Incontro con Piero Fina

Quando l'alpinismo è sinonimo di amicizia

a cura di Eugenio Cipriani

Per alcuni l’alpinismo è una sfida fra se stessi e la montagna, da vivere preferibilmente in solitudine.
In certi casi, pensiamo ad esempio a Renato Casarotto, il rapporto con gli aspetti più grandiosi e al tempo stesso più ostili della Natura (la quota, le difficoltà, l’isolamento dei luoghi) è così stretto, così personale ed intimo che persino la mediazione di un compagno finisce con lo scalfirne la purezza diamantina.
Per altri invece, anche quando si tratta di sfida alle difficoltà tecniche ed ambientali, montagna ed alpinismo significano soprattutto amicizia e condivisione.

Come per Piero Fina, classe 1930, Accademico del CAI dal 1969 e Presidente della Sezione di Vicenza del CAI dal 1984 al 1988.
Per lui montagna ed alpinismo sono da sempre sinonimo di amicizia.
E da questa regola Fina non è mai allontanato in oltre cinquant'anni di attività di altissimo livello.
Gli esordi, negli anni ’50, fanno venire in mente i film del neorealismo: partenze antelucane, lunghe trasferte su torpedoni traballanti che dovevano essere riforniti con taniche perché non vi erano abbastanza distributori, strade sterrate, ritorni notturni giusto in tempo per cambiarsi e presentarsi puntuali al lavoro poche ore dopo.
La prima “vera” montagna salita da Piero è, nel 1950, il Pelmo, con una gita organizzata dalla Giovane Montagna. Partenza da Vicenza a mezzanotte dopo la Messa, autobus fino a Zoppè e da lì tutti a piedi fino in cima al “Caregon del Padreterno”: chi farebbe altrettanto oggi?
Ma camminare a Fina non basta.
Lui vuole arrampicare.

E sempre nel 1950 sale la Grande di Lavaredo con Nerone Balasso.
E’ il battesimo della roccia da cui nasce un entusiasmo destinato a crescere nel tempo.
Per allenarsi va in Gogna e lì conosce Silvano Pavan e Roberto Brotto, sui cui passaggi si stava spellando le dita a furia di farli e rifarli.
Nasce immediata l’amicizia.
Pavan lo invita la domenica successiva a salire il pilastro Soldà al Baffelan.
In estate faranno assieme il Campanile di Val Montanaia.
Con Brotto sale invece lo spigolo del Velo ma la scalata, anche questa con partenza e ritorno in giornata da Vicenza, viene rallentata dalle avversità atmosferiche ed i due perdono l’autobus.
In maniera rocambolesca cercano di raggiungerlo a Primiero ma lo mancano per un soffio.
Sempre con mezzi di fortuna l’inseguimento continua tutta notte ma inutilmente.
Alle prime luci dell’alba i due riescono a tornare a Vicenza tra la preoccupazione dei familiari e qualche problema, nelle successive ventiquattro ore, a stare svegli sul posto di lavoro!
Seguono due anni di naja per Fina e poi un periodo di attività alpinistica ridotta al minimo: sono gli anni in cui mette su casa (nel vero senso della parola) e si sposa.

Nel 1961 ritorna sulle crode, incrementa esperienza e curriculum e, nel 1963, con l’amico Pavan, sale in tempi record per l’epoca “vioni” come lo spigolo dell’Agner e la “Rittler-Videsott-Rudatis” alla Busazza.
Con Giuseppe Peruffo nel ‘64 rende omaggio al suo celebre concittadino, Severino Casara, realizzando la prima ripetizione vicentina del Salame del Sassolungo per la Comici-Casara.
Nello stesso anno Fina e Peruffo incontrano ad una cena Berto Stella e Tarcisio Rigoni, cui raccontano di avere intenzione di fare la via “Solleder-Lettembauer” in Civetta, vale a dire la via più ambita, almeno allora, da ogni alpinista con la A maiuscola.
Rigoni e Stella non sono allenati ma costringono Fina e Peruffo a firmare un contratto, stipulato su carta “da formaio”, in cui i due più allenati si impegnano ad accompagnare, per amicizia, i due meno allenati sulla Solleder. Tempo orribile, un bivacco e due giorni di arrampicata ma alla fine tutti e quattro si stringono la mano sui 3220 metri del Civetta con la Solleder sotto i piedi!
Fina si lega poi con un altro nome di spicco del panorama alpinistico vicentino: Piergiorgio Franzina e sarà lui, assieme a Gastone Gleria, che nel 1969 lo porterà nel Club Alpino Accademico.
Nella prima metà degli anni ’70 realizza con vari compagni - fra i quali oltre a Franzina e Gleria ricordiamo Francesco Rigoni e Mario Lora - un’infinità di vie in roccia allora ritenute le più difficili delle Dolomiti.
E lo fa in tempi record anche per essere puntuale al lavoro il lunedì mattina; si parla di Vie come la Cassin alla Ovest ed il diedro Livanos alla Su Alto, entrambe con Franzina e quest’ultima addirittura senza bivacco!
Poi, la svolta.

Dopo aver dato il massimo in Dolomiti, Fina decide di allargare i propri orizzonti e di spaziare dalle Giulie al Bianco in cerca di alta quota, ambienti glaciali, lunghi percorsi di misto e, in inverno ed in primavera, fare tanto scialpinismo. E’ impossibile, né questa è la sede più indicata per farlo, elencare tutta l’attività di Fina dagli anni Ottanta al Duemila. Possiamo solo dire che è impressionante, soprattutto se si pensa che le ferie erano poche e le giornate libere erano il sabato e la domenica.
Con qualunque tempo, ovviamente.

Devo dire – sottolinea a questo proposito Fina – che tutto questo è stato possibile grazie ad un’ottima intesa con mia moglie che ha saputo capire la mia passione e non mi ha mai limitato. E poi, fondamentale, la presenza e l’entusiasmo degli amici con i quali volta per volta condividevo queste esperienze.” E che gli amici siano ancora e sempre importanti per Fina lo prova il fatto che continuano a frequentarsi, ormai non più per arrampicare ma per chiacchierare e ricordare i bei tempi, in un ristorante in Alta Valdiezza dove ormai sono di casa e da dove, nelle belle giornate, possono guardare le montagne.
Le “loro” montagne.


Didascalie delle foto (dall'alto in basso e da sinistra a destra):

Foto 1) Piero Fina in arrampicata sulla Sisilla (Piccole Dolomiti)
Foto 2) Piero Fina, Francesco Rigoni, Francesco Gleria
Foto 3) Piero Fina sulle Pale di San Martino
Foto 4) Tarcisio Rigoni, Piero Fina, Adriana Valdo, Andrea Colbertaldo, Gastone Gleria, Piergiorgio Franzina
Foto 5) Silvano Pavan, Piero Fina, Berto Stella, Giorgio Brotto



La “prima volta” in montagna di Renato Casarotto, nei ricordi di Piero Fina

E’ un giorno infrasettimanale della primavera del 1970.
Durante la pausa pranzo Piero Fina, come sempre, va in Gogna a “sgranchirsi le dita”.
A quei tempi non c’era molta gente e ad allenarsi quotidianamente erano in pochi.
I più bravi, di fatto.
Ma quel giorno c’è qualcuno.
Un ragazzone alto e forte che abita a due passi dalla palestra, in quartiere Ferrovieri.
Quattro chiacchiere vengono spontanee.
Il ragazzo racconta a Fina di avere appena finito il servizio militare durante il quale ha mosso i primi passi in roccia. La cosa gli è piaciuta ed ora vuole imparare bene, vuole migliorare.
Fina, sempre disponibile ed aperto a nuove conoscenze, non si tira indietro.
Quel tipo sembra serio ed affidabile: gli propone allora una salita in Piccole Dolomiti per la domenica successiva.
Il ragazzo accetta entusiasticamente e si presenta: il suo nome è Renato Casarotto.
Fina, invece, non ha bisogno di presentarsi: il suo interlocutore, anche se da poco nel “giro”, sa benissimo con chi sta parlando.
La domenica successiva si unisce ai due un altro ragazzo, anche lui del quartiere ferrovieri: Giordano Pascoli. Casarotto lo conosce bene: Giordano lavora nell’edicola del quartiere, lo vede tutti i giorni.
I tre superano senza problemi il pilastro Soldà al Baffelan.
Nonostante siano in tre salgono veloci e sicuri.
Ci sarebbe il tempo per fare un’altra via, ma Fina deve tornare a Vicenza.
Renato e Giordano invece decidono di restare a Campogrosso, ma certo non per stare con le mani in mano: hanno una corda e tanta voglia di scalare.
In men che non si dica tornano sul pilastro e, con Casarotto in testa, rifanno il pilastro. La domenica successiva Fina e Casarotto sono di nuovo a Campogrosso, ma senza Giordano.
Affrontano la Carlesso, che Casarotto sale da secondo senza battere ciglio.
In tutta onestà – racconta oggi Fina – devo ammettere che Casarotto non mi impressionò per lo stile d’arrampicata, quanto piuttosto per la sua determinazione e per il piacere che manifestava nel poter arrampicare in montagna. Rispetto a lui, tanto per fare un esempio, Ugo Simeoni era molto più elegante nel muoversi, era un virtuoso della roccia, ma guai portarlo su vie troppo lunghe: andava in crisi. Casarotto, invece, amava la sfida con l’ambiente, la ricerca del proprio limite e non il gesto atletico in sé.”
La terza ed ultima salita assieme, Fina e Casarotto la effettuano il quindici agosto di quella stessa estate.
Questa volta sono di scena le Dolomiti, lo “spigolo del Velo”, ed anche questa volta Casarotto sale da secondo.
Ma sarà una delle ultime volte.
Di lì a poco – sono parole dello stesso Fina – prenderà il volo come capocordata legandosi dapprima con Simeoni, poi con la Valdo, quindi con Campi, Perlotto e tanti altri fino ad entrare nel novero dei più forti del mondo, nell’èlite dell’alpinismo internazionale”.
A quel punto, l’allievo aveva superato il maestro.

Eugenio Cipriani
Incontro con Piero Fina
Maggio 2013