Incontro con Franco Perlotto

a cura di Eugenio Cipriani

Vestivamo all'americana. I mitici anni '70 raccontati da Franco Perlotto.
Fin dalla prima metà degli anni Settanta lo scalatore Franco Perlotto, di Trissino, si era più volte segnalato nell’ambiente alpinistico per diverse ascensioni di rilievo ma, soprattutto, per scalate temerarie in solitaria.
A lui, infatti, piaceva arrampicare da solo, autoassicurandosi dove necessario, ma da solo.
Era la sua tipicità, ci si era “specializzato”. Non è che lo facesse sempre e comunque, sia chiaro.
La maggior parte delle volte scalava in cordata. Ma quando sentiva che era la giornata giusta o trovava una via che lo ispirava, allora si tuffava a capofitto in quel giochino tanto pericoloso quanto esaltante.

Ma c’era un’altra dimensione che lo affascinava: l’arrampicata libera pura, il vero “free climbing”, quello di marca anglosassone. Che tradotto in pratica voleva dire, e vuol dire anche oggi, scalare le pareti usando chiodi (o altro) solo per protezione e non per progressione.
E’ una sfumatura, all’occhio del profano.
Ma per chi se ne intende, attaccarsi o meno ai chiodi fa la sua bella differenza!

Qui da noi sulle Alpi Orientali eravamo convinti – racconta Perlotto - che andare slegati tirandosi sui chiodi lungo una via di sesto grado fosse free-climbing. Anch’io facevo così. Ma da Mike Graham, un ragazzo inglese fortissimo con cui avevo arrampicato in Lavaredo, avevo imparato che il vero free-climbing consisteva nel salire senza toccare i chiodi. I francesi avevano intuito quanto inglesi (e americani) fossero più avanti in tal senso ed avevano iniziato a copiarli. Qualcosa di simile stavano iniziando a fare i torinesi, precursori del movimento chiamato “Il nuovo mattino” che da lì a qualche anno avrebbe preso piede anche in Lombardia, poi pure da noi ed infine in tutta Italia, isole comprese.

Ma a Perlotto il “sentito dire” non basta. Lui vuole toccare con mano, conoscere di persona. Così decide di andare a scuola di free-climbing all’estero: in Inghilterra ed in America. Negli States l’obiettivo è la parete di roccia (forse) più celebre e verticale del mondo: il Capitain, in Yosemite Valley.
Alla fine di settembre del 1978 – racconta sempre Perlotto - con Marco Corte Colò vivo la prima esperienza di arrampicata californiana. Ad onor del vero non ce la sentiamo di affrontare subito “El Cap”.
Optiamo per la diretta al vicino Half Dome. La scaliamo come possiamo e come riusciamo: quindi da alpinisti e non da free-climbers. In altre parole ci attacchiamo a tutto quello che troviamo pur di passare.


L’esperienza galvanizza talmente il giovane trissinese che, giunto in Italia, si organizza per tornare subito in Yosemite. Questa volta assieme a due scalatori “emergenti”: il bresciano Marco Preti ed il genovese Alessandro Gogna. Puntano diritti al Capitain, ovviamente con l’obiettivo di attaccarsi al minor numero possibile di chiodi.
Da quella vacanza verticale Perlotto torna a casa, come afferma lui stesso, “con un mare di idee confuse ma con la soddisfazione di aver fatto la prima salita italiana della leggendaria Salathè Wall.”
La confusione in testa non riguarda solo il modo di arrampicare, e quindi l’attaccarsi o meno ai chiodi, ma anche altri aspetti tra cui l’allenamento, il materiale e persino il modo di vestire.
In America ci guardavano tutti con un sorrisetto imbarazzante – racconta divertito Perlotto – perché lì nessuno arrampicava con i pantaloni alla zuava come noi. Allora cosa abbiamo fatto?
Per essere trendy abbiamo comprato dei jeans. Ma non riuscivamo ad arrampicare con i pantaloni lunghi e così li abbiamo tagliati ed accorciati. Sopra il ginocchio? Nemmeno per sogno: sotto. E così ci siamo ritrovati ad arrampicare di nuovo con pantaloni alla zuava. Di jeans, ma sempre alla zuava!

Perlotto però “vede oltre” e capisce che l’abbigliamento usato in America ha le carte in regola per piacere anche da noi e per sfondare sul mercato. Ne parla con Gianni Bailo e dalla collaborazione nasce il marchio Think Pink, mentre assieme a Giancarlo Tanzi, che da poco aveva avviato la “Asolo Sport”, realizza una scarpa con la suola liscia che rappresenta un passo avanti rispetto alle prime scarpette morbide che cominciavano a vedersi in giro, la maggior parte delle quali comprate all’estero.
Un giorno - continua Perlotto - su richiesta di Tanzi che lo conosceva bene venne a trovarmi a casa a Trissino Ivon Chouinard, già a quel tempo leggenda vivente dell’arrampicata statunitense. In cucina, di fronte a mio padre esterrefatto, mi insegnò la più raffinata tecnica di scalata in fessura incastrando mani e piedi tra gli elementi del termosifone. Non fu facile convincere mio padre che Ivon era lì per lavorare. E seriamente anche: in quei giorni, infatti, studiammo un modello di scarpetta a suola liscia che divenne la più popolare dell’epoca.”
A quel punto, stiamo parlando ormai dei primi anni Ottanta, un rocciatore nostrano con poche centinaia di migliaia di lire poteva vestirsi da capo a piedi come un perfetto climber americano. E non furono pochi a farlo.

Il marchio Think Pink ebbe un successo superiore alle più rosee aspettative e fra le Dolomiti iniziarono ad aggirarsi sempre più numerosi i “cloni” di Franco Perlotto che, nel frattempo, era diventato l’uomo immagine del free-climbing nostrano. Con tutti i pro ed i contro che ciò comportava.
Ed i vecchi pantaloni alla zuava? Nel giro di pochi anni divennero dapprima una rarità e poi assolutamente introvabili. Al punto che oggi chi li volesse dovrebbe rivolgersi ad un sarto specializzato e farseli fare su misura! Tutta colpa di Perlotto, ovviamente.


Renato Casarotto e Franco Perlotto: l'improbabile coppia.
Due “solitari” non possono andare d’accordo. Per definizione.
Se fossero marinai, forse … ma se sono alpinisti l’abbinata è esplosiva. Peggio che “nitro” e “glicerina”!
Ecco perché la cordata Casarotto-Perlotto è durata poco.
Se poi si aggiunge il fatto che Perlotto era, ed è tuttora, il classico “casinista” mentre Casarotto era l’esatto contrario, viene da pensare che se non sono venuti alle mani fra un tiro e l’altro di corda ci sia mancato molto poco. I due si conobbero in palestra di roccia, in Gogna.
Lo stesso luogo dove Casarotto aveva incontrato il suo primo maestro, Piero Fina, e poi Adriana Valdo, con la quale avrebbe fatto in seguito salite di gran classe sulle Dolomiti.
Perlotto all’epoca, stiamo parlando del 1975 o giù di lì, era ancora un “bocia”. Promettente ma pur sempre un “bocia”, mentre Casarotto si era già imposto all’attenzione nazionale soprattutto per le sue prime invernali e invernali-solitarie.
L’esordio in montagna dell’improbabile coppia Casarotto-Perlotto avviene in Pasubio. Obiettivo: la prima ripetizione integrale del camino Carlesso al Sojo d’Uderle. Casarotto, ovviamente, fa da capocordata e, racconta Perlotto, “col suo stile poco aggraziato ma molto efficace affronta il primo tiro che di solito veniva evitato perché invaso dalla vegetazione e friabilissimo. Lento come la fame, ma inesorabile, Casarotto supera metro dopo metro quell’accozzaglia di erbe verticali e sassi instabili di uno dei quali, staccato da Renato, fa le spese il mio polpaccio, letteralmente squarciato dall’alto in basso per dieci centimetri.
A quel punto sarebbe stato opportuno rinunciare e portare il “bocia” al Pronto Soccorso a far ricucire la ferita. Invece i due decidono di proseguire rabberciando il taglio alla bell’e meglio.
D’altronde, se da un lato Casarotto non prende nemmeno in considerazione l’idea di rinunciare alla salita, dall’altra il “bocia” non intende in nessun modo mostrarsi debole. I due arrivano in cima, scendono lungo il Vajo d’Uderle e tornano all’auto.
Il buon senso, alla fine, avrebbe dovuti indurli a recarsi al Pronto soccorso dove, seppur in ritardo, un rammendo sarebbe stata cosa buona ed utile per Franco. Macché!
Casarotto ha così fretta di tornare a casa che non si perita nemmeno di accompagnare a Trissino il “bocia”, ma lo molla al di qua del passo di Priabona, vicino a Malo.
Perlotto non fa una piega: chiama a casa e si fa venire a prendere dal padre.
Io non me l’ero presa per il comportamento di Renato – racconta Perlotto – invece mio padre se la prese, eccome! Al punto che il giorno dopo raggiunse Casarotto sul lavoro (a quei tempi Renato lavorava ancora come infermiere in ferrovia) e gli fece un “cazziatone” come solo i genitori sanno fare. Ma Casarotto, per nulla turbato, rispose con una lieve alzata di baffo.
Divorzio alpinistico inevitabile a quel punto? Nossignori. I due sono ambiziosi e, tutto sommato, si vogliono ancora “sfruttare” alpinisticamente a vicenda. Il “bocia” per imparare e farsi un nome; Casarotto perché ha bisogno di qualcuno che salga veloce, sicuro e senza fare storie.
Nasce così il progetto Scotoni, vale a dire l’idea di fare la prima ripetizione assoluta dell’allora temutissima via “dei fachiri” alla sud-ovest di Cima Scotoni, nel gruppo di Fanis. Un capolavoro del fuoriclasse triestino Enzo Cozzolino (allora morto di recente) su una parete vertiginosa e di difficile chiodatura.
Non sono soli però all’attacco. A loro si aggregano i fratelli Giorgio e Bruno De Donà, di Agordo.
Casarotto è il leader e nessuno discute. I fratelli De Donà si mettono in coda come cordata “di rincalzo” (e che rincalzo!) ed a Perlotto, il “bocia”, tocca portare lo zaino, stracolmo all’inverosimile di chiodi, cibo e materiale da bivacco.
Non credevo che sarei riuscito a salire con un peso simile sulle spalle – dice ridendo Perlotto – tanto più che i tratti difficili di quella via consistono in traversate, dove essere da primi o da secondi cambia poco. A Casarotto spettava il non facile compito di trovare la via giusta in quel labirinto verticale, d’accordo, ma saliva senza pesi sulle spalle. A me toccava sorbirmi gli stessi passaggi, mi riferisco soprattutto a quelli in traversata, gravato da un abominevole il fardello. So che non è bello da dire, ma in certi punti credo di averlo odiato!
La buona riuscita dell’impresa alla fine mette ogni cosa a posto.
La cordata però non si unirà più in montagna ma solo in palestra e per pochi mesi ancora.
Poi Perlotto prenderà la sua strada e Casarotto proseguirà il cammino destinato a scrivere pagine fondamentali nella storia dell’alpinismo. Un cammino fatto prevalentemente di ascensioni solitarie ma con la fondamentale presenza alla base dalla moglie Goretta.
Credo che Renato Casarotto – conclude Franco Perlotto – abbia trovato in Goretta il secondo di cordata ideale. Grazie alla presenza di lei al campo-base o al piede della parete, Renato ha infatti potuto realizzare il suo sogno: salire “tecnicamente” in solitaria pur essendo idealmente legato al miglior compagno che potesse avere, cioè sua moglie Goretta.

Franco Perlotto: il curriculum alpinistico (in sintesi)
Classe 1957, Franco Perlotto è stato uno dei più importanti solitari italiani su roccia degli anni Settanta-Ottanta. Vanta al suo attivo 68 solitarie tra le quali 18 prime solitarie assolute ed 8 solitarie invernali.
In Piccole Dolomiti ricordiamo la prima solitaria della Soldà al Dito di Dio, della Boschetti Zaltron sul Gran Strapiombo Est del Baffelan, del Diedro Pozzo sul Campanile di Val Fontana d’Oro, la prima solitaria invernale dello Spigolo d’Uderle, oltre alle solitarie della Carlesso-Casetta al Soglio Rosso, della diretta Carlesso al Baffelan, della Carlesso-Sandri alla Sisillla. Sul Monte Bianco ricordiamo la prima solitaria della via degli Svizzeri al Grand Capucin e la via Gervasutti al Pic Adolphe Rey. Sulle Dolomiti ha salito in solitaria decine di vie di sesto grado tra cui la Solleder al Sass Maor, il Pilastro Costantini Apollonio della Tofana, la Lacedelli alla Cima Scotoni.
Le prime solitarie dolomitiche sono la via Irma al Piz Ciavazes, la via Zeni al Gran Mugone, la Laritti-Pagani al Sass Maor, la Pisoni alla Cima Scotoni e molte altre. In Norvegia ha realizzato la prima solitaria del Trollryggen (oltre due chilometri e mezzo di parete!) e in California la prima solitaria di Lurking Fear sul Capitan in quattro giorni di arrampicata dove ha inoltre aperto da solo una via sulle Timbouctou Towers.
In cordata ha effettuato migliaia di ascensioni ma anche diverse prime sia in Piccole Dolomiti che sulle Dolomiti, in Norvegia, Borneo, Amazzonia (il celebre Salto Angel, il Cerro Roraima ed altri rilievi inesplorati), ecc.


Eugenio Cipriani
Incontro con Franco Perlotto
Verona, anno 2015