Spiz de Copàda: un fuori traccia con poca traccia

di Gabriele Villa


Nel programma del CAI Sezione Val di Zoldo, l'annuncio era abbastanza scarno: 20 agosto - Spiz de Copàda (EE) - Dislivello: 800 metri - Durata: 6 ore. Conoscendo la cima in questione e pure il direttore di gita di persona (Pompeo de Pellegrin) avevo potuto accedere ad informazioni supplementari che mi avevano convinto che sarebbe stata un'occasione da non perdere, perché si annunciava un "fuori traccia" proprio come quelli che piacciono a me.

Lo Spiz de Copàda (1.999 metri) è una cima rocciosa caratteristica che emerge isolata, come avamposto settentrionale della diramazione, dalla media montagna di boschi, di alpeggi e pascoli, di mughi. Si distingue bene, oltre che per la forma conica, per il colore rossastro più o meno vivo delle rocce (scogliera ladino-carnica) che si manifesta soprattutto sul versante meridionale e sui lati. Il versante settentrionale è più inclinato e il bosco e la vegetazione vi si estende fin quasi in cima; i dirupi rossastri meridionali, malgrado la brevità dell'arrampicata, hanno destato l'interesse di alpinisti. (Guida CAI-TCI - Pelmo e Dolomiti di Zoldo - Giovanni Angelini - Pietro Sommavilla).

Alle otto e trenta ci aggreghiamo al gruppo, assai variegato, pronto a partire. Quassù a Zoldo le iscrizioni alle gite del CAI sono aperte non solo ai soci delle varie sezioni ma anche a turisti che si volessero iscrivere e le disparate provenienze si vedono anche nell'abbigliamento che va dal pantaloncino corto ai blue jans, dalla maglietta smanicata alla camicia a scacchi, dai "pinocchietti" al pantalone tecnico, insomma, di tutto un po'.

All'inizio il sentiero è buono, ma non è numerato; in cartina è riportato come traccia nera tratteggiata e si tratta di un percorso che collegava le malghe della zona. Peccato che dopo un po' lo si debba abbandonare per seguire rimasugli di camminamenti di carbonari, talmente labili che in cartina non se ne trova traccia.

Il capogita va a naso più che seguire tracce, in virtù della sua conoscenza dettagliata del luogo e tenendo una direzione di marcia, mentre il terreno diventa via via più ripido e faticoso da superare, fino ad un ghiaione.

Qui si esce dal bosco e si vedono le rocce dello Spiz de Copàda e anche il panorama attorno. Sono passate due ore abbondanti, però il grosso del dislivello è stato superato e ci si può concedere una breve pausa prima di proseguire sull'immane pietraia, in direzione di una forcella che si intravvede in alto verso sinistra.  

Si procede in fila indiana dietro a Pompeo che ad un certo punto si ferma sul lato sinistro della pietraia ed è allora che si vede, proprio lassù sotto la forcella, Michele che era andato avanti per predisporre un corda fissa per facilitare il superamento del tratto che, più che difficile, risulta friabile e quindi meglio essere prudenti.
Michele sale e disgaggia con un zapìn, poi fissa la corda e scende facendo una serie di nodi per facilitare la presa di quelli che la useranno per sicura e che poi rimarrà fissata in attesa della discesa dopo avere raggiunto la cima.

Intanto tutti si sono spostati sulla destra del canale, sempre al riparo da eventuali cadute di sassi, e così può iniziare il superamento del "tratto chiave", all'inizio uno per volta e distanziati poi, quando il tratto si è ripulito dei sassi mobili, più serrati per velocizzare il superamento del tratto e portarsi sul versante con i mughi.   

Inizia un percorso vegetal-arbustivo tra e sui mughi, con aggiramenti di paretine rocciose, traversate a cercare i tratti dove la vegetazione offre meno ostacolo per risalire il pendio, mirando alla cuspide rocciosa dello Spiz de Copàda. La fila intanto si è allungata e sfilacciata, ma ora non è difficile seguire la traccia anche senza guida, è sufficiente seguire il corridoio tra i mughi e puntare in alto, là dove i primi oramai stanno raggiungendo la cima.

La cima vista da sotto sembra una cupola arrotondata e l'accesso è facilitato da una spaccatura inclinata.
Qualcuno chiede se ci si sta tutti sulla sommità prima di percorrere gli ultimi passi e, avuto il consenso, si va ad accomodare con prudenza perché, in effetti, gli spazi di manovra sono davvero esigui.

Il fotografo si trova in difficoltà: è impossibile fare stare tutti "dentro" un'unica fotografia di vetta.
Bisogna accontentarsi di comporne un collage di tre diverse e ancora qualcuno è rimasto fuori, però l'insieme rende bene la sensazione di allegria e di soddisfazione che si è vissuta in quel momento. 

Sullo Spiz de Copàda, come su altre cime cosiddette "minori" della Val di Zoldo, lo sguardo non trova ostacoli e le montagne più grandi che stanno intorno sembrano risaltare ancora di più rispetto a quando le si guarda dal fondo valle. Da questa lo scorcio più bello lo offrono gli Sforniòi, con il Sasso di Bosconero che si mostra slanciato, seppure in secondo piano, al di là della forcella delle Ciavazòle.

Qualcuno ha portato il caffè, ma si preferisce posticipare la degustazione a quando si arriverà in un posto più comodo e così dopo venti minuti di pausa sulla cima, inizia la discesa con una certa circospezione e prudenza.

Arrivati ai mughi si va veloci e in breve si arriva alla corda fissa che, inevitabilmente, rallenterà la progressione.
Prudenza vuole che si scenda uno alla volta perché, vista la friabilità del tratto, potrebbe succedere che qualche sasso smosso finisca sulla testa di chi sta sotto.

Do una mano pure io, poi arriva Domenico che si sistema più sotto, mentre in basso c'è Michele ad aiutare.
Man mano che il tratto si ripulisce dai sassi mobili le operazioni di discesa si velocizzano, comunque ci vorranno quaranta minuti prima che tutti siano arrivati sul ghiaione sottostante.

L'ultimo a scendere naturalmente è il capogita Pompeo, dopo avere ritirato la corda e messo nello zaino il zapìn di Michele. Infine, tutti sono riuniti sul ghiaione, ora si può riprendere l'escursione ripercorrendo per un tratto il percorso di salita fino a ritornare nel bosco.

Qualcuno che non aveva letto bene il programma della gita e si era illuso che ormai fosse tutta discesa, rimane sconcertato quando la fila comincia a traversare e, infine, a risalire su vaghe tracce nel bosco.  
Un'ultima rampa prativa consegna i gitanti all'abbraccio erboso del pratone di Pian d'Angiàs.

Qui il "fuori traccia" finisce e anche le salite ripide: ora sì che un buon caffè ci sta tutto. Eccome!
Non sembra vero di riprendere a camminare su un comodo sentiero (è il numero 485 che porta a Passo Cibiana).

Seguiamo il sentiero fin quasi a Passo Cibiana, poi per strada forestale arriviamo alla malga Copàda Bassa e ancora per il sentiero dei malgari rientriamo al tornante poco sopra Cornigiàn, dove ritroviamo le nostre auto.
Sono passate nove ore da quando siamo partiti, certamente intense e piene di sensazioni.
I "tecnologici" del gruppo consultano i rispettivi GPS e dicono che abbiamo superato mille metri di dislivello positivo, tenendo conto dei saliscendi, mentre sui chilometri c'è qualche discordanza, sicché alla fine teniamo conto del dato più basso che comunque dice dodici chilometri percorsi.
Se i numeri sono uguali per tutti, per le sensazioni ognuno farà i conti con le proprie: il denominatore comune di sicuro sarà la soddisfazione, ma anche il divertimento, poi ampio spazio alle varie personali sfumature per chi ha avuto qualche timore, per chi "...io una cosa così non l'avevo mai fatta", per chi "...davvero un percorso interessante, complimenti per la scelta", per chi "...proprio un gran bel fuori traccia". 

Gabriele Villa
Spiz de Copàda: un fuori traccia con poca traccia
Val di Zoldo, domenica 20 agosto 2017