì alle possibilità di arrampicare.
Del resto, mi sono detto, le case sono facili da trovare dopo la crisi subprime.
Di contro, mica posso comprarmi di nuovo tutto il materiale. Meglio portarlo dietro.
E la scelta fra 1) portarmi due blazer e due abiti e 2) portarmi un blazer, un abito e l’imbrago è stata di assai facile soluzione. Ovviamente ho portato l’imbrago.
La consapevolezza che vuoi di più e, allenandoti, puoi avere quello che cerchi, e che hai sempre cercato, è il motore di tutto.

La passione per la montagna è quella che ti fa svegliare a orari in cui nemmeno i fornai sono aperti.
È quella che ti fa dimenticare tutto e tutti quando un compagno ti dice “Ma perché non facciamo quella via il prossimo anno?”.
È quella che ti fa perdere il sonno (già poco, fra l’altro) perché l’adrenalina per l’ascesa inizia a scorrere nel sangue già dalla sera prima.
È quella che ti fa dire di no ai tuoi amici che vorrebbero prendersi una birra dopo cena (perché non si sa mai, meglio non abbondare con gli alcolici prima di un’ascesa).
È quella che ti fa amare ogni singolo istante della vita, perché sai che prima o poi le montagne torneranno a essere sotto le tue mani. Ovunque tu sia.

Fabrizio Goria
Washington DC, settembre 2015



 


Nota della redazione.
La foto di Washington è tratta dalla rete, le altre due sono dell'archivio intraigiarùn: salita invernale alla Croda Negra e passo del gatto al Monte Pelmo (autore Gabriele Villa).