Incontro con Silvano Pavan

L'alpinista che non ha mai "battuto chiodo"

di Eugenio Cipriani


Quando si dice ad una persona “tu non hai mai battuto chiodo” non gli si fa un complimento. Le cose cambiano, però, se ci si rivolge ad un alpinista. In questo caso potrebbe invece suonare come un elogio, un apprezzamento della sua tecnica, della sua abilità, della sua sicurezza e del suo coraggio. Silvano Pavan rientra nel novero di coloro per i quali questa frase è una lusinga.
Vicentino, classe 1927, Presidente del CAI Vicenza per due mandati negli anni ’70, è stato un grande arrampicatore-esplorativo, specie sulle Piccole Dolomiti ed in quelle d’Oltrepiave, ed uno dei più noti ed attivi alpinisti vicentini dagli anni ‘40 sino alla fine del millennio scorso.
Alla sua corda si sono legati personaggi che hanno scritto la storia dell’alpinismo berico come, solo per citarne alcuni, Checco Padovan, Mario Carlan, Berto Brotto, Umberto Stella, Adriana Valdo, Piero Fina, ecc.
In circa mezzo secolo di scalate in montagna ed in almeno una trentina d’anni di intensa attività “crodaiola” con apertura di vie nuove, ripetizioni dei grandi “sesti gradi” degli Anni Trenta e salite invernali, Pavan non ha mai piantato un solo chiodo nella roccia.

Purismo? Assolutamente no.
Non è stata una questione ideologica – racconta con disarmante schiettezza Pavan – ma pratica: non sentivo il bisogno di piantarne. Tutto qui. Salivo perfettamente conscio delle mie capacità e padrone della tecnica di arrampicata, anche su terreno friabile.”

Insomma, corda legata in vita, sicurezza a spalla e via verso l’alto senza esitazione, calcolando con esperienza e freddezza ogni movimento.
Certo, una buona dose di fortuna c’è stata e lo stesso Pavan è il primo ad ammetterlo.
Non ho piantato un solo chiodo da roccia in vita mia e non ho mai usato l’imbragatura – dice Pavan – nemmeno quando, negli anni ’70 era diventata d’uso comune. Fortunatamente non ho mai avuto occasione di pentirmi di ciò!

Inizialmente, vale a dire negli anni ’40, nelle prime uscite lungo i vaj del Pasubio e del Carega anche sui passaggi più difficili, come ad esempio sul Motto o nel Vajo dell’Uno, Pavan non usava nemmeno la corda.
Poi, quando dai vaj passò alle pareti delle nostre Prealpi e delle Dolomiti, si limitò a legarsi la corda alla vita, ma più per la necessità di recuperare il compagno che per altro.
Se trovavo qualche chiodo di sosta o di passaggio – continua Pavan – ovviamente lo utilizzavo per assicurarmi. Ma se non c’era ne facevo a meno senza problemi. Usavo clessidre e spuntoni, se proprio. Nelle soste di solito mi puntellavo bene sul terrazzino e recuperavo a spalla il compagno. Adesso mi rendo conto che una caduta da capocordata avrebbe potuto avere conseguenze letali ma a quel tempo, per me e per buona parte dei miei compagni, questo modo di fare era del tutto normale!

Per allenarsi la “banda” degli scalatori berici più attivi del secondo dopoguerra composta da Silvano Pavan, Raffaele Rigotti, Umberto Stella, Dino Miotti, Gino Saggiotti ed altri, andava in Gogna (più raramente a Lumignano perché distante) ed a Sottomonte, a pochi passi da via Fusinieri. Quest’ultima era la palestra più vicina alla città:
La palestra di Sottomonte – ricorda Pavan - era la mia preferita perché lavorando in centro come tipografo in cinque minuti potevo essere lì. Mi cambiavo, calzavo le “papusse friulane” (che solo verso la metà degli anni ’50 sostituii con più robusti e longevi scarponi con la suola Vibram) ed arrampicavo fino a sfinirmi le braccia.”

I risultati non sono mancati: un’intensa attività esplorativa sul Cherle, allora sottogruppo prealpino pressoché inesplorato, e ripetizioni a iosa di tutte le vie più difficili del tempo sulle Piccole Dolomiti.
L’unica volta che mi trovai veramente in difficoltà sulle Prealpi – racconta sempre Pavan - fu sulla Carlesso al Soglio Rosso: per restare aggrappato alla roccia sul passaggio chiave dovetti fare una spaccata talmente ampia che mi si aprirono i calzoni!

Nel 1951 Pavan aveva ormai collezionato così tante (e difficili) salite da meritare ampiamente l’accesso all’èlite dell’alpinismo: il Club Alpino Accademico. Così almeno la pensava Gastone Gloria, che ne promosse la candidatura. “Purtroppo però – spiega Pavan - a quei tempi ogni gruppo poteva presentare un solo candidato e per il Gruppo orientale i bellunesi avevano già presentato Dino Buzzati.

Che venne ammesso, esautorando così la candidatura di Pavan.
Ciò che valse a Buzzati l’ammissione all’Accademico fu più il prestigio del nome che, come ammise lui stesso, le capacità tecniche, certo non paragonabili a quelle di Pavan o degli altri fuoriclasse di allora.
Pavan comunque non se la prese affatto e continuò sia l’attività alpinistica sia quella, per lui non meno importante, di “promotore” dell’andare per monti come capogita tanto all’interno della SAV (solo per qualche anno) quanto per il CAI di Vicenza sodalizio, quest’ultimo, di cui è stato ed è ancora oggi un personaggio di primo piano per l’impegno riversatovi a tutti i livelli.


ARRAMPICANDO SOTTO LA REGIA DI CASARA
Per Silvano Pavan: Severino Casara, un vero poeta della montagna ingiustamente bistrattato

Un’esperienza molto particolare ma indimenticabile. Così Silvano Pavan ricorda la sua partecipazione come attore protagonista (e stuntman, considerata la pericolosità del set) nel cortometraggio realizzato da Severino Casara sulla Guglia De Amicis, sopra il Lago di Misurina.
Casara – racconta Pavan – era un personaggio molto noto a Vicenza sia per le, purtroppo per lui, controverse vicende alpinistiche legate al Campanile di Val Montanaia, sia per la notorietà che gli avevano dato i suoi libri che, alla stessa stregua dei films, trasudavano amore per la montagna e passione per l’arrampicata intesa come cavalleresca sfida fra l’uomo e le pareti, soprattutto quelle dolomitiche. Io lo ammiravo ancor prima di conoscerlo. Le sue pagine, così come quelle di Eugenio Guido Lammer avevano infiammato il mio cuore, in gioventù, e avevano positivamente alimentato la mia passione per l’alpinismo.”
Pavan conobbe personalmente Casara in Gogna, mentre si stava allenando durante una pausa dal suo lavoro di tipografo. A quel tempo, si parla del 1948, Pavan non era più un “bocia” ma già uno degli scalatori berici più noti, rispettati ed affermati.
Casara mi si avvicinò – ricorda Pavan - con la signorilità, cordialità e gentilezza che gli erano proprie e mi propose di partecipare alla realizzazione di un cortometraggio-documentario sulla Guglia De Amicis.”
Incuriosito ed ovviamente anche lusingato, Pavan accettò avanzando come unica richiesta di poter arrampicare assieme a Renato Gentilin, amico e compagno fidato. Casara non fece questioni e così girarono questo documentario di cui Casara era sceneggiatore e regista, mentre Walter Cavallini faceva l’operatore.
Salimmo la Guglia De Amicis – racconta Pavan - per la via Dülfer, se ricordo bene. Poi effettuammo pure la traversata a corda come aveva fatto nel 1906 Tita Piaz che, proprio con quel sistema, assieme ad Ugo De Amicis (fratello dell’autore del libro “Cuore”), per primo era riuscito a montare in cima all’allora inviolato pinnacolo.”
La vertiginosa corda doppia che appare nel documentario venne invece filmata in Gogna, ma Casara montò la scena ad arte e questo innocente trucco passò del tutto inosservato e, almeno per questa volta, nessuno ebbe a recriminare alcunché nei confronti del regista e scrittore vicentino.
Di lui Pavan conserva un ricordo del tutto positivo.
Era molto simpatico, affabile e coltissimo. Era un piacere stare con lui perché sapeva tutto delle montagne e ne parlava con un trasporto tale da commuovere i sassi.”
Ma per capire quanto Casara amasse le crode ed in modo particolare le Dolomiti orientali basta leggere i suoi libri e vedere i documentari da lui girati e talvolta anche interpretati.
Sono datati, ovviamente, e la prosa può a tratti risultare retorica ad un lettore del Terzo millennio.
Ma se si va oltre a tutto questo non si può non trovare in quelle pagine ed in quelle riprese cinematografiche tanta sensibilità e tanta poesia.