Alla scoperta del "Tronk" Climbing

di Federico Negri

Sono ormai quasi tre settimane che spessi cumulostrati e cumulonembi ostruiscono il cielo (naturalmente nei miei giorni utili per arrampicare, vedi Prima legge di Murphy).
La falesia di Lumignano, mia meta preferita in questo periodo, che grazie al sole e all’esposizione, permette nei mesi più freddi una piacevole e ideale esperienza di arrampicata (sovente in maglietta a maniche corte), ultimamente regala, grazie alla fitta copertura nuvolosa, terribili bollite alle mani, che rendono quei buchetti tanto caratteristici e taglienti (ma spesso unti e scivolosi), violente e insopportabili torture alle dita.
Se non altro le previsioni a medio e lungo termine, fanno ben sperare per un buon inizio della stagione invernale, quindi "ghiacciatoria" e scialpinistica.
Grazie all’immancabile Prima legge di Murphy: “Se qualcosa può andare storto, lo farà”, la tanto agognata perturbazione, dopo aver scaricato prima un interessante quantitativo di neve, vesserà poi con venti di scirocco, pioggia e temperature tutt’altro che invernali Alpi e Appennini, slavando completamente le cascate formate e sciogliendo la neve sui pendii sotto i 1800 / 2000 metri.
Ma quello che mi è sempre piaciuto della montagna e dell’alpinismo che certamente caratterizza il mio modo di viverla è che questa, in ogni stagione dell’anno e condizione meteo-climatica, ha qualcosa da offrirti.
Così in un nuvoloso, umido e abbastanza freddo giovedì di dicembre, dopo aver ricevuto la triste notizia che tutte le cascate del circondario sono state “resettate” a condizioni pre-autunnali dalle ultime piogge, ricevo l’invito per andare in una falesia di drytooling.
Visto la voglia di “spiccozzare” e l’assenza di ghiaccio, quale migliore soluzione per fare un po’ di allenamento?
A Ferrara gli amanti del genere sono davvero pochi, chissà perché?, ma per fortuna il buon Lorenzo (Michelini N.d.R.), sempre causa condizioni meteoclimatiche, rinuncia alla sua avventura in Appennino, e mi dà disponibilità per andare a caccia di ghisa….

[Per chi non lo sapesse il drytooling, una delle ultime discipline nate, deriva dall’arrampicata su ghiaccio e misto, condivide con questa l’utilizzo delle piccozze (attrezzi) e dei ramponi come strumenti di progressione, con la differenza che si sfruttano in aggancio o a incastro le asperità della roccia (buchetti, tacche, fessure, ecc, anziché in battuta come nell’arrampicata su ghiaccio.
Per via delle maggiori sollecitazioni cui gli attrezzi sono sottoposti, le piccozze specifiche per questa disciplina sono dotate di becche più robuste e dentellate, con una forma più arcuata, che affatica meno gli avambracci e garantisce una presa più solida , inoltre offre agganci più sicuri e stabili.
I ramponi sono del tipo a punte verticali tipici del cascatismo, con la differenza che si preferiscono i più precisi monopunta, (molto in voga anche tra gli iceclimber), infatti, oltre al pregio della precisione, riescono a infilarsi nei minimi opercoli della roccia e in caso di ghiaccio fragile e delicato rompono meno.]

Da subito l’ambiente è formidabile, (per ora rimarrà segreto come richiesto da chi me l’ha fatto scoprire, perché ancora in fase di allestimento e MESSA IN SICUREZZA!!!), un fitto bosco di conifere, con qualche residuo di neve, fa filtrare luce creando un’atmosfera davvero suggestiva.
Gli spalti rocciosi su cui l’abile chiodatore sta magistralmente allestendo le vie si presentano estremamente compatti, la verticale placca basale è interrotta da qualche cengetta che lascia spazio a sezioni più strapiombanti che culminano con prominenti e severi tetti, da uno di questi pende, grazie a due massicce catene, un invitante tronco di abete.
Nell'arrampicata di “misto moderno” oltre alla roccia sono presenti strutture di ghiaccio come "candele" e stalattiti, spesso fragili e precarie, che l’iceclimber con delicatezza e sapienza può usare per la salita.
Per replicare tali condizioni nelle APPOSITE falesie dry vengono posizionati tronchi di albero i quali permettono, come se fossero ghiaccio, l’infissione di piccozze e ramponi, facilitando (si fa per dire) e rendendo più interessante la progressione.
Non fatevi venire in mente di andare con piccozze e ramponi in falesie per l’arrampicata sportiva se non volete trovarvi con brutte sorprese al rientro alla vostra automobile.

Il terreno di gioco che si sviluppa su questi itinerari strapiombanti e tetti, la rende una disciplina estremamente atletica e allenante oltre che, a parer mio, molto estetica per la varietà di “mosse” e opportunità che offre, si pensi soltanto che la punta di una piccozza può trasferire in un buchetto di pochi millimetri, o su minime rugosità, l’intero peso del climber.
Però non è tutto oro quello che luccica, soprattutto per novizi del full dry come sono io, ma tocca a me aprire le “danze”, gli amici arrivati prima di noi hanno già completato i tiri di riscaldamento, lasciandoceli gentilmente montati.
M’ingaggio subito su un'interessante placca interrotta da una cengia, svasa, povera di appigli:
Qui la piccozza fa poca presa, la punta sfugge da quelle minime irregolarità, il segreto è trazionarla sempre verso il basso, ma prima di trovare il punto giusto e soprattutto la fiducia, la ghisa è ormai alle stelle (alla faccia del riscaldo penso!!).
Il rinvio poco sotto di me, che in quel momento sembrava lontanissimo, e la paura, mi costringono a non mollare e come in una lotta tra la vita e la morte arrivo a rinviare e finalmente posso fare il primo rest … di una lunga serie.
Il movimento successivo è un interessante rovescio in fessura che con un lungo movimento in strapiombo mi permette di arrivare a un buchetto, da qui l’inesistenza degli appoggi per i piedi mi fa raspare e cigolare con i ramponi su una roccia liscissima... ma ancora riesco ad arrivare al rinvio e al secondo rest.
Le difficoltà per fortuna si abbassano e arrivo in sosta.
E’ il turno di Lore (Lorenzo Michelini N.d.R.) che arriva in catena con qualche difficoltà nel posizionare i ramponi mono punta, su quella placca liscissima, pur alle volte riuscendo a sfruttare asperità della roccia non visibili a occhio nudo.

E’ di nuovo il mio turno e mi tocca “il tiro del tronco”.
Una preoccupante sequenza in placca mi porta sotto il prominente tetto dopo una serie di movimenti delicati e piedi minimi, “da spalmo” cit., in traverso.
Poi, un insignificante buchetto sopra la testa mi separa dal tronco penzolante dal margine del tetto.
Un movimento obbligato di rovescio su quell'esile e cigolante buco mi permette, ansimando, di sporgermi sotto il tetto e sferrare il primo calcio nella parte bassa del tronco, dove i ramponi fanno presa e mi trovo in un’aerea spaccata tra roccia e tronco, nel frattempo la ghisa sale.
Nel tentativo di svincolare la piccozza da quel buchino, questa mi cade e mi tocca scendere e ripartire da capo.
Al secondo tentativo la sequenza iniziale mi riesce meglio e arrivo senza troppi problemi al terrificante buchetto, con qualche improperio passo e mi trovo avviluppato al tronco, oscillante con le punte dei ramponi e delle piccozze ben piantate nel legno. Finalmente rinvio la catena, dove posso fare un rest per riposare e studiare la difficile sezione successiva in placca, che mi costringerà a diversi tentativi prima di riuscire a salire.
Le ore filano via veloci nonostante il freddo e una fitta nebbia che ogni tanto lascia filtrare qualche raggio di sole regalandoci bellissimi scorsi.
Nonostante le abbondanti "pacche nei denti" e le difficoltà incontrate ne è uscita una giornata divertente e molto didattica, sicuramente da ripetere in attesa del ghiaccio e magari nelle giornate umide.

Si tratta di una disciplina interessante ed estremamente esigente, che richiede buone doti di forza e resistenza, un’ottima coordinazione e precisione nel piazzamento di piccozze e ramponi, completata da una buona dose di fiducia, necessaria per vincere la spesso poco rassicurante precarietà e instabilità del metallo sulla nuda roccia.
Serve inoltre una buona se non ottima conoscenza della tecnica, e capacità di lettura della roccia, poiché gli incastri, i rovesci e i posizionamenti dei più disparati e strani sono la chiave per completare le salite.
Tutto ciò premesso, la “ghisa” sarà in ogni caso assicurata!

Federico Negri
Unknown Rock, novembre 2017