Incontro con Pompeo De Pellegrin, un po' monello, un po' artista

di Gabriele Villa


Pompeo De Pellegrin, chi era costui?
La fatidica domanda di manzoniana memoria sorge spontanea, ma ci vorrà un poco di tempo per spiegarlo.
Il nostro personaggio abita a Fornesighe, un simpatico paesino della bassa Val di Zoldo, a pochi chilometri dal più rinomato Forno. Io l'ho conosciuto nell'anno 2015, prima per averlo sentito nominare durante il primo corso Boschi e Alberi, perché era lui che inviava a Ferrara i diversi tipi di legno, le foglie, le cortecce, e altri "supporti didattici" per le lezioni. Dedussi che faceva il falegname. Successivamente l'ho conosciuto di persona il giorno in cui il gruppo docente del corso si recò in Val di Zoldo per la ricognizione del percorso didattico, era quasi fine maggio e Pompeo fu il nostro accompagnatore, per mostrarci il sentiero e localizzare le piante che sarebbero state oggetto di studio.
Mi colpì la sua discrezione e il suo mettersi a disposizione con grande disponibilità.
Quasi un mese dopo ci fu l'uscita e potei apprezzare con quanta cura lui avesse organizzato l'escursione, assieme ai suoi compaesani, davvero ospitali e spontaneamente generosi, così simpatia e stima crebbero.
L'amicizia si consolidò ad agosto quando mi trovò ospitalità a Fornesighe per una vacanza e fummo compagni di camminata in alcune escursioni, tra le quali il Viàz del Fonch, percorso di cacciatori, selvaggio e impegnativo.
Così scoprii che era un gran camminatore, un profondo conoscitore della sua valle, delle cime circostanti e dei luoghi più selvaggi e meno conosciuti; inoltre, visitando il suo laboratorio, vidi le sue creazioni che andavano ben oltre il lavoro di falegname e ne conobbi l'estro artistico e la passione per l'intaglio delle maschere di legno.
La curiosità nei confronti suoi e della passione per l'intaglio delle maschere di legno è aumentata l'estate successiva e l'idea di fargli un'intervista ha cominciato a farsi strada, ma non ho avuto fretta lasciando che le cose avvenissero in spontaneità, sicché ciò che ho scritto è il risultato di alcune chiacchierate avvenute con i tempi dell'amicizia e la spinta della curiosità.  

Tu avevi un bisnonno cacciatore; hai avuto qualche propensione per la caccia?
Era il papà di mia nonna e io non l’ho mai conosciuto. La caccia non mi ha mai appassionato, però quando ero nei militari ero armiere. Non mi piaceva.
Mi piaceva solo pulire il bazooka perché era facile come pulire i tubi della stufa di casa.

Stranamente per un montanaro, non ti interessa nemmeno l’arrampicata.
A dire il vero non ci ho mai pensato, poi quando mio fratello ha avuto l’incidente men che meno.
Lui è caduto su una via dei Lastoni di Formin, finendo in piedi sul ghiaione, però riportando fratture alle caviglie e alle vertebre. Faccio una o due ferrate all’anno, ma non mi piace granché.
Mi piace invece andare per vie normali, per cenge e per viàz, anche se capisco che può a volte essere più pericoloso che andare ad arrampicare in cordata.

Quando eri ragazzino ti piaceva andare a scuola?
Non avevo passione per lo studio. Allora c’erano le scuole elementari e le medie, dopo veniva l’avviamento professionale: da queste parti si faceva soprattutto il muratore o il carpentiere.

Come sei arrivato a scoprire la passione per il legno?
Quella è innata. Da ragazzo facevo gli intarsi con il temperino sui bastoni, costruivo fischietti, fionde (i tirasass).
I fischietti si fanno con il ramo di frassino, in primavera, perché viene via facilmente la corteccia (si usa dire che la pianta è in amore).
Ho fatto la scuola professionale di falegnameria e mi piaceva perché erano più le ore di laboratorio che quelle di aula.
Studiavi botanica forestale per conoscere le piante, conoscere le varie essenze e gli usi dei vari tipi di legno.
Nel primo anno realizzavi piccola oggettistica facendo tutto a mano, lavorando molto di pialla, imparando gli incastri a coda di rondine e costruivi cassetti per i mobili, cofanetti…

In famiglia hai avuto qualcuno con delle propensioni per l’arte?
Il bisnonno era stato allievo di Valentino Pancera Besarel che era un fine intagliatore che ha lavorato presso la corte del re d’Italia. Credo che questa discendenza possa spiegare una certa predisposizione.
Finita la scuola sono emigrato in Germania dove i miei avevano una gelateria.
Durante gli anni della scuola rimanevo qui abitando con la nonna e i miei stavano là per tutta la stagione.
Quasi tutti quelli della mia generazione avevano questo tipo di situazione familiare.
E’ la storia dei gelatai della Val di Zoldo. Da marzo a ottobre era la stagione del gelato, poi rientravano in valle; era una emigrazione stagionale. Qui rimanevano quelli che avevano altri lavori, cioè gli imbianchini, i falegnami, i muratori. Io in Germania facevo il cameriere, il banconiere, aiutando i genitori nella gestione della gelateria.
Non si servivano alcolici, niente caffè, né vini o liquori, ma un solo prodotto, il gelato e la clientela era particolare.

Quindi anche tu sei stato un gelataio della Val di Zoldo?
In Germania ho fatto dodici stagioni complete, con sette mesi di lavoro e cinque mesi di riposo.
Quando rientravo mi dedicavo ai giri in montagna.
Prima si faceva la legna per l’inverno, poi si andava a sciare, anche con gli sci da sciescursionismo, quelli con l’attacco mobile. Ognuno aveva le sue passioni: c’era anche chi passava il tempo andando spesso in osteria.
Non è che ci fossero grandi alternative.
Attualmente le cose sono un po’ cambiate e la stagione dura dieci mesi, non solo sette.

Quando eri piccolo, negli anni della scuola, come vivevi?
Stavo con i genitori quando loro erano a casa. Quando partivano per la stagione io rimanevo con la nonna.
Il distacco dai genitori era duro, all’inizio ero molto dispiaciuto, però con la nonna facevo quello che mi pareva, andavo in montagna e dopo passava tutto.
Per qualcuno questo distacco era difficile da accettare e c'è chi ha avuto delle difficoltà psicologiche.

Quindi la scuola professionale di falegnameria era servita per fare il gelataio?
Beh no. Sono andato per dodici stagioni in Germania a fare il gelataio dando una mano ai miei genitori, dopo di che diciamo che mi sono preso un anno sabbatico. L’estate in Val di Zoldo non l’avevo mai vissuta e così in quell’anno ho girato tutte le crode della mia valle, senza mai pensare di andare da altre parti.
Assieme agli amici, abbiamo fatto anche gite di scoperta su sentieri che non erano relazionati come lo sono oggi. Alla fine di quell’anno sabbatico qualcuno dei miei compaesani mi aveva chiesto di fare dei lavoretti di falegnameria, lavori che, a dire il vero, avevo fatto anche durante i rientri dalla Germania nei dodici anni precedenti.
Non avevo quindi perso l’abitudine a quello che avrebbe dovuto essere il mio mestiere: parlo di restauro mobili, rivestimenti, pavimenti in legno, oggettistica varia che faccio su richiesta.
Così ci deve essere stato un passa parola perché il lavoro è aumentato fino a diventare una vera e propria occupazione.


Così sei approdato alla passione per il legno per la quale avevi studiato.
Oltre ai lavori che dicevo prima, bisogna dire che io e tanti altri ci siamo anche impegnati in lavori di manutenzione o anche nella costruzione di baite, di manufatti (ponticelli, passerelle, staccionate), rifugi alpini, eccetera. Ognuno metteva le proprie diverse professionalità e le giornate di lavoro, molte erano pagate, altre le facevi gratis.
Così, assieme ad altri, ho lavorato alla costruzione della baita Darè Copada, all’ampliamento del già esistente rifugio Bosconero, della baita del Fagarè, e altre ancora. Il grosso del lavoro è stato remunerato, poi abbiamo dedicato anche tempo gratuito per le rifiniture, come ad esempio le tabelle segnaletiche che ho fatto io.

Vogliamo tornare alla vena artistica ereditata dal bisnonno?
Intanto bisogna dire che anche nell’oggettistica puoi liberare la creatività.
Se io faccio un portacenere non lo faccio normale.
Questo lo puoi vedere anche in certe finestrelle dei tabià nelle quali si può creare artisticamente liberando la fantasia. Comunque… tornando al bisnonno, lui aveva avuto quattro figli, tra i nipoti c’è mio cugino Tiziano Costantin che è un bravo intagliatore di maschere in legno, come lo sono anche io, mentre mio fratello Bruno fa intarsio ligneo usando diverse essenze.
Lui è più vecchio di me di cinque anni e ha frequentato la Scuola d’Arte a Cortina, poi è andato a Sorrento a bottega da un artigiano dell’intarsio.
Dopo quell’esperienza ha fatto un percorso didattico con il Maestro Vico Calabrò per imparare l’arte dell’affresco.

Rimane da capire come sei arrivato a diventare mascheraio intagliatore del legno …
Penso sia inutile dire che quella della maschere è una pura passione che è legata al carnevale della Gnaga.
Questa tradizione è nata del 1897 per iniziativa di un emigrante tornato dalla Svizzera che ha importato le tradizioni del luogo per farle rivivere nel suo paese natale.
Fu lui il primo assieme ad altri amici a compiere la passeggiata in maschera per le vie del piccolo borgo e fu ripetuta negli anni successivi ad opera dei “coscritti” fino a diventare una tradizione.
Questa durò fino agli anni tra il 1960 e il 1965.

Anni in cui tu non eri ancora nato, per cui dove sta l’anello di congiunzione? 
Fu nel 1990, quando venne una troupe del programma della RAI, Uno Mattina, che voleva realizzare un servizio sul carnevale di cui si sapeva la lunga tradizione e che in seguito era stato abbandonato.
Ci fu proposto di simulare la sfilata del carnevale e ci organizzammo con alcuni giovani, ci dividemmo i compiti.
Si presentarono anche studiosi e antropologi locali, ci diedero consigli e suggerimenti, furono loro a suggerirci di realizzare delle maschere intagliate nel legno, più conformi alle nostre tradizioni, perché in quella prima rappresentazione erano state realizzate con la plastica.
Fu così che, grazie alla realizzazione di quel servizio televisivo, riprese la tradizione del carnevale della Gnaga.
Non conoscevamo l’origine di quel nome, lo accettammo così com’era.
Il carnevale e la sua organizzazione sono a cura dell’associazione locale “El Piodech Zoldan”.

Con il rinascere del carnevale nacque il concorso delle maschere lignee: ogni anno viene fissato un tema sul quale gli intagliatori realizzano le maschere che poi sono giudicate e premiate.
Sicché la mia prima maschera è datata 1991 ed ecco trovato l’anello di congiunzione e spiegata la nascita della mia passione di intagliatore di maschere lignee.

Devo dire che era stata la passione per l'intaglio delle maschere la curiosità che mi aveva spinto ad approfondire la conoscenza di Pompeo De Pellegrin, e la ricerca dell'origine di quella passione era passata attraverso la storia di vari anni di vita e di accadimenti concatenati, anche casuali, come poi succede nella vita di molti di noi.
Mi ero in seguito reso conto che mi era difficile fare domande per capire un lavoro di cui sapevo quasi nulla, così ho aspettato pazientemente l'occasione favorevole, a fine luglio, in occasione della manifestazione dei Murales Viventi che si tiene annualmente a Cibiana di Cadore.

Si tratta di una sagra paesana nella quale molti abitanti locali si infilano costumi d'epoca, tirano fuori vecchi arnesi e ferri di vari mestieri e allestiscono angoli dimostrativi per le vie del paese in un clima di festa, con intrattenimenti musicali, punti di ristoro, degustazione di bevande e prodotti tipici; tra questi ci sono anche i mascherai che intagliano le loro maschere di legno. 

Quella mattina trovai in una stradina di Cibiana, Tiziano Costantin e Pompeo De Pellegrin, cugini, pronipoti di quel Floriano De Pellegrin del quale si è scritto più sopra e, vedendoli all'opera, ne ho potuto sapere un poco di più di questa passione di scolpire le maschere di legno. 
Soprattutto ho capito quanto lavoro, quante conoscenze e quanto tempo servano per preparare una maschera, senza dimenticare la creatività innata nell'immaginare il soggetto che si vuole rappresentare, riuscendo poi a "tirarlo fuori" dal legno di partenza.
Pompeo mi spiegava, per esempio
, che la sua maschera partiva da un grezzo formato da due pezzi di cirmolo uniti con la colla. Poi mi ha fatto notare che il naso era più scuro
perché di una pianta di cirmolo cresciuta in quota, che si riesce ad intagliare meglio.
L'altro pezzo invece è di un cirmolo cresciuto a Forno, cioè in fondovalle, il cui legno è più arrendevole, non si lavora bene come l'altro.
Abbinare i due legni è possibile in quanto è previsto che la maschera, una volta ultimata, venga dipinta per uniformare il colore.
Poi mi ha spiegato parecchie altre cose, sicché alla fine ne ho saputo abbastanza per capire che ... non ne sapevo abbastanza e che valeva la pena aspettare l'occasione per assistere alla realizzazione di una maschera dall'inizio alla fine e fotografarne le varie fasi, oltre a descriverle con le parole.
Ma questa sarà un'altra storia tutta da scrivere.


Gabriele Villa
Incontro con Pompeo De Pellegrin, un po' monello, un po' artista
Cibiana di Cadore, 30 luglio 2017
Ferrara, 26 novembre 2017