Cresta Nord del Pizzo Bianco ( Biancograt )

di Zeno Benciolini


"Tutto ciò che procura una allegrezza solida, certa, segreta, era in noi e noi non lo sapevamo."
(Gaston Rébuffat)

7 Luglio Duemila. 
Sulle rive del Lago Maggiore, nel parco di una sontuosa villa, tra musica e danze ha luogo l’improbabile inizio di una avventura alpina.
Paolo, con cui arrampico da anni, lavora in una mega-azienda che offre annualmente questa festa per i suoi dipendenti che accorrono da ogni parte d’Italia, accompagnati da consorti e fidanzate.
Lui, invece, ci ha portato il sottoscritto, barbuto compagno di corda.
Certo che un po’ mi sentivo un pesce fuor d’acqua, ma mi consolavo facendo onore alla mensa (peraltro non molto abbondante) anche per fare scorta di carboidrati in vista dei giorni intensi che ci attendevano. 
Il motivo per cui mi trovo qui infatti è che siamo di passaggio e domani mattina proseguiremo per la Svizzera, dove ci aspetta la “Biancograt”, la cresta per eccellenza del Bernina, da tanto tempo sognata e corteggiata.

Il mattino dopo, raggiunta in auto Pontresina, parcheggiamo vicino alla stazione e ci prepariamo. 
Tra il materiale alpinistico sparso sull’asfalto vengo sorpreso seminudo dalla voce di alcuni ragazzi bergamaschi. 
- Dove andate? – ci chiedono.
- Alla Tschierva.
- E domani?
- La Biancograt, se il tempo ci assiste.
- Anche noi.
Bene, a quanto pare avremo compagnia.

Senza fretta, ci incamminiamo per la Val Roseg, quasi pianeggiante e lunghissima. 
E poi, una volta arrivati in fondo alla valle, oltre l’Hotel Roseg, ancora due ore di salita per raggiungere la Chamanna Tschierva dove passeremo la notte, o meglio una parte di essa. 
Non ricordo a che ora siamo ripartiti al mattino, ma c’era ancora buio pesto. 
E a lungo abbiamo barcollato al buio sugli sfasciumi, fino al pendio di neve che porta alla Fuorcla Prievlusa, dove ha inizio la grande cavalcata sulla cresta del Bernina.

La prima parte di cresta è rocciosa, ma non difficile, e il vento ha ricoperto le rocce di fiori di ghiaccio. 
Una cordata che segue mi chiede di lasciargli un cordino in kevlar con cui mi ero protetto su un passaggio delicato. Acconsento, anche se già immagino che forse andrà perduto.
Poi finalmente arriviamo alla base della parte glaciale della via: è bellissima, facile e la riconosco per averla ammirata in mille fotografie. La percorriamo di slancio, sferzati da un vento furioso e sospesi tra due mondi: sulla sinistra nuvole grigie che ci sfiorano coi loro brandelli effimeri (e oltre le nubi è solo l’intuizione del vuoto sottostante) mentre sulla destra, oltre la valle, ammiriamo la parete ripidissima del Piz Roseg, che di tanto in tanto si accende scintillando quando un raggio del sole nascente perfora momentaneamente la grigia massa di vapori.
Incrociamo una cordata che è arrivata in cima al Pizzo Bianco, e sta rientrando. 
Senza parlare, li salutiamo con un cenno della mano .
Arrivati anche noi al Pizzo Bianco, ci ripariamo dal vento dietro al masso sommitale e ci consultiamo sul da farsi. 
Per farmi capire nel frastuono del vento devo avvicinarmi all’orecchio di Paolo, e gridare. 
Paolo ha dei pantaloni nuovi rossi fiammanti, comprati ieri, che (in negozio!) gli sembravano così belli e caldi da poter lasciare a casa i copri pantaloni in gore-tex, e adesso ha freddo. Io lo prendo in giro, anche se in realtà la cosa mi preoccupa un po’: un bivacco imprevisto sarebbe un grosso problema in queste condizioni.



Oltre la nostra altre cinque cordate arrivano sul Pizzo Bianco. Tutte non si fermano nemmeno per una foto, e tornano direttamente per la stessa strada da dove sono venute.
In una parziale e momentanea schiarita il percorso che porta alla vetta più alta è ben visibile: oltre l’intaglio della Breccia del Bernina la via appare ripida, e le rocce sono sporche di neve fresca, che nasconde uno strato invisibile di ghiaccio, vetroso e sottile.
Affascinante. E senza tanti tentennamenti, proseguiamo soli.
Con cautela avanzo lungo cengette facili, abbassandomi leggermente, e per fortuna almeno rimaniamo a lato del crinale, sottovento. 



Mi fermo quando la cresta si abbassa improvvisamente davanti a me, con un salto verticale di una diecina di metri. Per un attimo penso di avere sbagliato via, ma non è possibile. Vado un po’ qua e là cercando di capire, fino proprio sul bordo del salto. Penso che dovremmo trovare l’ancoraggio per una calata, ma non lo vedo. 
Poi nella neve fresca che ricopre la roccia sento con le mani qualcosa… affiora un cordino! 
Lo libero dalla neve, e poi dal verglas che lo incolla alla roccia, lavorando delicatamente con il martello-piccozza. 
Una breve corda doppia e siamo nell’intaglio chiamato Breccia del Bernina.
Tocca ora un passaggio ostico e obliquo e non so come mettere le mani; sbrigativamente incastro la becca del martello da ghiaccio in una fessura verticale in alto e mi appendo di peso, col risultato di superare il passaggio e al contempo di piegare la becca.
E finalmente l’ultimo pezzo di cresta, che prima appariva così ripido, lo superiamo di slancio,con due lunghezze di corda facili e veloci.

Sulla cima siamo emozionati, ma non possiamo permetterci di sostare a lungo. Non si vede niente: siamo soli su un mucchio di pietre sospeso nelle nuvole e beviamo solo un poco di thè, ormai gelido.
Scendiamo per la via normale, lungo la cresta della spalla, che un anno prima avevo percorso da solo, anche allora con brutto tempo. Sentiamo la stanchezza ormai, e nel tratto più ripido sfruttiamo volentieri l’ancoraggio già infisso per una calata in corda doppia. Poi giù, lungo il pendio uniforme, nella nebbia fitta. In quel grigiore ogni passo sembra un passo verso il nulla, e invece so che da qualche parte, in fondo al pendio, c’è la Capanna Marco e Rosa. Proseguiamo diritti lungo la massima pendenza, lungo il filo della memoria che ci porta, non senza una certa sorpresa, a cozzare proprio contro il rifugio.

Oggi la Capanna Marco e Rosa è stata completamente ricostruita secondo i più moderni criteri, ma allora era ancora il vecchio rifugio, essenziale ma accogliente, con la piccola cucina quadrata appiccicata all’ingresso, una stanza da pranzo e le poche camere cui si accedeva da un piccolo ballatoio appena rialzato, tre o quattro gradini, dalla zona pranzo. Dentro, solo poche persone, con l’aria annoiata di chi ha passato una giornata in rifugio, guardando la tormenta fischiare oltre il vetro di una finestra.

Giancarlo Lenatti, che tutti chiamano “Bianco”, è una guida alpina dalla grande barba nera e dai modi ruvidi, e da molti anni è il perfetto custode della Capanna.
Sentendoci entrare si sporge fuori dalla cucina. La sua figura compare insieme ad una nuvola di vapore tiepido e odorante di cibo.
- Da dove venite con questo tempo? – ci chiede
- Dalla Biancograt.
- Beh, l’avete trovata tosta.
È tardi, scendere a valle in giornata come programmato sarebbe impossibile, anche con tempo buono. 
"Bianco" ci fa sedere ad un tavolo tranquillo, e mentre con lentezza ci spogliamo delle imbragature e delle giacche a vento incrostate di neve ci porta qualcosa di caldo.

La cresta tanto sognata è alle spalle, ed effettivamente tosta l’abbiamo trovata. 
Ma siamo contenti di essere andati avanti, piano, senza arrenderci. 
Contenti di esserci immersi nella montagna, e di goderci adesso il calore del rifugio. 


Zeno Benciolini

Verona, luglio 2000


Piz Bernina (4049 m)
Cresta Nord del Pizzo Bianco (Biancograt)
Prima ascensione: Paul Gussfeldt con Hans Grass e Johann Gross il 12 Agosto 1878
Dislivello: 1500 m dalla Chamanna Tschierva (circa 600 m dalla Fuorcla Prievlusa, dove ha inizio la cresta).
Difficoltà: AD fino al Pizzo Bianco. D- (passaggi di III e IV) se si prosegue fino alla vetta del Bernina.