Ice dream 2

di Maurizio Caleffi

 

 


Sei anni dopo trovo ancora la voglia di descrivere una vacanza particolare, ormai diventata consuetudine, ma non per questo scontata e banalizzata.In sei anni sono cambiate tante cose… tante altre sono le stesse!
Allora eravamo in due, ora in cinque; allora ero ferrarese, ora “quasi trentino”.
Quello che comunque più è cambiato è l’età: allora quarantenne, ora quasi “mezzo secolo”.
Vi assicuro che anche solo sei anni si sentono, così come invece è rimasta invariata la passione e la meraviglia con la quale sotto ad ogni cascata, tutte le fatiche svaniscono e lasciano ancora spazio ad un entusiasmo quasi magico.
Prima di iniziare questa ennesima storia di ghiaccio, voglio ringraziare tutti i miei compagni di viaggio: Checco, Albi, Fabri e il “generoso” Christian.



Primo giorno: in viaggio con la paura di tornare subito a casa…

L’appuntamento era in malga alle 14:00, destinazione Val d’Aosta.
Albi e Checco, da Ferrara, si sarebbero incontrati con noi strada facendo.
Io, Christian e Fabri saremo partiti da Sorgazza.

Cogne è nota ai media per un drammatico fatto di cronaca accaduto alcuni anni fa, ma per noi cascatisti rappresenta un vero e proprio “cult”, un posto che ogni ghiacciatore del mondo desidera almeno una volta visitare.
Oltre alle numerosissime cascate di ghiaccio, bisogna infatti dire che nelle valli vicine a Cogne sono passati i più famosi ghiacciatori italiani e “non”, e le loro salite hanno veramente lasciato un segno indelebile nell’evoluzione dell’arrampicata su ghiaccio.
La scelta dell’auto con la quale affrontare il lungo trasferimento (500 km !!), era quasi obbligata: Christian possiede da pochi mesi una nuova e fiammante Subaru Forester, potente, quattro ruote motrici, gomme termiche… ma soprattutto con impianto gpl, il che significa confort, sicurezza e risparmio!!
Appena giunti in Valsugana, giunge una chiamata da Sorgazza.
Carla, infatti in questi giorni di vacanza, ha deciso di rimanere a casa; lasciare la malga incustodita per tre giorni e mezzo, a cavallo di un week-end lavorativo e tanti altri piccoli problemi, non era sicuramente una delle cose migliori da fare.
Avevamo così deciso di dividerci in due: io in vacanza e lei al lavoro nel nostro piccolo ristorante.
Un gruppo di tre scialpinisti giunti in valle la mattina, aveva intrapreso una gita verso Cima d’Asta.
Alla nostra partenza non erano ancora arrivati, ma poco dopo due di loro rientrarono in Sorgazza mentre uno di loro mancava all’appello.
Stando ad una ricostruzione dei fatti, i tre saliti fino al rifugio si erano separati. 
Uno di loro, quello più stanco, decise di fermarsi mentre gli altri due proseguirono verso la cima.
Durante la discesa i due credevano che il loro compagno, dopo un periodo di riposo, sarebbe ritornato verso l’auto autonomamente ed erano convinti di ritrovarlo in malga al loro rientro.
Ma così non fu: quando entrarono al bar, chiedendo a Carla dove si trovava il loro amico, si resero conto che mancava all’appello.
Scattò così l’allarme e la squadra di soccorso si mobilitò subito per le ricerche.
Christian, come noto, è il capo-stazione del Tesino e a notizia avvenuta cercò immediatamente di dare le disposizioni alla squadra, nonostante la sua forzata, ma giustificata assenza.
Al suo cellulare arrivarono un gran numero di chiamate e tutta la macchina organizzativa era ormai in moto: ma il tempo passava e le ore di luce stavano per esaurirsi; si sa che con il buio le cose si complicano e fra l’altro le condizioni meteo non erano delle migliori. 
Già dalla nostra partenza le nuvole basse riducevano la visibilità e fra l’altro aveva anche iniziato a nevischiare.
Eravamo venuti al corrente che una piccola squadra composta da quattro colleghi era riuscita, grazie all’elicottero, a raggiungere una zona abbastanza vicina al rifugio e da qui erano saliti con gli sci, in direzione dello stesso, alla ricerca del disperso.
Ma il tempo era inesorabilmente trascorso: era oramai buio e noi a bordo della nostra auto eravamo addirittura arrivati a Milano. Del disperso nessuna notizia!
Decidemmo di fermarci per una sosta in un autogrill: Christian con il telefono incollato all’orecchio cercava di avere notizie fresche, ma ancora nulla!
La cosa si faceva preoccupante: se la squadra, giunta al rifugio, non avesse ritrovato il disperso, le ricerche sarebbero state interrotte per riprendere il giorno seguente con il favore della luce diurna.
A quel punto Christian mi si avvicinò e con tono risoluto mi disse:

“… se alle 20,00 non si sa ancora nulla, io torno a casa per organizzare le ricerche di domani. Raggiungiamo Checco e Albi, che ci stanno precedendo nel viaggio, voi salite nella loro auto e io torno a casa!”.

Scelta dura e difficile ma assolutamente condivisibile nell’ottica di una persona che, come Christian, è legata al ruolo insostituibile del soccorritore.
Rimasi veramente di stucco; nemmeno tentai di dissuaderlo da quella decisione, era del tutto inutile!
Ripartimmo dall’autogrill: avvisai telefonicamente Checco e Albi di fermarsi alla prima area di servizio per aspettarci, ma senza dirgli ancora nulla.
Io nel frattempo pensavo a quanto stava accadendo e quanto era incredibile tutto ciò.
Il problema non era solo rinunciare alla nostra breve vacanza: se anche io e Fabri ci fossimo imbarcati sulla macchina di Albi e avessimo liberato Christian per farlo rientrare, rimaneva un vero problema il nostro rientro in Trentino, visto che i nostri amici erano invece provenienti da Ferrara.
Chilometro dopo chilometro, la mia mente cercava una soluzione al problema e non solo: era anche una questione di coerenza, quella coerenza che Christian stava dimostrando con la sua decisione di rientrare a casa.
A quel punto, pur senza dirlo, avevo deciso che anch’io sarei rientrato a casa con il “capo” per dare il mio contributo alle ricerche. Mi sembrava onestamente la cosa più corretta da fare, in quanto da poco componente della squadra di soccorso.
Al casello di Balocco, sulla Milano-Torino, arrivò finalmente la notizia: Carla mi telefonò per riferirmi che i ragazzi avevano trovato al rifugio il disperso e che quindi l’allarme era da considerarsi rientrato. 
Vista l’ora sarebbero rimasti a dormire lassù, per poi discendere l’indomani mattina.
Che sollievo! La nostra vacanza era salva e, soprattutto, era stata ritrovata la persona dispersa.
Ancora pochi minuti e saremo tornati indietro!
Il nostro incontro con Albi e Checco all’area di servizio e la confessione dello scampato pericolo.
La Val d’Aosta ci stava aspettando: in vettura… si riparte!
Pizza a fondo valle e arrivo al residence verso le 23:00.
Che viaggio interminabile… ma domani si incomincia!!

Secondo giorno: il mistero della “Monster”

Sveglia alle 7:00: a colazione breve scambio di opinioni sul da farsi.
L’idea, ovviamente è quella di iniziare con qualcosa di facile e di rapidamente accessibile.
Checco, grande navigatore del web, disse di aver letto sui forum che le cascate di Lillaz erano formate.
Scelta fatta di comune accordo, anche in virtù del fatto che nessuno di noi le aveva mai salite.
Arrivati brevissimamente all’attacco ci rendemmo subito conto che le condizioni del ghiaccio erano veramente particolari: il primo salto si presentava cotto dal sole ma con ghiaccio abbondante… ghiaccio? 

Diciamo un agglomerato di neve durissima che offriva comunque una salita divertente con brevi tratti addirittura strapiombanti. Checco addirittura esclamò che gli sembrava di salire il fungo ghiacciato del Cerro Torre… non che nessuno di noi ci sia mai stato!
Le cordate quel giorno erano così composte: i due ferraresi Checco e Albi e i due trentini con il terzo “incalmo” (termine tesino che indica un immigrato), Christian, Fabri ed io.
Al termine del secondo tiro, superammo il primo tratto ghiacciato, e dopo un breve tratto “camminabile”ci trovammo alla base del secondo salto: facile sempre con ghiaccio “cotto” e alla base del quale c’era una marmitta di acqua turchese di non si sa quale profondità!
Fu qui che un cascatista ci superò, da solo e slegato: usava due “Monster “della Grivel, attrezzi singolari in quanto sono costituiti da un manico con forma molto elaborata ed a sezione assolutamente piatta.

 

Essendo noi in tre, Checco e Albi erano più veloci ed ormai erano andati avanti.
Ci si presentava davanti, ora, un lungo tratto orizzontale, dentro ad una gola in fondo alla quale già si intravedeva cosa ci aspettava.
Dapprima una larga fascia rocciosa dalla quale diverse colate sulla quale erano impiegate alcune guide del posto.
L’arrampicatore solitario, quello delle “Monster”, si aggregò al gruppo, il che ci fece immaginare che fosse una guida, anche lui impegnato in quell’appuntamento.
Qui ancora una volta incontrammo un amico di Checco, impegnato nel controllare la salita di alcuni suoi colleghi guida: si chiama Patrik e praticamente lo ritroviamo tutte le volte che veniamo qui in Val d’Aosta.
Ma la nostra attenzione era ora per quella maestosa cascata che già avevamo intravisto: una sessantina di metri di ghiaccio azzurro (finalmente !!) delimitato in alto a destra da un enorme strapiombo di roccia, quasi un enorme becco d’aquila.
Il “solitario” a quel punto, ci superò nuovamente.
Checco ed Albi che ci precedevano a tiri alterni avevano già sostato su una cengia ghiacciata; Christian una volta arrivato in quel posto decise di continuare dritto, affrontando un tratto strapiombante... il solito “generoso” Christian !!
Al nostro turno la salita si presentò veramente entusiasmante!
Io, in coda, colsi l’occasione per scattare alcune foto, specialmente a Fabri poco davanti a me.
Giunti alla sosta, sulla nostra sinistra, l’ultimo salto (finalmente o purtroppo !?). Checco  stava oramai partendo da secondo e quindi Christian già era pronto a quest'ultima fatica.
In quanto “generoso” decise di affrontare il tratto più strapiombante, donando a noi, suoi umili secondi, anche questa emozione.
Gli ultimi metri di questo tiro erano abbondantemente al sole, quasi un regalo a questa bella arrampicata.
Ci trovammo quindi su un largo sentiero, tutti e cinque pronti a scendere ma già con in testa qualche altra salita.
Era infatti ancora presto ed avevamo tutto il tempo per mettere in paniere un altra cascata.
Ritornati alla base, recuperammo gli zaini e ci dirigemmo verso il nostro secondo obiettivo: ”Lillaz-gully”.
Una salita faticosa… almeno per me, vecchietto e poco allenato! Non per la cascata in sé, ma per l’avvicinamento!
Dopo più di un’ora finalmente all’attacco: davanti il giovane Fabri, dietro gli altri, ultimo… ovviamente, io!
Fu qui che Fabri fece la prima scoperta: una vite da ghiaccio della Grivel, lungo l’ultimo tratto di canale nevoso, immediatamente prima della cascata.
Anche a me spesso capita di ritrovare “oggetti smarriti”, quelli che possono definirsi “bottini di guerra”. 
Rimane ovvio che se qualcuno reclama da subito la paternità dell’oggetto, si è pronti immediatamente al reso. 
Spesso se si esce dalla salita e si incontra una cordata che ti precede, gli si chiede se l’oggetto ritrovato è di loro proprietà. Se dopo tutto ciò non si trova il proprietario, allora ringrazi la fortuna e immagazzini il reperto.
Iniziammo la salita: primo tiro di corda per superare il tratto ghiacciato, e poi un lungo canale nevoso che porta al secondo salto.


Davanti a noi sempre Checco e Albi a tiri alterni.
Altro tratto nevoso prima di iniziare il terzo salto. Qui il secondo e inspiegabile ritrovamento: una piccozza e più precisamente una “Monster”. A trovarla fu Albi che in quel momento era il primo di noi a salire.
Incominciai a pensare che quella non era una cascata, ma un vero e proprio mercatino: prima il chiodo e adesso addirittura una picca. Se persi dalla stessa persona, quella salita gli era costata un bel po’!
Ma torniamo a noi: ora, sul terzo salto, il primo era Checco. Io, in coda, arrivando in sosta avevo notato che non c’era ghiaccio lassù in alto. La relazione della salita dava infatti un tratto di “misto” ma al tiro successivo e non in questo!
Dopo un po’ di tentativi, Checco decide di scendere.
Il “generoso” Christian, dopo aver osservato il tratto che aveva portato alla resa Checco, dichiarò che secondo lui si poteva passare.
Data però un occhiata all’orologio e valutando il fatto che eravamo in cinque e rimaneva un ulteriore tiro da fare, decidemmo di rientrare in doppia sulla via di salita.
In effetti, forse, come primo giorno poteva bastare. La nostra mente era già attratta da due cose: le birre e i panini che ci saremo sbranati al bar di Cogne e la sauna calda che ci aspettava al residence!
Seduti al “Bar Licone”, vero punto di ritrovo dei cascatisti della zona, come sempre avviene, le chiacchiere e le battute sulla giornata si sprecarono; in particolare sugli oggetti ritrovati durante la salita.
A questo punto, Christian formulò un’ipotesi a tratti folle e fantasiosa…. complice forse la birrona  che si era appena tracannato!

“… e se la picca e il chiodo fossero appartenute ad un malcapitato che nel tentativo di salire (magari slegato e in solitaria!!) il tratto di misto, da noi abbandonato, fosse caduto??!!... magari nella parte poco sopra alla nostra ritirata!”

La questione si discusse a lungo fra incredulità e, perché no, un pizzico di ironia.
Certo sarebbe stata una cosa veramente da film giallo! Ma seppur ridendo, Christian aggiunse:

“… e magari poteva aver bisogno di aiuto??!!”

Il solito “generoso”: sperammo ovviamente che tutto fosse pura fantasia ed in ogni caso ci riproponemmo di seguire i notiziari dei giorni dopo per sapere se c’erano dispersi in zona… magari quel solitario che in mattinata ci aveva superato un paio di volte!!

Terzo giorno: un ritorno

Fuori dalle finestre a quell’ora era ancora buio.
Albi sbirciando dai vetri esclamò: “Nevica!!”
Non era possibile! Le previsioni davano tempo bello e noi quel giorno avevamo deciso di inoltrarci in Valnontey per salire due cascate già fatte negli anni addietro.

In effetti alle prime luci dell’alba, da lì a poco, nuvole basse e tutto intorno una bella spolverata bianca: tutto sommato pochissimi centimetri e quindi non erano un grosso problema.
Usciti dalla rimessa con la macchina, già tra le nuvole si intravedeva un po’ di azzurro, e poco dopo, giunti al parcheggio di Valnontey, il cielo era praticamente sgombro, complice un forte vento in quota che aveva fatto pulizia.
Ci incamminammo lungo la traccia che, in fondo valle, corre parallela alla pista di fondo.
Da subito notai che le condizioni delle innumerevoli cascate di zona erano decisamente migliori rispetto all’anno precedente: nulla di eccezionale, ma, in una scala da uno a dieci, se l’anno prima era un quattro, ora gli si poteva dare un bel sette e mezzo!
Ci dividemmo i compiti come segue: Albi, Checco e Fabri su “Acheronte”, io e il “generoso Christian” su “Patrì”.

Due cascate, queste, vicine che proprio l’anno prima avevamo salito ma in ordine inverso, quindi per ognuno di noi era sostanzialmente una nuova salita.
A dire il vero, per quello che mi riguarda “Patrì” l’avevo già conosciuta nel 2002, ma per me era assolutamente un graditissimo ritorno ad una salita sempre bella e affascinante.
Come purtroppo e inevitabilmente succede quasi sempre, all’attacco delle cascate, davanti a noi numerose cordate: non è mai piacevole salire con gente sulla testa che potrebbe scaricarti addosso, da un momento all’altro, qualche blocco di ghiaccio!
A dire il vero le normali norme di sicurezza vorrebbero che in tal caso sarebbe meglio rinunciare alla salita: ma ciò lo si fa solamente se hai un’alternativa lì disponibile al momento e in quel frangente anche le cascate li intorno erano impegnate. Allora si va ugualmente e si spera che la “grandine” sia la più fina possibile!
Affrontai da capo-cordata il ramo di destra della colata iniziale cercando di defilarmi rispetto alle eventuali linee di caduta dei pezzi di ghiaccio provenienti dall’alto.
Purtroppo arrivati sotto ad un ultimo muretto di ghiaccio la persona che mi stava di sopra mi attraversò sulla testa rendendo vano ogni mio proposito di starmene al sicuro.
Decisi così di sostare molto più defilato e non terminare quel tiro di corda là dove sarei dovuto arrivare.
Riuscimmo comunque a sopravanzare quella cordata due tiri dopo liberandoci dalla brutta sensazione di essere sempre sotto il tiro delle loro scariche.

Patrì offre, alla fine della sua salita, due possibilità: a desta un candelone meraviglioso di 40/45 metri e a sinistra una grande colata più appoggiata che in altro si infila in una stretta goulotte.
Fu quest’ultima che scegliemmo, anche perché quel tiro sarebbe toccato a me e onestamente proprio non me la sentivo di affrontare difficoltà superiori.

Mentre affrontavamo la goulotte finale sulle nostre teste apparve Checco che aveva deciso di scendere proprio lungo la nostra salita dopo aver terminato “Acheronte”, poco più a destra rispetto a noi.
La cosa comportò un po’ di traffico: io e Christian in salita, Checco, Fabri e Albi in discesa, poco sopra di noi una cordata francese e a lato un’altra della stessa compagnia…. tutti concentrati in quella strettoia larga poco più delle mie spalle. Situazione veramente imbarazzante… a dir poco!!
Riuscimmo comunque a districarci e a terminare la nostra salita baciati dal sole e lasciandoci alle spalle numerosi colleghi. Visto il traffico “ai piani di sotto” decidemmo, insieme ai francesi, di calarci lungo il candelone a lato che ci pareva essere sgombro da cordate.
In un quarto d’ora eravamo tutti e quattro alla base da dove con un largo giro si poteva scendere a piedi fino a dove Christian aveva lasciato lo zaino, prima di iniziare la salita.

Il ritorno al parcheggio fu davvero interminabile, quasi come se avessero allungato la valle nel frattempo.
Lì arrivati credemmo di trovare i nostri compagni di avventura, in quanto li avevamo lasciati mentre già avevano iniziato le doppie.
Una telefonata ad Albi risolse il caso: anche loro, una volta arrivati alla base, avevano deciso di salire Patrì… davvero instancabili!! Non ci rimase che aspettare il loro rientro e ingannammo l’attesa con un buon panino caldo, una birra, un caffè e un giretto a Cogne.
Dopo un paio d’ore eravamo nuovamente al “Bar Licone” dove approfittammo della presenza del gestore, nonchè guida alpina, per chiedere consiglio sul da farsi l’indomani mattina.
Gli chiedemmo una salita breve, non estrema e ben formata  e la sua risposta fu “Parto Gemellare”.
Sembrava proprio fare al caso nostro e rientrati in camera, diedi un’occhiata alla guida avendo conferma dell’ottima scelta.
Come chiudere al meglio la fatica di una fredda giornata in cascata se non con una bella sauna calda! 
Una vera libidine l’oretta trascorsa a fare idromassaggi, docce calde o fredde (quest’ultime sono una vera prova di coraggio!) e bagni turchi.
In quella occasione Checco aveva addirittura  portato con se alcune lattine di birra… totale relax!
La serata si concluse a Gimillian, piccola borgata sopra a Cogne. Qui si trova un ristorante molto frequentato dai cascatisti e in quella occasione incontrammo alcuni colleghi trovati in cascata nei giorni appena trascorsi.
È incredibile, come qui a Cogne, tutto giri intorno al mondo ghiacciato delle cascate!

Quarto giorno: dottor Christian e il “Parto Gemellare”

Era arrivato l’ultimo giorno di questa nostra breve vacanza.
Durante la colazione Checco da un’occhiata alla relazione della salita da noi preventivata e si rese conto che il primo tiro non era per niente banale.
Questa cascata infatti e composta da due salti ghiacciati e si sviluppa sopra ad una galleria paramassi lungo la strada che  arriva a Cogne.


Il salto incriminato scende sulla parete esterna della galleria per una trentina di metri con andamento pressoché verticale.
“Chi fa il primo tiro?”
chiese Checco.
“Credo che non ci siano dubbi…”
risposi io.

“… Christian è in forma strepitosa! Lo dovevate vedere l‘altro giorno sullo strapiombo dell’ultimo tiro di “Lillaz”! Senza dragone si è anche fermato a chiodare!! Veramente notevole… è o non è il “generoso” Christian!!”

Avevamo già trovato la risposta alla nostra domanda.
Dopo qualche contrattempo arrivammo alla cascata… unico problema: parcheggiare le auto!
Si è infatti lungo la strada e, ne prima ne dopo la galleria della cascate, c’erano le piazzole di sosta.
Unica possibilità quasi un chilometro più avanti.
Io e Fabri, scaricati da Christian, prendemmo immediatamente possesso dell’attacco della cascata: gli altri ci raggiunsero mezz’ora più tardi.
Da lì il primo salto appariva come descritto e di consistenza discreta ma che già lasciava presagire un buon impegno.
Tornammo alle formazioni del primo giorno: il “generoso” Christian con me e Fabri, Checco e Albi.
Fu a quel punto che Checco ci chiese di tirargli la corda: ne lui, ne Albi se la sentivano di fare da primi quel tiro.
Christian era già in azione: prima vite, la più importante, come ben si sa!
Per secondo ancoraggio, una clessidra di ghiaccio e poi via nelle fauci della cascata!
Il terzo rinvio fu nuovamente una vite, pochi metri più in alto, ma assolutamente necessaria vista l’ignota clessidra, sotto!
Poi movimenti atletici e misurati a superare i metri più difficili e prima di finire il muro ghiacciato: prima comunque altra vite, fondamentale per uscire in sicurezza dalle difficoltà.
Bravo Christian!!! Che classe e che grinta: precisione chirurgica!!
Ora toccava a me: con lo zaino sulle spalle mi avvicinai al muro ghiacciato di quel tiro e, rassicurato dalla presenza della corda dall’alto, cercai di elevare i miei novanta chili nel modo più dignitoso possibile.
Credo che mi riuscii! Ne fu la prova la tranquillità con la quale risolsi quel tiro: i movimenti riuscirono corretti ed equilibrati e ne risultò una salita entusiasmante.
Dietro di me anche il giovane Fabri assaporò a pieno la tecnicità di quella lunghezza: glielo si leggeva nello sguardo al suo arrivo al punto di sosta.
A quel punto mi svincolai dalla loro corda e li lasciai proseguire per il tiro successivo: mi misi al recupero di Checco e Albi e anche loro uscirono compiaciuti alla sosta.
Ora bisognava attaccare il secondo salto, sicuramente più appoggiato e lungo, tanto da richiedere almeno altre due lunghezze di corda.
Mi proposi al comando e, Albi e Checco, acconsentirono: era quasi come tornare alle origini, stavo di nuovo arrampicando con compagni ferraresi!
Alla sosta di quel secondo tiro raggiunsi Christian e Fabri e fu allora che la nostra attenzione fu rapita da un elicottero che da fondo valle andava verso Cogne: di li a pochi minuti lo vedemmo rientrare.
“Non avranno mica trovato quello delle “Monster”??!!”
… dissi a Christian quasi per scherzo.
“Speriamo ben di no!”
… mi rispose prima di ripartire per quell’ultimo tiro.
Ci ritrovammo tutti e cinque alla fine di quella cascata, venti minuti dopo.
Era ora di scendere, prendere le auto e rientrare a casa.
Raggiunte le auto, ci apprestammo al rito della divisione dei materiali, e brindammo con foto alle nostre giornate di festa.
Ad Aymaville ci concedemmo una pizza prima di intraprendere il viaggio vero e proprio.

Arrivederci a presto Val d’Aosta… anche se il prossimo anno non sappiamo ancora dove andremo a seguire i nostri sogni ghiacciati.

Da parte mia, un grazie sincero ai miei compagni di avventura!


M.ice
Febbraio 2008