Il nostro Ben Nevis

di Francesco Pompoli

Ed eccoci qui, io e Monica, alla ricerca del misterioso Vajo Nascosto.
Tralascio le facile battute dei giorni scorsi, l'ironia su quel nome che deve essere sicuramente tutto un programma…
La relazione parla genericamente di attaccare all'altezza di un largo solco nevoso, e ancora prima di arrivarci ci chiediamo: che faccia avrà esattamente un solco nevoso?
Fortuna che la relazione parla anche di salire 50m dopo una caratteristica roccia; quella la riconosciamo, contiamo 50 passi e ci ritroviamo davanti una ripida goulottina incassata. Ecco il solco nevoso, non può che essere quello !
Le piccozze fremono, parto subito all'attacco, senza neanche legarmi. 70°, 75°… la pendenza aumenta, il salto sotto i piedi anche, la neve ghiacciata suona cava, sotto i colpi delle piccozze. Trovo un cordino e un chiodo, mi fermo, calo la corda a Monica e la convinco a legarsi anche se già stava partendo alla carica.
Sale velocemente, così come velocemente io riparto. 50m, non difficili sosta su piccozza su un pendio di neve. Fine della corsa, sembra. Sulla testa pareti di roccia, però… verso destra, si intravede una ripida striscia ghiacciata. Traverso pochi metri e ci sono sotto. Dopo una stagione di cascate non sembra difficile, anzi… solo ogni tanto interrotta da saltini di roccia scoperta. Comunque, è l'unica via di salita, la relazione non ne parla, ma non vedo alternative, se non retrocedere. Continuo allora, primo tratto divertente, a 80° poi un salto di roccia liscia, difficile. Cerco qualcosa da assicurami, niente fessure per chiodi, né per nut. Guardo dietro, saranno 15 metri fino al ripido pendio nevoso. Decido per un chiodo da ghiaccio "psicologico" su neve ghiacciata, non entra neanche per metà… salgo un metro su roccia, poi esco su ghiaccio con le piccozze tutte a sinistra, sbilanciato sposto il peso sul bacino mooolto lentamente, controllo lo sbandieramento, riesco a passare. 
Respirone, di sollievo, continuo ancora un po' e giunto sotto un piccolo strapiombo, decido per la sosta.
La dotazione prevede tre chiodi da roccia; comincio a smartellare, ma niente! Nessuno che vada bene…. Alla fine, decido per un chiodo tenero piantato per meno di metà e due chiodi da ghiaccio su neve dura poco affidabile. Beh… sono pur sempre 3 punti di ancoraggio! Invito Monica a salire lentamente, credo che capisca dal tempo che ho impiegato che il tiro non è facile e la sosta non è buona…
Sale concentrata e sicura, molto bene… evita su mio consiglio il tratto di rocce traversando più in basso e mi raggiunge tranquilla. La mia mente intanto frulla…. siamo sicuramente fuori via, il posto non lo conosco, il peso della cordata è sulle mie spalle… che sia il caso di scendere ? Ancora saremmo in tempo, ma chi ne ha voglia ? Avanti allora, passo il piccolo strapiombo con le piccozze piantate su una lingua di neve dall'aspetto decisamente precario, esco velocemente dalla goulotte impegnativa ed approdo ad un esile mugo, che mi pare l'unica cosa solida in giro. Sosta, e sguardo intorno. Un anfiteatro di rocce ci sbarra la strada, siamo al capolinea! Beh… recupero Monica, e intanto penso alle manovre di discesa. Sale con velocità costante, segno che non trova difficoltà. In effetti la stagione di ghiaccio l'ha trasformata, difficile fermarla con le pikke nelle mani ! La vedo addirittura infilare i suoi "artigli d'acciaio" nella roccia, in elegante dry-tooling… un brivido mi corre nella schiena, ma lei passa sicura. Mentre sale mi guardo intorno, una cresta di neve ventata mi impedisce la vista verso destra.
Continuo a pensare a come scendere da qui, a ripetermi mentalmente la serie di doppie o discese da affrontare. Una sola mezza corda (quindi 22,5m di calata utile), tre chiodi da roccia. Ok, ancora siamo al sicuro. Però…. se oltre quella cresta di neve non spunta una possibilità di salita, siamo al capolinea. Appena mi raggiunge Monica, la depredo letteralmente del poco materiale da lei raccolto, le comunico le mie intenzioni e riparto di slancio. Arrivo alla cresta, mi sporgo e rimango bloccato qualche secondo. Non so se sono felice o disperato, se sono davanti alla salvezza o alla fine della salita. Un ripidissimo pendio di neve all’ombra, almeno 65°, che dopo una cinquantina di metri sparisce sopra un salto verticale di rocce. Il vajo Bianco, piccolissimo, là sotto. Sopra roccia, ma 50 metri circa a destra si intuisce un avvallamento nel pendio… che sia l’ormai mitico vajo Nascosto? Tanto vale…. proseguiamo ! Neve dura, pendio sicuro. Se slavina questo ci sarà bisogno di un cucchiaino da caffè per raccogliermi…
Abbraccio finalmente dopo 40m un larice posto in mezzo al pendio, la prima cosa solida da stamattina. Monica affronta sicura il traverso esposto, io riparto sempre più impaziente di vedere cosa ci aspetta dietro l’ennesimo angolo. Ora, a freddo, davanti alla tastiera, le parole che scorrono veloci, capisco cosa è incredibilmente bello di queste salite. Senza relazione, senza conoscere il posto, non sai mai cosa ti aspetta l’istante dopo. Quello che al momento ti tiene sulle spine alla fine è quello che più di darà il gusto dell’avventura! Ora risalgo un canale che sembra per l’ennesima volta il nostro vajo, finisce su una crestina di neve ma una nuova strettissima goulotte ci invita a salire. 50 m di esaltante arrampicata su neve e ghiaccio ripido e mi ritrovo finalmente su un largo pendio. 
Recupero Monica su uno spuntone e intanto un grido di gioia mi sale dentro… siamo fuori! Ce l’abbiamo fatta… ecco la roccia gialla descritta dalla guida, ecco da dove sale il vajo Nascosto, là sulla destra, alla fine l’abbiamo scovato… proprio alla fine però ! Ancora 100m di canale, un ultima marcissima paretina di roccia e sbuchiamo sulla cresta, avvolti nella nebbia. E Monica che voleva andare sul Ben Nevis, quest'anno. 
Altro che Ben Nevis, Monica, oggi lo abbiamo trovato noi il nostro Ben Nevis !

Aprile 2002