"Vetri rotti" ...a Cima Presanella

di Cristina Zamboni
 

Cristina, scriveresti la tua esperienza per Intraigiarùn?
Ma...”
Non c'è mica fretta, prima puoi lasciar decantare la cosa, magari, fra due o tre mesi, quando ti senti, mi mandi qualcosa...”
Non so come a dire a Gabriele che, se aspetta me, fa prima a chiudere il sito.
Non ne ho la forza, un paio di notti a girarmi nel letto mi hanno tolto ogni spinta, non ho voglia di ripensarci, il pensiero ci va già da solo senza che io voglia, non mi va di mettermi lì a pensarci di proposito per scrivere.
E se scrivessi qualcosa io di quello che mi ha raccontato, magari ne parliamo...”
Scrivi, scrivi, a me va benissimo!
Sono felicissima d'aver sbolognato la patata bollente, e poi sono sicura che Gabri ci tirerà fuori qualcosa di buono.
Ma c'è qualcosa che m'inchioda: la generosità di Stefano, dei miei compagni di cordata e dei componenti delle due cordate vicine vale almeno due righe su Intraigiarùn.
Stefano non è in cordata con me, è il mio “vicino di cordata”, il capocordata della cordata vicina.
Posso ben dire che la sua generosità m'ha accompagnata per tutta la giornata di cui m'appresto ora a raccontare: prima delle luci dell'alba, illuminando i miei passi con la sua frontale dato che la mia luce era troppo fioca, il pomeriggio, tirandomi fuori dai guai, la sera, scendendo a valle facendomi compagnia tenendo il mio passo lento ed esausto e scherzando e raccontandomi un sacco di cose per distrarmi dai crampi.
Grazie a tutti, queste righe sono per voi.

Siamo sulla via del ritorno.
Sono felicissima della giornata trascorsa.
Ho ancora negli occhi la meraviglia scintillante della cresta nevosa.
Il bel colpo d'occhio sul Carè Alto m'ha riempito di gioia.
Oggi poi è una giornata particolare, una di quelle giornate in cui realizzi un desiderio a lungo desiderato, il sogno da tanto tempo nel cassetto.
Dovevo avere sei o sette anni quando mia mamma mi portò al Grossglockner, e dalla terrazza da cui si ammira il panorama ci fermammo a guardare il ritorno delle cordate.
Ne fui ammaliata.
Le chiesi se ci potevamo andare anche noi, ma lei mi rispose che era fuori discussione perchè c'erano i crepacci.
Le cordate che tornavano mi sono rimaste dentro e oggi, finalmente, sto percorrendo un ghiacciaio.
Mi sta affascinando, è da questa mattina che sono in fibrillazione.
Ne valeva decisamente la pena d'un po' di fatica.
Ma adesso la fatica è più d'un po', anche se siamo a buon punto: abbiamo già disceso tutta la parte sommitale del ghiacciaio, saremo più o meno a due terzi, già si vede la morena, ormai non manca tanto.
Ho ancora tanto fiato ma comincio a sentire le gambe un po' stanche, ho uno strano male alle caviglie, ogni passo, ora, si fa sentire.
I ramponi per me sono una novità, è dall'alba che li ho indosso e, adesso che è pomeriggio inoltrato, sento che non ne posso più di portarli, soprattutto con il ghiaccio che è secco, con quello umido ancora ci duravo.
Vedo la stanchezza sulle facce dei miei compagni di cordata e sui componenti delle altre.
Cerco di sopperire alla stanchezza che aumenta mettendoci più concentrazione, dove le caviglie cedono deve intervenire la testa.
I crepacci però cominciano a diventare davvero tanti, rispetto a questa mattina il ghiacciaio sembra un altro posto e m'incute molto più timore.
Sono stanca di saltar crepacci, ma quanti ce ne sono?
Sono sempre più larghi, e ad ogni salto le caviglie urlano.
Sono molto concentrata, forse troppo, ho la guardia troppo alta.
Nella discesa in ghiacciaio il capocordata è dietro, e ora davanti c'è “lo sgargino di cordata”, quello che in salita era il terzo.

Purtroppo la guardia troppo alta sta facendo arrivare la titubanza, sto cominciando a non fidarmi del mio sgargino; forse, se a scegliere la strada ci fosse il capocordata, mi sentirei più sicura.
Ma non è detto.
Sta cedendo la sicurezza dentro di me, forse col Capo davanti ci sarebbe solo un flebile miglioramento.
Forse è solo stanchezza passeggera.
In ogni caso la devo far passare, anche perchè se sono stanca io lo saranno sicuramente anche gli altri.
La testa la sto tenendo sul collo, sono le caviglie che non mi stanno più tenendo, ho la sensazione che stiano esplodendo.
Lo Sgargino è bravo ma non ha esperienza.
E' coscienzioso ma ogni tanto è precipitoso.
Ha voglia di spaccare il mondo, è pieno d'entusiasmo, ma oggi, alle mie spalle, faceva a volte dei passi troppo rumorosi per essere fermi.
Colpa dell'ansia di fare le cose.
Il ragazzo si farà, ma per oggi è uno sgargino.
Io purtroppo sto diventando come un cavallo che scarta di lato davanti all'ostacolo, sempre più indecisa, sempre più titubante, sempre più lenta, se vado avanti così ci fa buio addosso.
Me ne rendo conto, ma non riesco a dominare questa cosa.


Lo Sgargino salta un crepaccio in un punto dov'è larghissimo.
Divento recalcitrante: “Io da qui non ci riesco”.
Effettivamente è molto largo nel punto dove lo Sgargino ha saltato, e la cordata vicina si fa più a sinistra dove il crepaccio sembra più stretto e i suoi tre componenti passano agevolmente dall'altra parte.
Vado più a sinistra anche io”.
La titubanza però non cala, c'è qualcosa che mi blocca.
Dai, Cristina, sono passati in tre, vuoi non passare tu?” - mi rincuora da dietro il mio capocordata.
Io... io sento che suona cavo
Ma va là!
E' da oggi che mi prendono in giro sui suoni che sento.
I ragazzi mi conoscono, siamo già andati via insieme diverse volte, ma non sanno che sono una che sta molto in silenzio ed è molto abituata, pertanto, a prestare attenzione ai suoni: accendo difficilmente radio e televisione, vado a correre senza MP3, riconosco chi entra e chi esce da casa semplicemente dal modo con cui vengono chiuse le porte; sono cresciuta in un posto in cui al calare delle tenebre cala anche il silenzio, dove, la mattina, non ho bisogno d'aprire gli occhi per sapere che tempo fa, m'è sufficiente sentire come l'aria trasmette i rintocchi del campanile...
Se c'è nebbia, poi, lontana, si sente la sirena del porto.
Non m'abituo al rumore di fondo della città, la sera sento il petrolchimico che sovrasta le fusa della mia gatta.
Chissà, forse in montagna io cerco il silenzio delle cime, che, tuttavia, sanno essere impietose a rumore, come quando elargiscono una scarica di sassi.
Chissà, sarà per questo che mi piacciono molto le persone di poche parole.
Potrò sembrare pazza, ma se spegnete le fonti di rumore capirete di cosa sto parlando.
Cristina!
Basta, vado.
Tengo per me i miei deliri, anche se “cavo al piè sonante sembra il terreno”, come dice Salvatore Quasimodo in una sua poesia. Forse anche lui era uno che stava in silenzio ad ascoltare.
Però all'andata, grazie a come suonava il terreno sotto i piedi, io mi sono resa conto dell'esistenza della crepacciata terminale prima che il mio capocordata me la facesse notare.
Come la mettiamo?
Bisogna però che mi decida, devo andare, è troppo tempo che sto rimirando questo crepaccio, sembra che stia cercando la pentola d'oro.
M'avvicino indecisa, cerco di ricordarmi dove son passati gli altri.
Qualcosa non va, sotto i miei piedi si schiantano dei vetri...


C'è qualcosa che sta cedendo sotto di me, io non capisco.
Anzi no, il rumore non è sotto i miei piedi, sono io che sono dentro il rumore.
E' come che qualcuno abbia tirato un sasso contro il vetro d'una finestra, e mentre ti giri per vedere che cos'è successo t'accorgi che il sasso sei tu.
Io sto sprofondando in mezzo al fragore, lancio un urlo che mi fa gelare il sangue, i vetri che vanno in frantumi volano in tutte le direzioni, sono quasi divertenti da vedere se non fosse per questi schianti che si susseguono...
Silenzio, finalmente.
Ma il sospiro di sollievo muore sul nascere perchè c'è troppo silenzio se mi sento respirare.
Dio mio.
Dai pensieri fa capolino un viso.
Se tu sapessi dove sono finita...
E adesso?
La mia calma mi fa quasi incazzare, è assurda, fuori luogo, perchè ci sarebbe invece da disperarsi.
Sono incredibilmente lucida, è come se l'infrangersi dei vetri e il mio urlo mi avessero tirato un secchio d'acqua fredda in faccia. Alla mia destra c'è come una camera con le stalattiti, c'è come una volta con delle trabecole delicate.
Sono una delle cose più belle che abbia mai visto, ma cos'è sto lavoro, la corda mi sta facendo andar giù piano piano, è una discesa lenta e inesorabile, con degli scatti come se fosse una carrucola che mi molla...
Ma dai, che ti stanno tenendo, è la paura che ti sta organizzando il delirio d'andare più giù ancora, sei legata.
Ma quale delirio d'Egitto!
Io sento i millimetri che scorrono, sto andando giù lì dove il crepaccio si restringe, se m'infilo lì dove si fa più stretto con i ramponi m'incastro come quel povero bambino a Vermicino...
Quanto ci sarà per penzolare lì coi piedi?
Un metro?
Un metro e mezzo?
Con 'sta luce azzurrognola non mi rendo conto delle misure, ma mettiamo un metro.
Devo far qualcosa.
Se ci sono le stalattiti ci saranno le stalagmiti.
Do una piccozzata lì dentro così si rompe quello che si deve rompere e resiste quello che mi può tenere e su cui posso quindi mettere i piedi.
Questo rumore di vetri mi dà fastidio.
E il silenzio no?
Non c'è niente, maiala vera, cosa ti credevi, cretina, di trovare la presa a forma di gatto del Monodito?
Lo sanno tutti che i crepacci hanno le pareti lisce.
Tutti tranne te, stupida.
Sto pensando velocemente come quella volta su quella corda doppia nel vuoto.
Ma non devo pensare cose che non servono, devo fare ordine, devo cercare d'andare su almeno da contrastare la discesa. E' una cagata pensare d'andar su frontali, hai una piccozza sola, poi non senti che ti trema il braccio, quando ti molla di colpo per sfinimento dai un altro strattone e vedi mo come ti manda più giù ancora.

Gabriele.
Gabriele nel camino ai Sassi.
Il crepaccio alla fine è come un camino.
Laggiù no che è stretto, qui sì, devo mettere la schiena contro questa parete e le gambe stese ad angolo retto contro quest'altra piantandoci i ramponi.
Gabriele non aveva lo zaino però...
Ma senza zaino è troppo largo, e poi, in ogni caso, il secondo di cordata ha lo zaino e quindi si fa anche con lo zaino per forza.
Spalle, schiena, gambe e piccozza, vado su e sono più comoda e non sto appesa alla corda.
Sto andando su!!!
Ma quanto devo andar su?
Su c'è ancora un'altezza che sarà quasi due volte la mia, con questa luce non ci si capisce niente.
Loro mi tirano su, ma io devo salire un altro po' anche se non ce la faccio a fare tutta quell'altezza lì.
Ma c'è il nodo a palla che non abbiamo disfatto dal ghiaccio umido e questo è secco e non va bene.

Ma chi se ne frega del nodo a palla, tanto io non ci posso fare niente.
Ma sono nel crepaccio largo che non volevo saltare o in un crepaccio parallelo?
Ma cosa m'interessa, uno vale l'altro, che sia di qua o di là il guaio non cambia, sono in una situazione di merda comunque. Devo andar su con la schiena e con le spalle come faceva Gabriele...
Stai bene?
Sì!
Vorrei gridare dalla gioia, c'è Stefano affacciato sul bordo. Lo riconosco dalla voce, non lo vedo bene in faccia, ho gli occhiali da sole e devo essere piena di vetri.
E lo riconosco anche dall'accento, il mio stesso accento visto che condivide un po' delle mie origini.
Ti sei fatta male?
Noo!
Sei piena di pinduli, non ti sei tagliata?
No.
Allunga il braccio verso il basso, io alzo il mio, ma ci manca un bel pezzo per toccarci.
Ce la fai a venir più su?
Sìì!!!
Dammi la piccozza”.
No.
Non ci capiamo bene su cosa possiamo fare con la piccozza. Ma pazienza. Mi acchiappa. Dio, grazie.
Non tirarmi su diritto se no mi lussi una spalla. Devi tirarmi in due direzioni, vedi come sono messa?
A star laggiù sono diventata anche pretenziosa. Mi fa sorridere questo nostro discutere di fisica. Sono felice, mi viene da ridere, mi sento già al sicuro, mi sento già fuori.
Dai...
Lui tira, io faccio forza sul rampone destro. Lui tira troppo e io spingo troppo, per l'eccesso di forza Stefano cade indietro e io gli cado addosso uscendo dal crepaccio. Ce la ridiamo.
Grazie!!!
Ho voglia di ridere.
Sono tranquilla e contenta.
Sto per dire: “Pensavate d'esservi liberati di me”, ma mi mordo la lingua, mi limito a ringraziare, perchè incrocio otto paia d'occhi preoccupati, tesi, affettuosi, increduli, gioiosi..
Li abbraccerei tutti.
Sono dispiaciutissima della paura che ho fatto loro prendere.
Li rassicuro sul fatto che sto bene, non mi sono fatta un graffio, ho solo tagliato una ghetta.
Non mi capacito nemmeno io ma va bene così, delle volte è meglio non farsi troppe domande.
Il mio Capocordata e lo Sgargino hanno tirato come dei disperati.
Grazie a tutti”.
Ma non c'è tempo, bisogna ripartire.
I crepacci sono ancora tanti.
Il giretto sotto terra m'ha fatto passare la stanchezza e m'ha tranquillizzato.
So che quando sarò a valle mi verrà giù una bella botta di paura, ma ci penserò una volta giù, una cosa alla volta.

La stanchezza e i crampi arrivano scendendo per il bosco.
Cristina, ringrazia la Madonnina degli alpinisti!
Cosa?
Stefano mi aspetta, sto arrancando.
A una svolta del sentiero c'è un altarino con la Madonnina degli alpinisti, non l'hai notata salendo?
No, ma La ringrazio anche se non faccio parte della categoria. Ringrazio Lei, te, mio vicino di cordata e i ragazzi in cordata con te, il mio Capocordata, lo Sgargino, Donatella e i suoi. E anche Gabriele, anche se non c'era, visto che m'ha insegnato l'arrampicata in camino”.


La paura è arrivata puntuale nel viaggio di ritorno.
Ho cercato d'esorcizzarla con un sms a Gabriele ed uno a una persona di poche parole...
Desidero tornare in ghiacciaio.
Non voglio che quel rumore di vetri rotti rovini quel sogno cullato da quand'ero bambina.
Non so quando ci riuscirò, devo far depositare il tempo, ho bisogno di spazzare i frammenti con calma.
Magari voglio fare solo l'andata alle prime luci dell'alba e poi ritornare per un'altra strada, adesso però non ci posso pensare.
Il ghiacciaio è come la vita, a volte scintillante, a volte pieno di crepacci, solo che nella vita non si ha la fortuna d'aver qualcuno che ti sceglie la strada meno crepacciata, che tiene la tua corda tirata o ti ripesca quando vai a finire giù.
Non per questo però uno può esimersi dal camminare.
Chissà, forse, perchè io torni in ghiacciaio ci vorrà lo stesso tempo che servirà per fare dello Sgargino un capocordata affidabile in ghiacciaio.
Caro Sgargino, mio malgrado t'ho fatto fare un'esperienza che ai corsi ti sogni, bella forza simulare una prova di trattenuta per trattenere uno che sai che si butterà per terra.
Con me hai fatto una trattenuta vera, inaspettata, repentina, chissà che strattone che ti sei preso da dietro.
E meno male che mi hai tenuto.
Può darsi che sarò nella tua cordata.
È una speranza, Sgargino.
E la speranza è sempre il progetto d'un impegno.
 

Cristina Zamboni
"Vetri rotti" ...a Cima Presanella
Ferrara, 5 agosto 2010

 


Per le foto che illustrano il testo la redazione ringrazia:
Roberto Belletti e Tiziano Dall'Occo (per le foto della gita a Cima Presanella)
Emanuela Zocchi (per la foto ai Sassi dei Colli Euganei)