Heavy & Slow

Storia di un metodo alternativo per affrontare le piccole pareti.

di Pietro Agosti


Come qualcuno forse avrà già intuito dal titolo, in questo racconto non c’è nulla di alpinisticamente degno di nota. Anzi tutt’altro: è solo il racconto scanzonato di una (intera) giornata di arrampicata.
Me l’aveva chiesto l’amico Gabriele, quindi al massimo … prendetevela con lui!
Heavy and Slow – pesanti e lenti - dicevamo, ossia l’opposto di Fast & Light – veloci e leggeri - lo stile che gli alpinisti di punta cercano di adottare sulle grandi pareti del mondo.
Ma per meglio gustare, il che è tutto dire, questo resoconto tragicomico, si è pensato di dividerlo in capitoli o forse sarebbe meglio dire in canti.
Un po’ come Dante con la Divina Commedia.
Inferno ovviamente.

Prologo
Per i non avvezzi alle terre appenniniche, pur se esiste un’infinità di posti più belli e blasonati, la Rocca del Prete rappresenta un bel campo di gioco sia estivo che invernale, tanto che per i piacentini, o meglio per qualche piacentino, è un po’ la “parete di casa”. Se d’estate ormai il terreno è quasi completamente “spianato” per i ripetitori (cosa che intendiamoci fa molto piacere anche allo scrivente), d’inverno l’avventura è più viva e la metaforica pagnotta per uscire dalla parete bisogna guadagnarsela. Tutti gli inverni ho il pallino di fare qualcosa in Rocca e qualche idea “stimolante” viene sempre in mente. Infatti, dato che la parete non è particolarmente alta, ben si presta al supremo perfezionamento dello stile Heavy & Slow nel quale sia io che i miei amici eccelliamo: la ravanata.
Ma torniamo al presente, o meglio al passato: siamo agli inizi del marzo scorso e dopo un primo timido tentativo di trovare dei compagni per andare a provare per la terza volta a ripetere la Diretta in inverno, tentativo stranamente naufragato per assenza di pretendenti, provo a convincere la Rita e l’Elisa che la Via Cordani in veste invernale è veramente una bella salita. Uso ogni trucco possibile ed alla fine, incuriosite, cedono e decidono di venire.
A mia discolpa posso dire che, avendola percorsa qualche anno prima con condizioni molto secche insieme a Marino ed Alessandro, sapevo che la Cordani con piccozze e ramponi una bella salita lo è per davvero, oltre che in estate forse la migliore via della Rocca nel suo ordine di difficoltà.

Preludio
Una domenica, parafrasando Shakespeare quando il gufo cede il passo al tacchino, con le mie compagne ci avviamo da Piacenza lungo la strada che in un’oretta e mezza porta al parcheggio della “parete di casa”.
Qui per caso troviamo Manu (Emanuele Casazza NdR) che ha in programma un’impegnativa solitaria che porterà a casa con uno stile davvero “fast & light”: bravo sul serio!
Due chiacchiere nell’avvicinamento durante il quale astutamente lo mandiamo avanti a battere traccia e poi le nostre strade si dividono. In breve con la Rita e l’Elisa ci troviamo all’attacco della nostra via.

Ouverture
L’Elisa vince (o perde a seconda dei punti di vista) il pari e dispari e così ha l’onere e l’onore di aprire le danze sul primo tiro. La parete è smaltata di bianco, le condizioni della neve qui sono tutt’altro che buone e quindi abbiamo la certezza che almeno l’obbiettivo “ravanata” sarà molto probabilmente raggiunto.
Quando si dice inguaribile ottimismo … Dopo appena qualche metro ha già il suo bel daffare nel togliere la neve inconsistente per liberare fessure dove incastrare le picche e proteggersi.
Tra l’altro non avendo mai percorsa la via d’estate non ha neanche bene idea di dove andare a cercare gli, mai come in questo caso amati, spit. Ad un passo particolarmente ostico decide giustamente che non vale la pena rischiare di azzopparsi in una parete appenninica su una via che non misura neanche duecento metri.
Così, in attesa che l’orogenesi faccia il suo corso, mi cede le corde.
I più maliziosi potrebbero pensare che, in considerazione della nostra lentezza, gli ultimi tiri siano toccati a lei avendo la via finalmente superato la fatidica soglia! Dato che l’Elisa era stata veramente brava, risalgo con fatica abilmente dissimulata fino al punto più alto raggiunto e guardo cosa mi aspetta.
Grazie alla precedente esperienza di questo tiro in versione “cramponage”, mi auto convinco che il passo ostico sia più impressionante e di equilibrio che difficile e così riesco a raggiungere, non senza una certa apprensione, l’agognata piastrina luccicante. Viste le condizioni anche la restante parte del tiro rimane decisamente impegnativa ma, come si suole dire: “hai voluto la bicicletta?" ...
La sosta originale è completamente seppellita, libero così una bella fessura e la tappezzo di friend. Sosta!

Il bouchon maledetto
Vi siete mai chiesti perché a volte nelle relazioni delle goulotte in montagna si trova la scritta “bouchon” (tappo di neve) e che bisogno ci sia di segnalarlo? Adesso ve lo spiego, però, per poter meglio apprezzare il racconto e l’intensità del momento è necessario precisare che per un arrampicatore fortemente miope come il sottoscritto è veramente fastidioso, oltreché problematico, che le lenti degli occhiali si riempiano di acqua in uno dei suoi vari stati (liquido, solido, gassoso), cosa che seguendo la nota legge di Murphy di solito avviene solo nei tiri difficili. Questo è il motivo per cui soprattutto in inverno normalmente uso le lenti a contatto.
Però il caso ha voluto, o meglio un’unghiata di una mia bimba in un occhio ha voluto, che proprio quel giorno fossi impossibilitato ad indossarle…
Torniamo ora al secondo tiro. Una prima goulottina veramente molto estetica ed in ottime condizioni mi porta al camino che da metà in su è intasato di neve. “Forse è buona” penso speranzoso.

Ma il bouchon mi guarda sogghignando e così capisco che sarà un corpo a corpo all’ultima... pallata di neve. Lentamente, molto lentamente, avanzo scavando nella farina che ho sopra la testa cercando in qualche modo contemporaneamente: di stare su, di avanzare e di non scendere precipitosamente con tutta quella massa nevosa. Ma, come dicono le donne, gli uomini sanno fare una sola cosa alla volta e questo complica non poco la situazione! Dopo dieci forse ben quindici centimetri di trincea scavata sono ormai completamente bianco ed in più una gentile brezza che si incanala nel camino sottostante turbinando risoffia verso l’alto tutto quello che pulisco.
A venti centimetri di tunnel gli occhiali sono completamente inservibili, visto che però senza vedo poco e niente mi risolvo a progredire alla cieca. Non hai portato la maschera da sci? Errore!
Nei rari momenti in cui non sono impegnate a chiacchierare (scherzo, le mie compagne erano attentissime nel far sicura), dal basso giungono grida di incitamento della Rita e dell’Elisa frammiste a risate per la situazione tragicomica. Io da dentro lotto e penso a quei poveri cristi che in cima al Cerro Torre scavano intere lunghezze nel fungo sommitale. Deve essere proprio piacevole e veramente rilassante...
Alla fine dopo diversi metri (in realtà forse uno o due) guadagnati a fatica esco vincitore sul mio acerrimo nemico e giungo in sosta, non prima però di aver tirato nel suo gelido cuore un’ultima simbolica piccozzata. La sosta originale tanto per cambiare è seppellita e così l’attrezzo con una piastrina del tiro successivo ed un ottimo friend.

Gran finale
Visto che se non avete ancora chiuso il “libro”, è perché vi sarete già addormentati… accelero!
Le lunghezze di corda seguenti sono una più bella dell’altra, proprio belle da scalare.
L’umore è ottimo e la compagnia pure, così scherzi e battute in sosta stemperano la tensione sui tiri.
Qua e là ci permettiamo qualche variante più logica vista la grande quantità di neve.
Passano così il terzo tiro, il quarto che rappresenta il chiave estivo, il quinto ed il sesto.

Tutto va come deve andare e così quando la via ormai di metri ne misura 199,5 rispetto ai 185 iniziali ci troviamo sulla vetta della Rocca del Prete, penultimo baluardo appenninico verso il mare.

L’atmosfera è magica, siamo soli, il bosco sommitale è completamente incrostato di ghiaccio dando a tutto l’apparenza di qualcosa di cristallizzato. Dobbiamo attraversarlo per scendere, ma ci muoviamo cauti e leggeri per non rompere l’incantesimo. Manca però ancora l’ultimo tocco di magia: i raggi del sole radenti che filtrano tra le nuvole ed i rami degli alberi alla base della parete. Adesso sì, ci siamo veramente.

Epilogo
Nelle condizioni trovate la via è risultata veramente bella, ben oltre le aspettative, tanto che l’Elisa, che di ghiaccio ne macina parecchio più di me, l’ha definita “la più bella della stagione”.
Materiale: la via è ben spittata nella versione estiva, ma in inverno a seconda delle condizioni molte piastrine possono essere coperte ed inutilizzabili, ad eccezione del tiro chiave che rimane sempre pulito.
Consigliabile per l’inverno una serie di friend fino al 2 o eventualmente anche al 3, noi avevamo anche dadi e qualche chiodo ma in questo giro non li abbiamo usati (o almeno così mi sembra di ricordare).

Discesa: tramite il canale Martincano in modo da recuperare gli zaini alla base.
Relazione della versione estiva sul sito della Cavallerizza. http://www.lacavallerizza.info/La_Cavallerizza/Home.html
Altre possibilità in zona: oltre alle vie di misto e ghiaccio della Rocca del Prete, in 20/30 minuti di auto si è al Monte Penna e Rocca dei Borri che rappresentano i luoghi più noti dell’area per fare rispettivamente misto e ghiaccio.
Info su AEMILIA che è la guida di riferimento per la nostra zona.

Ps: il bouchon è stata la goccia finale che mi ha convinto a farmi operare la miopia!
Pps: nei boschi della Rocca accadono cose strane, qualcuno giura di aver anche visto aggirarsi il timido ma temibile Gigiat Appenninico…
Aaaaaauuuuuuuuuuu!

Pietro Agosti
Heavy & Slow
Rocca del Prete (Appennino Piacentino), marzo 2016