U magu e u megu   

(Il mago e il medico)
(una quasi intervista a Manolo)

a cura di Mauro Mazzetti 


Ho fatto un gioco: ho temporaneamente cancellato dalla memoria quello che so di Maurizio Zanolla in arte “Manolo”, alias il “Mago”.

Ho quindi dimenticato le sue avventurose salite così avanti, molto più avanti rispetto al livello degli altri, degli altri che non sono e non saranno mai “maghi” come lui. Ho dimenticato quanto si dice e si scrive di questo personaggio, tanto “diverso” proprio nel senso etimologico di “chi si dirige in direzione opposta”.
Ho infine dimenticato la sua abilità arrampicatoria, ma anche le sue incursioni scialpinistiche sui monti africani dell’Atlante, lungo discese impegnative ed inventate.

Bene. Adesso non ricordo più niente.

Adesso gli parlo e capisco tutto, alla scoperta di non so cosa ma di chi sapevo.

Mi sono preparato al meglio, durante il tragitto in macchina che mi porta, una calda sera di inizio agosto, a raccogliere l’invito via SMS di un mio amico. Ho raggiunto Toirano, una decina di chilometri dopo Finale (Ligure, per gli amici di Intraigiarùn n.d.r.), dove Manolo parteciperà ad uno spettacolo inusuale, che si svolgerà la sera dopo in una cava abbandonata.

Già il luogo è speciale; proprio di fronte alle grotte, visitate di giorno da centinaia di turisti, l’atmosfera viene suggerita e tratteggiata dalle grandi figure dipinte da Mario Nebiolo sulla roccia massacrata dagli scavi e dalle estrazioni.

Già, Mario Nebiolo. Anche su di lui ci sarebbe da scrivere a lungo. Medico ortopedico, arrampicatore instancabile, ma soprattutto artista/pittore sopraffino che sa vedere nella parete profili e volti, tirandoli fuori dalla montagna, stando appeso davanti alla roccia. Magari un’altra volta…

Stasera sono qui per Manolo, che proverà come attore della performance messa in piedi da Nebiolo.  

Nel buio umido, inseguito dalla colonna sonora del frinire di cicale, mi inerpico con incedere cinghialesco lungo una traccia appena abbozzata; mi fa compagnia l’armata Brancaleone di svitati e simpatici locals, dotati di tamburi, conghe e bonghi che fungeranno da commento alla salita del Mago. Arriviamo così ad una trentina di metri sopra il livello della cava, su di una cengia lunga una cinquantina di passi e larga venti spanne. Da lì la vista spazia sullo spiazzo sottostante, verso le dirimpettaie grotte ormai abbandonate dalle torme di turisti, mentre in lontananza, verso l’orizzonte che non si vede più, si intuisce lo sciabordio delle ultime onde del mare.  

Tutto pronto: taccuino, matita, domande studiate, corrette, abbandonate e riprese, limate e smerigliate. Il kit del perfetto apprendista giornalista.  

Mentre scambio qualche parola con i forsennati e con le forsennate che picchiano a più non posso sulle percussioni, il Re Mago si mostra, in un’epifania dove non mancano pastori (quasi veri), asini (apparentemente calzati e vestiti), buoi (ruminanti mantra e trasudanti new age).

Si prepara per la prova generale, già bardato con il costume di scena (travestimento da lucertola fatto in casa, nel pieno rispetto della ovvia, inossidabile, inattaccabile e storica parsimonia ligure).

Mentre la moglie lo assicura, lui parte. Ostia, non se vede niente. Speremo in ben! Oh Mario [Nebiolo n.d.r.], alsa il rifletore, che qui xe buio. Comincia ad arrampicare – meglio dire a camminare – sulla roccia verticale; salta il primo spit perché non lo vede, poi viene preso dal ritmo ritmato dei tamburi e si muove ad appoggio e ad appiglio di danza. Moschettona, toglie la corda dal rinvio, ri-moschettona, sempre procedendo in sintonia con la mezza dozzina di percussioni, tallona e gigioneggia, divertito in traverso ascendente verso sinistra fino alla sosta.
La moglie, che nel frattempo tiene contemporaneamente a bada un paio di giovani Zanollini scatenati, lo cala a tempo di musica. L’occhio di bue lo segue fino al cono d’ombra, in cui rientra misteriosamente, all’attacco del tiro ed a pochi passi da me.

Difficile chiedere qualcosa a Manolo. Impossibile essere innovativi, brillanti, unici: le domande sono sempre quelle.

Cos’è la difficoltà? Forse ero un po’ incosciente, ma la difficoltà non mi ha mai interessato. Gradi o non gradi, l’importante era scoprire nuove linee, liberare vecchie vie aperte in  artificiale. Ho notato grande differenza, per esempio, arrampicando in Verdon, dove gli spit in mezzo alle placche mi hanno fatto una strana impressione. In più, abituato alla roccia marcia ed instabile dei miei posti, il calcare compatto e sicuro mi è subito sembrato essere di un altro mondo.

Il tuo rapporto con le placche. Invecchiando, comincio a fare confusione. Placche appoggiate, muri verticali: mah, io ho cominciato ad arrampicare verso i 17 anni, e non ho più smesso. Arrampicare era salire sulle placche o nei diedri, non si concepiva di arrampicare in strapiombo. Anche la mia conformazione fisica mi ha principalmente spinto su queste strutture (Manolo, peraltro a suo dire, possiede arti superiori poco sviluppati, non adatti a sforzi fisici prolungati n.d.r.) Dove altri bloccano, si fermano, studiano il passaggio, ripartono e passano, io devo imperativamente correre, senza fermarmi, pena il fallimento.

Pausa. Manolo si rivolge a Nebiolo, chiamandolo “Barolo” in un enologico tripudio sfottitore. Poi riparte sulla via. Ostia che caldo, con questo costume di plastica (preparato con i sacchetti della spazzatura – vedi nota sopra n.d.r.)


Bum bum bum – bum – bum – bum – bum bum bum. Il Mago arrampica, mentre balla, danza e si diverte, comunque sempre attento alla regia e professionale nei dettagli e nei particolari di scena.

Nuova rapida calata e nuove domande al volo (battuta involontaria n.d.r.)

Bene, parliamo del tuo rapporto con gli sponsor. Ne ho alcuni storici, che mi seguono fin dall’inizio della mia carriera; altri si sono aggiunti successivamente. Principalmente perché mi hanno consentito di vivere di arrampicata. Da tutti ho avuto molto. A tutti penso di aver dato tanto.
Se avessi gestito meglio questo per me complesso sistema economico, avrei fatto l’uomo d’affari, capitalizzando al meglio tutta la faccenda.

Quanto c’è di fisico e quanto di mentale nell’arrampicata? Difficile fare dei numeri (in questa risposta c’è tutto Manolo, che infatti mai o quasi ha gradato le sue vie n.d.r.). Direi comunque che la parte mentale copre il 60%.
E’ fondamentale per la riuscita, irrinunciabile per la concentrazione, determinante per l’arrampicata.
Muoversi sciolti e rilassati rappresenta un aspetto basilare. Occorre essere pronti per raggiungere l’obiettivo.
Il restante 40% è fisico.

Ed infine: com’è il tuo rapporto con la paura? Al nostro interno ci sono gli stimoli necessari per riuscire, nell’arrampicata come nel mondo di tutti i giorni. Bisogna valutare al meglio le proprie potenzialità, guardarsi dentro senza remore, senza scrupoli e senza reticenze. Poi scegliere cosa fare.

Ok, è andata. Si ritorna sulla terra in senso stretto, ripercorrendo la traccia da cinghiale fino allo spiazzo della cava.

Mi faccio io una domanda: qual è la prima cosa che ti viene in mente, se pensi a Manolo? Risposta: Gli occhi. Da lì capisci, senza dover ad ogni costo razionalizzare, catalogare, discettare, chi è il personaggio. Sono occhi di-versi, come scritto sopra. Ti guardano; e sembrano dirti, nella migliore tradizione di Blade Runner, “ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare”.  

Tra battute al vetriolo in dialetto ligure-veneto [irriportabili pena la chiusura del sito n.d.r.] e bicchieri di vino, la notte volta pagina.

Zanolla il Mago [u Magu] e Nebiolo il medico [u megu] mettono a punto gli ultimi particolari della serata.
C’è ancora il tempo per un saluto, respirando gli odori della macchia mediterranea.

Mauro Mazzetti
Genova, agosto 2007