Il mio Vioz

di Maurizio Caleffi

Forse la scelta non era casuale! Il giro delle 13 Cime è un itinerario sul quale ho messo gli occhi da tanto tempo: una grandiosa cavalcata in un gruppo di montagne che riportano in me ricordi magnifici ed indimenticabili.

L'idea era quella di affrontare il giro da solo: sarebbe stata una bell'impresa, non tecnicamente difficile e sicuramente alla mia portata. Forse l'unica incognita era il terreno: a parte il Cevedale e il Vioz, le altre cime erano a me del tutto sconosciute. Ovviamente mi documentai a lungo prima di partire e le relazioni che avevo letto mi parlavano di due o tre giorni con unico punto d'appoggio intermedio, il rifugio Mantova, oltre che ad altri tre bivacchi. Ma i bivacchi si sa necessitano di sacco a pelo, fornello, viveri acqua e tante altre piccole cose che appesantiscono e ingrandiscono lo zaino. Se fossi sicuro della mia tenuta fisica potrei pensare di farcela in due giorni. La vera faticaccia sarebbe il secondo giorno: le ultime nove delle "13 Cime" si affrontano tutte di un fiato in un'interminabile sequenza di saliscendi con tratti di roccia friabile.

Decisi quindi per una soluzione intermedia: un solo eventuale bivacco durante la seconda tappa o al "Meneghello" o al "Seveso". Altra idea era quella che riguardava l'utilizzo di una bicicletta per collegare il punto di partenza con quello d'arrivo: infatti, trattandosi di una traversata c'era il problema di raggiungere lo "scudiello" dal punto in cui sarei sceso. Pensai allora di lasciare una bici al Rif. Berni al Passo Gavia e scendere ai Forni in furgone. Tutto era organizzato mi restava solo da sperare che il tempo rimanesse buono per i due o tre giorni necessari all'attraversata.

Poi un caro amico, Davide, incontrato al CAI una sera mi dice che anche lui è in ferie nella stessa settimana ed allora senza pensarci un attimo propongo la mia idea alla sua attenzione e lui accetta con entusiasmo. Tutto sommato essere in due era meno eroico, si, ma più saggio!

Partenza domenica mattina con calma verso le otto: decidemmo di salire per la Val Camonica per raggiungere Ponte di Legno e da li il Passo Gavia: il viaggio si svolse senza tanti intoppi nonostante che fosse domenica e la giornata bella. Giunti al Rif. Berni, posto nel quale era prevista la sistemazione delle bici, ne approfittammo per una mangiata e la gola fu più forte della testa nel senso che ci abbuffammo con salsiccia e polenta annaffiate con vino rosso: l'avremo poi pagata cara questa "impigozzata"!

Durante il pranzo scambiammo due chiacchiere con il giovane gestore del rifugio. Lui subito ci disse che "Le 13", come le chiamano loro, le faceva in una sola giornata e più precisamente in quattordici ore: il record era tredici ed non era ancora riuscito a batterlo! "Accidenti anche qui si va di corsa", pensai: a me non me ne fregava nulla di correre ed invece cercai di farmi indicare se c'erano punti difficili o rischiosi durante il percorso. Ottenute le informazioni desiderate, partimmo per Santa Caterina Valfurva da dove avremmo raggiunto l'albergo ai Forni. Parcheggiato lo "scudiello" ci preparammo per la salita e alle 15,30 avevamo sulle spalle i nostri pesanti zaini con destinazione Pizzini prima e Casati poi.

Lungo la carrareccia iniziale tanti ricordi mi tornavano in mente: in quella valletta eravamo stati alcuni anni fa con una gita CAI. In quella occasioni non riuscimmo a raggiungere la meta prefissata, ovvero il Gran Zebrù, e dovemmo ripiegare per il Cevedale. Con me c'era anche l'indimenticabile Elena: era l'unica gita collettiva alla quale aveva partecipato.

Arrivati al Pizzini una breve sosta era d'obbligo: il tempo era discreto e solo poche nuvole ogni tanto oscuravano il sole. Il giorno prima era nevicato a già a quel punto la neve era presente sul terreno. Non c'era un anima, il rifugio era vuoto e a quel punto a me e Davide non rimaneva che affrontare la ripida salita che ci avrebbe portato al Casati. Me la ricordavo molto lunga e ripida. L'avevo affrontata una sola volta in discesa al ritorno dalla famosa gita CAI e mi era sembrata interminabile: immaginiamola in salita con gli zaini così pesanti sulle spalle!

La progressione fu, infatti, lenta e faticosa: il terreno era un misto fra fango e neve e camminarci sopra mantenendo l'equilibrio era cosa alquanto difficoltosa.... e poi iniziò la "vendetta della salsiccia"! Le gambe erano di legno, la testa era pesante e il fiato proprio non c'era. Avremmo dovuto stare più leggeri a pranzo e anche Davide era d'accordo con me. Le ultime rampe sembravano interminabili e visto l'ora tarda le raffiche di vento erano gelide e violente. Entrammo in rifugio che già stavano mangiando intirizziti dal freddo e stremati dalla fatica: quota 3254 mt.

La stanza assegnataci era al secondo piano e salire le rampe di scale era una fatica incredibile: "...andiamo bene. Domani voglio proprio vedere come farò!"... pensai. La fatica era tale che, cosa stranissima per me, non riuscii a mangiare e nonostante gli incoraggiamenti di Davide riuscii a malapena ad inghiottire tre cucchiai di minestrone. Mi chiusi nel sacco a pelo con il mal di testa, tremante dal freddo e forse anche dalla fatica.

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Mattinata stupenda, non una nuvola in cielo, panorama a 360° da mozzafiato: così si presentò l'alba del ns. secondo giorno. Mi sentivo meglio: la pillola che Davide mi aveva dato per il mal di testa aveva fatto effetto ed anche l'appetito era tornato tanto che riuscii a fare un'abbondante colazione. Fummo gli ultimi ad incamminarci dal rifugio alle 8,30 di mattina. Il programma era quello di raggiungere la cima del Cevedale e poi valutare se continuare visto le ns. precarie condizioni del giorno prima. Ma la salita si svolse tranquillamente e la prima cima fu raggiunta dopo due ore. Già la cima: questa volta finalmente mi vedo intorno. Le due volte precedenti, alcuni anni fa, con Elena, non vedemmo nulla: nebbia e maltempo, ora invece tempo stupendo e panorama da "sciopatesta"!!! La neve è ottima e la traccia ben evidente.

Ci fermammo per riposare e mangiare qualcosa sul versante opposto poche centinaia di metri sotto la vetta. Decidemmo quindi di proseguire per raggiungere il Rif. Mantova al Vioz. Le guide danno sei ore dal Casati e noi ce la sentiamo: la fatica del giorno prima era ormai fortunatamente solo un ricordo.

Presto raggiungemmo la cresta rocciosa del Rosole, la seconda delle nostre cime.

Già avevamo visto il bivacco, quando incontrammo il primo ostacolo: un tratto in discesa su roccia a blocchi instabili. Sicuramente non difficile ma assai pericolosa: cadere su quella cresta voleva dire ruzzolare a destra o a sinistra per centinaia di metri!! Legati e con la massima attenzione procedemmo su quel terreno infido fino a raggiungere dopo un'interminabile ora il Bivacco Colombo.

Entrammo e ci sistemammo sulle brandine: il locale era ben attrezzato anche se un po' in disordine. Poco dopo ci raggiunse una guida di Pejo con alcuni clienti il quale brontolò non poco per lo stato in cui era il rifugio. Dopo alcuni minuti decidemmo di lasciare la compagnia di quel gruppo per riprendere la nostra cavalcata: di fronte a noi c'era l'imponente gobba glaciale del Palon del la Mare. Dopo un breve tratto in discesa e il superamento di una zona crepacciata incominciammo l'interminabile salita.

Alcune nuvole incominciavano a gironzolare per il cielo ed in poco tempo ci trovammo dentro una di esse. Fortunatamente la traccia era ancora ben visibile per cui non c'erano problemi d'orientamento. Ad un certo punto un grosso masso spuntava dal ghiaccio dandoci la sensazione di essere arrivati in cima: colpo di vento, via la nuvola e la salita si rivelò ancora ben più lunga e la cima ancora molto lontana.

Il tempo non era più un gran che: fortunatamente (o sfortunatamente!) sulla cresta finale il cielo si aprì e ci diede modo di vedere la cima successiva, il Vioz.

Era maledettamente lontana e fra noi e lei c'era una lunghissima discesa su rocce e sfasciumi ed una altrettanto lunghissima salita su neve. La stanchezza incominciava a sentirsi e le gambe erano pesanti: inoltre la continua concentrazione necessaria per affrontare la discesa e mantenere l'equilibrio, richiedevano non meno energia di quella fisica.

Raggiunti il Passo della Vedretta Rossa ci fermammo per l'ultima sosta prima della salitona finale: alle nostre spalle in alto il gruppo con la guida. Anche loro procedevano con lentezza ed attenzione.

Il tempo necessario per affrontare quell'ultima tappa fu un susseguirsi di soste programmate: cento passi e pausa...poi ancora cento passi e ancora pausa. E' il mio personale metodo per non pensare alla fatica: in alcuni tratti che mi sembravano meno ripidi, forzavo il ritmo fino a duecento. Onestamente non so dire quanto tempo sia passato nell'affrontare quel tratto so solo che pensavo che avrei raggiunto quella croce che già mi aveva visto con Elena cinque anni fa e forse già la vedevo in alto a destra con alcune persone a fianco.

Quando ormai il terreno era pianeggiante puntai a destra dove una cima mi sembrava essere la nostra meta: mi ricordavo che il rifugio era poco più in basso sull'altro versante. Davide era stanchissimo e io pure ma l'idea di essere arrivato mi dava ancora energie da spendere.

La visibilità era ormai compromessa da diverse nuvole ed arrivato in cima dove c'era anche una croce cercai di vedere il rifugio. Nulla: non si vedeva un tubo! Le persone che avevo visto su quella cima erano due ragazze: a costo di una figuraccia decisi di chiedere a quelle due alpiniste se quella era la cima del Vioz.

"No... mi dissero... la cima e là e il rifugio ...eccolo adesso s'intravede!"

Avevo sbagliato cima, maledizione. Se Davide non fosse stato un amicone, penso che mi avrebbe potuto sparare! 300 mt in linea d'aria ci separavano dalla giusta meta.

Scendemmo e faticosamente, con le ultime energie arrivammo sulla tanto agognata vetta e da li in poco tempo al caldo ed accogliente rifugio. Erano trascorse otto ore dalla nostra partenza dal Casati: ne eravamo soddisfatti considerate tutte le soste, la quota (mai sotto i 3200 mt!) ed infine l'ultimo errore commesso!

Sulle brandine confortevoli del camerone ci scappò un pisolino di un'oretta abbondante e dopo la cena intrattenemmo una piacevole conversazione con le due ragazze incontrate sulla cima del "falso Vioz": Mariam, iraniana, e Silvana di Vermiglio, entrambi impiegate presso un albergo di "Marilleva 1500".

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Il vento aveva scosso le lamiere di rame del tetto durante tutta la notte: dalla finestra accanto al letto tutto sembrava appannato, avvolto fra le nuvole. Già le previsioni meteo avevano dato per la giornata tempo brutto e questo aveva fatto decidere a me e Davide di starcene in rifugio per riposare e recuperare le forze. Era solo martedì e di tempo ne avevamo da vendere. Il gruppo con la guida di Pejo si stava in ogni modo preparando: sarebbero scesi comunque verso il rif. Branca, grazie alla conoscenza del tracciato data dall'esperienza della giuda stessa.

Mariam e Silvana si alzarono per ultime (quelle pigrone!!), ed anche per loro la discesa era obbligatoria: dovevano tornare al lavoro. Di fuori ogni tanto sembrava cadere qualche fiocco di neve: non sapevamo se era l'effetto del vento che trascinava dalle creste la neve o se si trattava realmente di precipitazione atmosferica. Dopo qualche minuto ci rendemmo conto che si trattava di questa seconda ipotesi e le nostre due amiche ci salutarono ed iniziarono la loro discesa verso Pejo. Rimanemmo soli in rifugio con i gestori. Era molto rassicurante trovarsi all'interno di quell'accogliente riparo mentre fuori vento, freddo e neve la facevano da padroni: ciò che invece risultava interminabile era il tempo che non passava mai! Finimmo quindi in branda nuovamente per leggere qualche libro gentilmente prestatoci dalla ragazza del rifugio.

L'abbiocco mi colse impreparato e mi addormentai per un paio d'ore mentre fuori si scatenava il maltempo.

Al risveglio il maltempo si era preso una pausa: addirittura alcune schiarite permettevano di vedere alcuni scorci di panorama. Con Davide decidemmo allora di sgranchirci le gambe, di uscire e di andare a fare un giro. Salimmo così la breve cresta che porta sulla cima del Vioz e da li raggiungemmo la famosa vetta beffarda del giorno prima che era in direzione del tragitto che avremmo dovuto affrontare l'indomani per proseguire la nostra attraversata.

La nostra traversata: entrambi ormai avevamo visto che il programma stava per sfumare. Se il giorno prima avevamo constatato la pericolosità delle creste di quelle montagne in condizioni normali, immaginiamo ora dopo questa nevicata! Non solo: la traccia era ormai sparita rendendo più difficile l'orientamento e maggiore la fatica. Il problema era che lo scudiello era ai Forni e le bici al Berni: tornare in uno di quei due punti non era cosa semplice in quelle condizioni!

Da quel punto d'osservazione avevamo notato una probabile via di discesa sul versante nord del Ghiacciaio dei Forni: questo itinerario ci sembrava sicuro e abbastanza diretto per raggiungere il rif. Branca e da li di nuovo ai Forni dove avevamo parcheggiato il furgone. In effetti, tornati in rifugio e chieste informazioni al gestore, ci fu confermato che in tre ore al massimo era possibile scendere senza tanti pericoli di crepacci.

L'idea piacque sia a me che a Davide e decidemmo il rientro da quel versante per il giorno dopo.

La notte trascorse da parte mia in bianco. Il vento fuori era fortissimo: ululava, sbatteva sul tetto, staccava pezzi di ghiaccio e sassi che picchiando sulle lamiere del coperto provocavano rumori pari a martellate violente. La mente viaggiava nella preoccupazione di affrontare la discesa in quelle condizioni. Le previsioni davano tempo in miglioramento per il giorno a venire ma per ora sembrava che fosse in atto una vera e propria bufera!

Mi alzai presto, prima che aprissero la cucina e la sala da pranzo. Davanti alla porta del rifugio il vento aveva accumulato mezzo metro di neve e fuori era tutto bianco. Persino il cane del rifugio che per un attimo era uscito per fare i suoi bisognini, rientrò di corsa come spaventato dal vento!

Dopo la colazione ci consultammo con il gestore di nuovo. Il tempo doveva migliorare ma durante la notte la pressione era calata bruscamente. Ci consigliò di attendere perché secondo lui il vento avrebbe dovuto calmarsi. Davide ed io nel frattempo incominciammo a farci un idea di come scendere dal facile sentiero che porta a Pejo. Il problema era quello che da li raggiungere le bici o lo "scudiello" era impossibile.

Visto che la figuraccia con le nostre due amiche l'avevamo già fatta alcuni giorni prima sul "falso Vioz" io non mi feci scrupoli e telefonando a Silvana le chiesi se poteva venire a prenderci per poi darci un passaggio in auto fino al Passo Gavia. Gentilissima non solo ci disse di si ma addirittura ci propose di rimanere in valle con loro e ci avrebbero trovato un appartamentino dove fare una doccia e dormire. Il giorno dopo il passaggio al Gavia era garantito: fantastico!

Dopo un'ora e mezza il vento non era assolutamente calato e allora prendemmo la decisione di scendere verso la Val di Pejo. Uscimmo dalla porta del rifugio dopo aver salutato e ringraziato per l'ospitalità: appena girai l'angolo fui investito da una raffica violentissima ed a causa del terreno gelato mi ritrovai a pattinare rischiando di cadere. Rimasi in piedi per miracolo ed arretrai velocemente verso il piccolo porticato d'ingresso. Credo di non aver mai avuto a che fare con un vento così forte e violento! Dopo aver atteso che ci fosse una pausa fra una raffica e l'altra, io e Davide partimmo di slancio per imboccare il sentiero di discesa: dopo poche decine di metri il vento mi diede una forte spinta alle spalle e quella volta mi colse di sorpresa tanto da farmi cadere. Rialzarmi non fu cosa facile, sia per il peso dello zaino che per l'equilibrio reso instabile da quelle frustate improvvise. Una volta in piedi mi puntai con i bastoncini in attesa di una breve tregua e poi ricominciai a camminare. Pochi passi poi ancora un ennesimo spintone di lato ed ancora in terra: meno male che in quel punto il sentiero non era scosceso, sarei sicuramente rotolato a valle!!

Mi rialzo a fatica e appoggiato ad una roccia aspetto Davide che mi raggiunge da li a poco. Come se non bastasse il terreno era ghiacciato e scivoloso e fu così che decidemmo di mettere i ramponi. La scelta si rivelò azzeccata: tenere l'equilibrio era più difficoltoso sui tratti non innevati, ma almeno non correvamo il rischio di scivolare ad ogni passo. Poi tutto quel vento avrebbe dovuto calare non appena fossimo scesi di qualche centinaio di metri. Infatti, lentamente, mentre scendevamo, il vento si faceva sempre meno impetuoso e finalmente la situazione tornò ad essere sotto controllo.

L'arrivo a Doss dei Cembri due ore più tardi fu la fine di tutto quell'inferno. Addirittura c'era anche un po' di sole! Mi resi conto di quanto era piacevole vedere un po' d'erba e qualche fiore dopo quattro giorni che non vedevamo altro che rocce e ghiaccio! Gli alberi e i boschi avevano un aspetto diverso dal solito e un sapore di casa quasi accogliente e tranquillizzante. Una telefonata alle ragazze per accordarci sull'orario d'incontro a fondo valle e poi via con gli impianti fino al paese.

Steso su un prato, in attesa di Mariam, mi guardo intorno e ricordo quando cinque anni fa avevo parcheggiato l'auto li a pochi metri di distanza e con Elena ero salito per la prima volta al Vioz. Allora non avrei mai pensato di tornarci in queste condizioni. Ora non so se e come ci tornerò: vorrei solo che quel ricordo di quella cima, quella croce e quella piccola ragazza al mio fianco non mi lasciassero mai!

A Tarsi..... come promesso! Mauri

Settembre 2001