Capanna Regina Margherita

Salita a Punta Gnifetti nell'anno 1977, Cinquantennale del CAI Ferrara

di Marco Pedretti



Fino a quel punto c’era stato solo un freddo pungente, meno venti diceva il termometro fuori dal rifugio, ma noi eravamo bardati con doppi pantaloni, doppia giacca a vento, doppi guanti e il freddo lo sentivamo solo sulla punta del naso e sulle guance.
C’era ancora uno spicchio di luna in cielo e stava albeggiando, in quel momento, in fondo verso Est.
Salendo lentamente a causa della quota avevo cominciato a sudare sotto quello strato d’indumenti.
Con le pile illuminavo le impronte lasciate nella neve dal compagno che mi precedeva, attorno non si vedeva quasi nulla, solo giù la pianura era tutta illuminata dalle luci gialle delle circonvallazioni delle varie città.
Laggiù era ancora notte fonda.

Il silenzio era totale solo il fruscio del nylon delle giacche a vento e lo sfregamento della punta dei ramponi sul ghiaccio rompeva l’incanto. Quando valicammo il colle del Lys, fummo investiti da un vento gelido, che sembrava venire direttamente dal Polo Nord.
Avrà avuto una velocità di più di 50 chilometri all'’ora e la percezione del freddo aumentò immediatamente.
Ora il sole stava spuntando all’orizzonte e cominciava a tingere di rosa la cima delle montagne più alte.
Nuvole di cristalli di ghiaccio volavano allineati provenienti dal versante svizzero, sembravano granelli di sabbia spazzati dalla bora.
Erano così fini che quando ti sbattevano in faccia sembravano abrasivi e pelavano il viso e il naso scoperti. Voltammo in direzione Est e per un tratto il vento ci soffiò da dietro.
Il pulviscolo ghiacciato, contro sole, creava micro arcobaleni che cambiavano continuamente direzione.
Il vento si era insinuato attraverso la prima giacca a vento e lambiva la seconda, la temperatura del corpo si era abbassata e ora non sudavo più.
Il vento, che spingeva da dietro, attraversava la cordicella che teneva unite le stanghette degli occhiali e creava un sibilo, quasi una melodia.

Sarà stata la suggestione delle immagini che vedevo, ma mi sembrava di sentire suonare i Poemi Sinfonici di Franz Liszt. Mi veniva in mente la sigla televisiva della rubrica Almanacco, con le riprese della conquista del K2 e quegli alpinisti, bardati come noi, persi nella tormenta.
Vedevo davanti a me un lungo serpentone di alpinisti legati a gruppi di tre-quattro per volta che camminavano lentamente cadenzando i passi in direzione della vetta.
L’ultimo tratto da superare era ancora all’ombra e quindi la neve, sicuramente dura come il marmo, doveva essere rotta con la piccozza e scalettata negli ultimi metri.
Per fortuna questo compito era già stato svolto dalle prime cordate, a noi era sufficiente mettere i piedi dentro le loro impronte e tenerci in equilibrio con la piccozza.
Sentivo pulsare il sangue nelle tempie e il cuore battere rapidamente anche se i passi erano lentissimi.
Era sicuramente l’effetto dell’alta quota, noi padani abbiamo bisogno di alcuni giorni per acclimatarci e adeguarci al cambiamento di pressione.
Anche se avevo avuto un leggero mal di testa per tutti quei giorni, ero sicuro che sarebbe sparito tornando sotto i duemila metri. Ma qui a 4500 metri dovevo sopportare.

Arrivai in cima che il sole era già alto e illuminava tutta la parete Est.
Il rifugio Margherita sembrava una nera locomotiva appoggiata sulla cima del Monte Rosa.
Entrai, anche perché fuori non c’era tanto posto, e ordinai un caffè caldo.
Mi diedero una brodaglia nerastra e bollente leggermente zuccherata.
Mi accontentai, almeno mi scaldava dentro. Guardai dalla finestra il vuoto.
Sono 2500 metri per arrivare a toccare la terra, è la parete più alta nelle alpi, un salto paragonabile solo a quelli che si trovano in Himalaya. - disse una guida seduta al tavolino di fronte a me. - Dall’altra parte invece ci sono solo duecento metri per arrivare sul ghiacciaio.”
A vederla così non si direbbe, è tutto talmente grande che si perdono le proporzioni.” - risposi meravigliato.
La foschia in pianura stava cancellando ogni segno di civiltà, si vedevano solo le vette sopra i 2000 metri.
Tutto il resto era avvolto dallo smog.
Era ormai impossibile riconoscere le città.
Passai allora alla finestra verso Ovest.

Qui il panorama era splendido, un enorme serpentone di ghiaccio andava verso Nord-Ovest in direzione di Zermatt. Aggirava con una larga curva il Cervino che rimaneva sulla sinistra.
Sebbene fosse solo pochi metri più basso, il Cervino sembrava piccolo rispetto a noi, una piccola piramide di roccia in mezzo a tutto quel bianco.
Più lontano si vedeva il Monte Bianco, il Gran Paradiso e molto più a Sud la piccola piramide del Monviso.
Verso Nord una miriade di cime ghiacciate, erano tutte le alpi svizzere in bella mostra.
Uscii in tempo per vedere arrivare la Paola.
Gli andò incontro il presidente del CAI e si strinsero la mano.
Ormai eravamo quasi tutti arrivati in cima e già le prime cordate si preparavano a scendere.
La cima e il rifugio non erano in grado di ospitare tutta quella gente contemporaneamente, così, firmato il libro di vetta, i primi si apprestavano a tornare a valle.

Fui incuriosito da un alpinista con uno zaino fuori dal comune.
Cominciai a osservarlo mentre svuotava lo zaino sul piccolo spiazzo adibito all’atterraggio degli elicotteri.
Cominciò ad armeggiare con tubi, tela e tiranti in nylon e in pochi minuti montò un deltaplano.
Collegò alcune cineprese alle ali e si preparò alla partenza.
Qualcuno dei nostri andò a parlare con lui, poi lo salutò cordialmente.
Il novello Icaro alzò la testa quasi a fiutare il vento, si spostò qualche metro in direzione del ghiacciaio e presi pochi passi di rincorsa si butto di sotto.
Sparì immediatamente dalla nostra vista e per alcuni interminabili secondi ci domandammo se per caso non si fosse spiaccicato sul ghiacciaio. Poi improvvisamente ricomparve, anzi aveva preso una termica che lo stava portando più in alto della cima. Fece un paio di giri attorno al rifugio, poi salutò con una mano e prese la direzione Nord-Est perdendosi nel blu del cielo.
E’ uno svizzero ed è diretto a Domodossola, ci sono circa 60 chilometri da qui, sta facendo delle riprese pubblicitarie per alcune ditte di articoli sportivi.” - Disse il nostro compagno che aveva parlato con lui.
Al pensiero di tutta la discesa per tornare al rifugio, lo invidiai un po’.

In effetti, nonostante il vento fosse un po’ calato e la temperatura alzata c’era ancora freddo nella parte alta fino al colle del Lys. Poi improvvisamente, girando verso Sud, una botta di caldo ci avvolse e cominciammo a sprofondare nella neve ormai marcia.
E’ incredibile solo poche ore prima era dura come il marmo ora si scioglieva a vista d’occhio.
Non seguivamo più le tracce dell’andata, ci eravamo slegati, anche perché qui il pericolo dei crepacci era modesto, e ogni tanto dovevamo fermarci a pulire il rampone dal grumo di neve che si attaccava sotto.
Al rifugio Gnifetti ci fermammo un’altra notte.
Stanchi dalla levataccia e dallo sforzo passammo il pomeriggio a giocare a carte.
Verso sera, poco prima di cenare, la nostra attenzione fu catturata da uno strano colore che entrava dalle finestre. Sembrava il chiarore di un incendio.
Uscimmo quasi tutti e ci trovammo di fronte al più colorato tramonto che avessimo mai visto.
Rispetto alle sere precedenti, quando il cielo era stato perfettamente limpido, ora alcune velature e cirri alti solcavano il cielo verso Ovest. La luce del sole al tramonto aveva tinto di rosa, rosso e arancione tutte le nuvole e queste riflettevano i colori in ogni direzione.
Fuori dalla foschia e dallo smog della bassa quei colori erano così accesi da sembrare irreali.
Erano i colori dei tramonti dei film Western, di Via col Vento, dell’incendio di Atlanta.
Tanto intensi da sembrare finti, se non l’avessi visto con questi occhi.

Marco Pedretti
Capanna Regina Margherita
Punta Gnifetti. (Monte Rosa). 1977


La Redazione ringrazia Marco Pedretti per questo racconto che è anche una testimonianza storica della gita organizzata dalla sezione ferrarese del Club Alpino Italiano in occasione della ricorrenza dei cinquant'anni della fondazione (1927-1977). Sono passati quarant'anni e la sezione festeggia quest'anno il 90° della fondazione.
Le foto che accompagnano il testo sono state gentilmente fornite dal socio "storico" Vittorio Bonora.