Pasubio, una domenica d'estate, cent'anni dopo (1° parte)

di Luigi Negri


Sono le 8:30 quando parcheggiamo l'auto a Bocchetta Campiglia e il parcheggio è già quasi saturo.
Mi guardo intorno e, poco lontano, riconosco la persona con la quale ho appuntamento, contattata attraverso un sito di racconti di montagna per il quale scriviamo entrambi e di cui non cito il nome ...
Mi dirigo verso di lui che, a sua volta, sembra riconoscermi e si avvicina.

"Signor Negri, è un piacere conoscerla di persona e poter condividere con lei un percorso così suggestivo e carico di storia. Se è d'accordo, direi che potremmo cercare di esprimerci nella massima libertà, in base alle nostre conoscenze e alla nostra indole, senza particolari vincoli o costrizioni, provando anche a cercare di capire cosa leghi a questi luoghi l’umanità variegata che già si nota  qui, nel parcheggio e che, certamente, incontreremo anche sul nostro cammino. Speriamo non  escano troppe stramberie... Che dice, partiamo?

"Gentile signore, cercheremo di fare il possibile ..." - gli rispondo.

Così, dopo aver velocemente familiarizzato, alle 9:00, l'amico (A) e il sottoscritto (L), ci mettiamo in cammino assieme a mio figlio, che mi accompagna nelle mie sempre più rare escursioni e che, come d’accordo, avrebbe registrato i nostri colloqui  esattamente come si sarebbero svolti. A posteriori, devo dire che ne è uscita una specie di radiocronaca, riascoltando la quale mi è sembrato di tornare a quando, da ragazzo, seguivo la voce di Niccolò Carosio raccontare la partita, immaginando quanto stava avvenendo in campo. E così, a cento anni dalla Grande Guerra, ci troviamo a salire sul Pasubio, il monte dove vivere fu più duro che morire.

Partiamo e, all'imbocco del sentiero, notiamo due muri rosa di cemento, eretti  con lo scopo di imbottigliare i gitanti verso quella che avrebbe dovuto essere una biglietteria. Pare che l'idea originaria fosse quella di far pagare l'ingresso per recuperare le spese di costruzione.
Non se ne fece nulla per paura di dover risarcire i turisti per eventuali incidenti su una montagna, in un certo senso, “privatizzata”. Questo il motivo per cui non s'è fatto il cancelletto, non certo per rispetto verso chi è sepolto lassù. Le gallerie cominciano subito e si susseguono rapide su questo ampio sentiero costruito dalle nostre compagnie di minatori e di zappatori.
Mentre saliamo, ci rendiamo conto di cosa possa essere capace di fare l'uomo per andare a morire. Qui, i soldati, si ammazzarono di fatica per mesi per costruire questa rampa che li avrebbe portati fino in cima a quello che sarebbe divenuto il Golgota della loro sicura crocifissione. Intorno a noi, si muove un variopinto esercito di gente che procede allegra e spensierata come in qualunque altra gita.
Noto “A” che osserva, con malcelato stupore, chi, munito di strumenti che rilevano pressione e battito, pare impegnato a migliorare una qualche prestazione e corre ansimando. Mi affianca indicandomi un signore di questi in evidente sovrappeso che gronda sudore. La strada sale decisamente.

A: "Iron-man sembra appena uscito da una centrifuga... ha tutta l'aria di chi sta per avere un ictus fulminante... il sudore gli cola sul viso e ha la mascella bloccata in un sorriso da squilibrato... Se gli capita di piegarsi per allacciarsi una scarpa, ci lascia. Ma, secondo lei, chi o cosa glielo fa fare...? In questi casi non si sa mai se chiamare l'ambulanza o la buoncostume...”

L: "Si possono chiamare tranquillamente entrambe..."

Le nuvole ci girano attorno e il sole quando appare illumina gole e dirupi oltre i quali si stende il piano. Veniamo superati da un gruppo di giovanotti palestrati e ragazze in short.

A: "Muscolature lucide in tensione e scollature da bloccare il traffico in un latino gemellaggio maschilista che fa desiderare di rinascere, se mai se ne avrà l’occasione, anglosassoni o scandinavi. Sembrano sostenuti da un’energia satanica, (in senso carducciano: Ode a Satana) una specie di neopositivismo febbrile che travolge e stordisce. Ridono, scherzano e filmano tutto con il telefono, si spediscono su Facebook. In realtà non sono lì, stanno viaggiando sul web, sono altrove. - Continua ad osservarli muto e poi riprende a parlare con distacco. - Durante la guerra furono scambiate quattro miliardi di lettere da parte di quattro milioni di soldati.
Se lei mi conferma, dovrebbe fare mille lettere a soldato. Lettere d'amore, di ansie, lettere che tranquillizzavano a casa, per evitare la censura... Ora ci si scambia frattaglie di pensieri, raschiature di argomenti all'assalto del nulla, buttati nella pattumiera della rete… I ragazzi del gruppo continuano a fotografarsi compulsivamente e quasi sempre in posa, mentre salutano o ridono o fanno le smorfie... un self-show ininterrotto, frastornante...
Che dice, potremmo definirla un’esibizione di Vuoto Sincronizzato …? Sia gentile e mi conceda la freddura... Secondo me, questi giovanotti bisognerebbe aizzarli alla calma! Mai che gli venga voglia di vedere le fotografie delle montagne, dei monumenti, della natura senza che nessuno le usi da sfondo per il proprio bel faccione... Sarebbe come una liberazione, una vacanza da sé stessi... in fondo gli sarebbe d’aiuto
..."

Ascolto e annuisco... Come dargli torto.

L: "Devo dire che di fronte alla 'spontaneità del web', l’ipocrisia sprigiona tutti i suoi pregi, davvero troppo trascurati… Le lettere dei soldati avevano e hanno un valore indiscutibile. Se quando si scrive una lettera si usa un tono, una cura e un tempo infinitamente maggiore di quando si manda un tweet o un sms, non è certo per doppiezza... E’ perché sono due ambiti differenti… nel web ogni ciancia di corridoio o di birreria, ogni fremito del cuore o dei nervi viene scritto considerandolo 'trasparenza'“ , 'spontaneità' ma, come sospetto direbbe lei, anche i rutti sono spontanei... mi conceda lei il latinismo. Sembra esserci una frattura generazionale oltre la quale scorre il fiume dell'oblio dove tutto scorre indistinto..."

A: "Concesso. Non è solo questo… nell’era di internet, dello smartphone, di Google si vive l’esperienza sempre mediata da schermi che tocchiamo ma non attraversiamo mai. Noi di qua, il mondo di là. Quindi non lo tocchiamo mai. Siamo diventati semplici consumatori del mondo di cui, peraltro, consumiamo solo le immagini, allontanandoci definitivamente dalla realtà. Adesso le sbatto lì una citazione di Nietzsche che ho trovato nella carta da giornale che avvolgeva  le patate. 'Abbiamo tolto di mezzo il mondo vero: quale mondo ci è rimasto? Forse quello apparente? Ma no! Col mondo vero abbiamo eliminato anche il mondo apparente!' Opplà! Mi torna in mente un racconto di G. Anders… si intitolava “Racconto per bambini”, molto interessante... La faccio breve perché se cominciamo così, di questo passo non la finiamo più. E come diceva Totò ‘Ogni limite ha la sua pazienza'. Comunque, la storia racconta di un re che non vedeva di buon occhio che suo figlio, abbandonando le strade controllate, si aggirasse per le campagne per formarsi un suo giudizio sul mondo. Per questo motivo gli regalò carrozza e cavalli. “Ora non hai più bisogno di andare a piedi”, furono le sue parole. “Ora non ti è più consentito di farlo” era il loro significato. “Ora non puoi più farlo”  fu il loro effetto. Capito? Meditare, prego..."

Con queste parole che mi ronzano nella mente, veniamo inghiottiti da una delle tante gallerie che, fresche e buie, si rincorrono frequenti. Alcune sono lunghe pochi metri, altre invece sembrano perdersi nelle viscere della montagna, costringendoci all'uso della frontale. Di tanto in tanto, sul fianco delle gallerie, si aprono finestre sull'abisso, che vennero utilizzate per scaricare a valle le rocce provenienti dagli scavi. Qualcuno vi si avvicina, per sporgersi timoroso e ritirarsi in silenzio. Chissà perché, all'interno delle gallerie, il vociare continuo e frastornante si placa quasi automaticamente... Il nostro cammino procede tra un susseguirsi, davanti ai nostri occhi, di canaloni, pinnacoli e gole e in poco meno di tre ore siamo al Rifugio Papa. Ed è un arrivo traumatico. Il rifugio ci appare saturo di gente mentre il monte inizia a sfiatare lingue di vapori tra le rocce scure e sinistre, come non avesse mai smesso di fumare da cento anni. Sembra un vulcano che dorme dopo un'eruzione.

Guardiamo esterrefatti l'assembramento di esseri umani addossati al rifugio.

A: "Le confesso che sono stato colto da un attimo di panico... un po' come quando ti appare la nuvola a forma di fungo all'orizzonte, ma non sei in grado di valutare il danno che farà l'onda d'urto quando arriverà fino a te..."

Silenziosi, scannerizziamo l'orizzonte davanti a noi e dopo un attimo, “A” mi indica una signora in età accompagnata da un tipo con i capelli tinti di un nero corvino in evidente contrasto con la sua età. Lei è impietosamente strizzata dentro una maglietta fucsia che grida vendetta. Entrambi sono esausti, abbandonati su una panca accanto a un tavolo situato a ridosso dell'uscita dell'ultima galleria.

A: "Secondo lei, cosa li avrà spinti qui, su questa montagna satura di morte... Lei, mani tempestate di ori e gemme preziose, fasciata da una maglietta che non ce la fa a trattenere i rotoli… Sembra una talpa in ghingheri... E' sfiatata, come fosse reduce da un'ammucchiata con la Legione Straniera... Lui, gambe sottili che sgusciano dai bermuda, sotto una pancia prominente, si è tolto l'avvolgente occhiale da sole da camorrista. Sfoggia una sobria e attillata canottiera nera che lo fa  assomigliare ad un merlo, recante sul davanti la vistosa ma elegante scritta 'SKORPION'... Ha al collo una catena d'oro grossa come una corda da bucato... gli occhi fiammeggianti di un folle... Lei ha gorgogliato qualcosa e lui le ha risposto chiudendo gli occhi e lasciando partire un basso gemito strangolato ... Signori, direi che è meglio volgere lo sguardo altrove, non è uno spettacolo per educande. Avete sentito dire, qualche tempo fa, della scoperta di un batterio che resiste a tutto? Beato lui...”

Con la coda dell'occhio, noto mio figlio che ride divertito. Poi controlla il suo diabolico mini-registratore e scatta qualche foto. Io concordo con le indicazioni dell'Amico e volgo lo sguardo dalla parte opposta. In realtà non so se ridere o piangere...

L: "Si sa che tra il lusso e l'eleganza non sempre corre buon sangue... il lusso spesso tende al cafone e non ha, dell'eleganza, la leggerezza e il sottotono ma, mi chiedo, è mai possibile che ci si debba arrendere a tutta questa sbracatura?"

A: "L’ottimismo, specie di questi tempi, è un bene prezioso. Diciamo che di fronte a queste cose, un’espressione lugubre o depressa  non sono opportune. E' vero che intorno a noi abbiamo visto già troppo smalto e quello, ammettiamolo, stona perfino sulle unghie… Comunque, è caduto l'Impero Romano, si sono estinte le dinastie cinesi, è arrivata all'ultima puntata perfino Dallas... si estingueranno anche questi, forse. Non disperiamo."

L: "Sembra gente stordita dalla propria deriva, concentrati solo sul sé. Le cose belle ci passano accanto, ci languono intorno, con scarse possibilità di scalfire tutta questa apatia. Così la bellezza  resta non curata, tradita, fino a divenire decrepita... Ricordo una frase del poeta Magrelli: Se Cristo tornasse in questa terra, lo inchioderebbero a una croce di alluminio anodizzato..."

Notiamo che l'afflusso di gente attorno al rifugio non accenna a diminuire, così decidiamo di proseguire il nostro giro e di tornare al rifugio più tardi per fermarci a mangiare qualcosa. Ci incamminiamo in direzione della cima, verso le postazioni del dente austriaco e del dente italiano. Nell'aria profumi di luganeghe alla brace svolazzano su accenti veneti e lombardi. “L'acqua è fatta per i perversi e il diluvio lo dimostrò...” si sente cantare.

A: "Qui il diaframma tra sagra e commemorazione sembra sottile... ci sono migliaia di morti là sotto ma si mangia e si beve lo stesso..."

L: "Ci sono legioni di insepolti che giacciono ancora nelle gallerie di quel termitaio che fu la cima. In un brandello di montagna di circa duecento metri per cento si contarono 4500 morti... un'enormità. I corpi fatti a pezzi erano così numerosi che si aspettò il 1921 per riaprire la montagna al transito degli esseri umani."

A: "Ho letto che ci vollero più di due anni per recuperare i corpi ma le ossa si notarono ancora per molto tempo nei dirupi. Fino agli anni ‘50 c'erano dei cestini perché i gitanti che ne trovavano le deponessero. A fine stagione passavano gli alpini che assieme al cappellano militare ne portavano giù a carrettate..."

L: "Vero... di contenitori con quello scopo, a quanto ne so, dovrebbero essercene ancora oggi..."

Avvistiamo caverne buie come necropoli... sembra di avvicinarsi alla tomba di Agamennone... la cresta ne è piena. In cima i resti di un’intera città di baraccamenti appesi a strapiombi, vicinissima al luogo dei combattimenti. Quella italiana la chiamavano “il Milanin” tanto era grande… Su quella austriaca, la vedetta doveva sparare un colpo ogni due minuti. Se non lo faceva, voleva dire che era stata ammazzata da un cecchino e allora correvano a sostituirla… Immagino un formichio di esseri umani correre tra le rovine... in mezzo alle esplosioni delle bombe e delle granate… Fu una guerra immobile, una guerra per topi, dentro trincee come fogne.

L: "Ecco la linea del fronte tra il dente austriaco e quello italiano. Pensi che il termine 'fronte', prima era femminile... si chiamava 'la fronte'... poi arrivò D'Annunzio, che all'assalto non ci andò mai, e lo ribattezzò 'il fronte'. Fu obbligato a essere maschio dai gerarchi e dai poeti del regime..."

A: "Identica sorte toccò ai fiumi... Il Piave si chiamava la Piave ma sempre D'Annunzio, il Vate delle Retrovie, decise che non poteva essere femmina. Il fiume aveva respinto il nemico dopo Caporetto, doveva avere le palle, diventare maschio! Identica sorte toccò a la  Brenta, a la Livenza, divenuti il Brenta e il Livenza in questa moda patetica incoraggiata poi dal fascismo… Anche i fiumi sono stati reclutati per la grandezza della nazione per poi trasformarli in deserto dai padroni delle dighe... Come sempre, dietro la retorica si nasconde l’ imbroglio...  In Francia, sul fronte occidentale, la Marna o la Somme, che furono teatri di sanguinose e terribili battaglie sono rimasti al femminile, conservando i loro nomi di ninfe... A proposito di D'Annunzio, che ricamava letteratura sull'agonia dell'ufficiale che muore con la testa sulla bandiera, ricordo cosa scrisse di lui Hemingway di ritorno dal fronte del Piave: 'Detesto D'Annunzio, un narciso incendiario che ha soffiato sul fuoco dell'intervento come nessuno. Mezzo milione di mangiaspaghetti morti e che gusto ci ha provato quel figlio di puttana?’ Mi perdoni lei il francesismo...”

Scendendo passiamo accanto all'arco romano, altro esempio tra i tanti di retorica fascista. Accanto al piccolo cimitero posto ai suoi piedi troviamo proprio la cassetta nella quale riporre le ossa umane che eventualmente si fossero avvistate e raccolte camminando sul monte.

L: "Guardando questo piccolo cimitero, mi tornano alla mente i sacrari di Redipuglia, del Grappa, di Asiago...
Quelli furono pensati e costruiti come antitesi al cimitero... Schieramenti di morti per sacralizzare la guerra. Sembrano astronavi. Nessun contatto con la terra, solo marmo e ferro. Sulle tombe nessuna data e nessun luogo, solo il grado e il battaglione, una morte anonima. Bastioni dove sono schierate le falangi dell'aldilà...
Fuori, mascelle volitive... statuari simboli fascisti, come in questo arco
.”

Poco distanti da noi, due gruppetti di persone si incrociano sul sentiero...
"A Rosè! Ma che cce fai qui?"
"Ma guarda n'po' chisse vede...! Stamo n'vacanza a Asiago... semo arrivati du ggiorni fa..."
"Pure noi stamo li vvicino... dai che se famo na pizza nsieme una de ste sere!"
"Ma pensa n'po'... trovarse dopo tanto tempo n'cima a sto sercione... Pure qua bombardavano... come a Roma... ammazza sti tedeschi...! Aho, ma che fatica... me pareva de svenì! Però che bbello... sò panorami mozzafiato!"
Il vento, dignitoso e pudico, allontana le voci facendo sfumare il dialogo...

A: "Ma secondo lei, gentile signore, è mai possibile che non ci sia nulla fra l'estetica totalitaria che si è impadronita del ricordo di quei momenti e lo sfascio del consumismo che tutto appiattisce e trita...? Magari qualcosa di silenzioso e composto… Lei che è un musico, provi a immaginare a come sarebbe se qui, ora, non ci fosse nessuno... sulla cima solo un coro e un orchestra sinfonica. E, nel silenzio, dalla chiostra degli strumenti, si levassero le note della Messa da Requiem di Mozart...trasportate dal vento ad ognuno dei caduti..."

L: "Lo ammetto, sarebbe suggestivo e dignitoso al tempo stesso."

A: "Un tributo di pace, rispetto e riconoscenza a chi ha dato la vita... Si faccia venire in mente i piccoli cimiteri austriaci di Vigo di Fassa, sotto la chiesa di S. Giuliana, quello di Monte Piana, sulla strada per Cortina o quello sulla strada per Dobbiaco... Corpi posti tra le braccia della terra, dove vita e morte si toccano, come sarebbe giusto, se è vero che per seppellire un uomo e far nascere un seme si compie lo stesso gesto. Ossa nella terra, in grembo alla madre, non condannate al freddo marmoreo dei Sacrari... In quei piccoli cimiteri, camminando tra le croci, oltre a notare la quasi totale assenza di retorica, si può capire cosa è stato l'impero… Scritte in tedesco, ceco, serbo, ungherese... l'esercito imperiale era formato da ruteni, cechi, dalmati, ungheresi insieme negli stessi reggimenti. L'imperatore Francesco Giuseppe, non si rivolgeva al popolo, ma 'ai miei popoli', l'Austria - Ungheria era già una piccola unione europea!  Pensi che le cartoline dal fronte erano stampate in dieci lingue. Avevano cucine da campo separate per ebrei, cristiani e musulmani... Croci, ma anche qualche stella di Davide, qualche mezzaluna turca dei Bosniaci. A Monte Piana ci sono anche prigionieri russi e serbi, sepolti in modo altrettanto degno. Tombe perfette, sul bordo del torrente, ai piedi della montagna che le veglia. E su tutto regna un'infinita pace. Sul fronte Occidentale ce ne sono tanti di cimiteri di questo tipo... piccoli, raccolti... nei luoghi dove quei soldati diedero la vita."

L: "Ricordo che in Francia, sulla Somme, mentre le croci sulle tombe dei soldati francesi erano bianche, quelle sulle tombe dei soldati dell'impero, erano nere... Da noi, i sacrari vennero costruiti per costruire la gloria del regime e dell'impero fascista... dovevano essere case di eroi divinizzati. Si vollero usare ossa umane per fare politica... Questo diede inizio a un’infinita serie di riesumazioni di corpi… Ditte immanicate con il Potere rubarono subappaltando il recupero e il trasloco dei resti di soldati austriaci fatti passare per italiani perché gli italiani erano pagati di più... Una delle conseguenze fu che sparirono nomi, stellette, e tanti segni identificativi... Anche per questo gli ignoti furono così numerosi..."

A: "Ovviamente ci fu anche chi di due cadaveri ne fece tre per strappare più soldi... Pensi che si dovette imporre la regola che per ottenere il pagamento di un corpo bisognava esibire l'osso sacro, uno dei pochi non scomponibili... Scoppiò anche uno scandalo e fu indetto un processo a Bassano... La storia fu poi messa a tacere, perché erano i giorni del Milite Ignoto e la Patria non ammetteva dubbi..."

Ci guardiamo d'attorno in silenzio, sotto un cielo di nuvole barocche spinte dal vento.

L: "Qui tra il '16 e il '18, tra le esplosioni la cima calò di oltre 150 metri. I massi enormi spostati, alti fino a trenta metri, ci raccontano di un evento disumano, qualcosa che potrebbe essere inserito nei testi di geologia più che in quelli di storia. L'inverno del '16, poi, fu tremendo... Sulle montagne caddero fino a undici metri di neve. In alta montagna ci furono quasi trentamila uomini morti, spazzati via dal soffio delle valanghe..."

A: "In alta montagna la guerra era un'altra cosa rispetto a qui... Là combattevano tra le cime immacolate che non portavano da nessuna parte... non c'era un diaframma oltre il quale dilagare verso la pianura, come sul Pasubio o sul Grappa... In tre anni la cosiddetta 'guerra bianca' fece circa seimila morti... quanti se ne ingoiava il Carso in un giorno solo... non c'è paragone con i massacri avvenuti qui o sull'Ortigara, sul Piave o sull'Isonzo."

Lentamente ci riavviciniamo al rifugio con la speranza che, essendo le quattordici trascorse da un po', ci si possa sedere ad un tavolo davanti a un piatto caldo e a un bicchiere di vino. Incrociamo ancora gruppi di turisti numerosi, sempre allegri e vocianti. Sono veramente tanti e si infilano ovunque. E' inevitabile che in seguito ai ripetuti passaggi di gruppi come questi, qualche pezzo di trincea crolli. Senza un minimo di cura tutto andrebbe a catafascio. L'uomo, in tempo di pace, può essere peggio dei bombardamenti. C’è qualcosa di nascosto dietro alla strana pace dei contemporanei che sa essere peggio della guerra. In battaglia almeno, si sa chi sono i nemici e la distruzione non si traveste di parole come 'sviluppo'.
Intorno al rifugio la ressa è ancora tale e quale a prima. “A” si aggira attento per controllare se c’è la possibilità di sedersi a un tavolo e poi mi viene incontro fissandomi divertito e indicandomi un signore dal volto rubizzo, placidamente abbandonato su una panca, con la schiena appoggiata al muro. E' immerso dentro una giacca a vento fino quasi a sembrarne inghiottito.

A: "Sente questo rumore? E' lui... Anche in mezzo a questo casino, la sua serenità socratica lo porta a russare come una motosega."

E mentre il signore dorme beato, sotto un cielo che non trova pace, alternando addensamenti da pioggia a squarci di sereno, entriamo finalmente nel rifugio.

Luigi Negri
Pasubio, una domenica d'estate, cent'anni dopo (1° parte)
Milano, estate 2017