Torre Piccola, ti voglio bene

 

di Gabriele Villa

 

Quando si è giovani il passato sembra non avere dimensione. E nemmeno il futuro.

Si è assorbiti completamente dall’oggi o, al massimo, dal domani, inteso come il giorno dopo quello di oggi. Mano a mano che passano gli anni il passato prende corpo, lievita come una torta in forno, fino a diventare invadente e non puoi fare più finta di non vederlo.

Poi, ad un certo punto, ci sono gli anniversari "storici" che irrompono nella tua vita e la dimensione del passato acquista un peso significativo.

25 anni di matrimonio, ad esempio.

Oppure 25 anni che sei iscritto alla tua sezione del Club Alpino Italiano e ti hanno anche consegnato il distintivo dei soci venticinquennali, che ti ha fatto tanto piacere, ma avresti anche aspettato volentieri ancora qualche anno, se si fosse potuto.

O ancora, 25 anni da quando arrampicasti in cordata per la prima volta e sembra l’altro ieri e invece è passata una vita.

Insomma, ad un certo punto ti rendi conto di quanto si sia allungato l’elenco delle vie che hai salito, delle cime che hai raggiunto, qualcuna anche più volte, per vie diverse o per la stessa con diversi compagni.

Il passato comincia allora ad incuriosirti: è la tua vita scritta nel tempo.

C’è. Tanto vale smettere di far finta che non esista.

E’ così viene la volta che perdi più di una serata a guardarti l’elenco delle salite e ti accorgi di particolari a cui non avevi fatto caso prima.

Guarda, per esempio, quante volte sei stato sulla Torre Piccola di Falzarego.

53 volte.

Anche se per 6 vie diverse, sono sempre tante.

Sono 53 giorni vissuti in montagna raggiungendo sempre e soltanto quell’esile cucuzzolo per poi scendere agli ancoraggi per ripetere quella manovra di corda doppia fino ad arrivare alla forcella.

Già, la corda doppia.

Ti ricordi il primo impatto con quella corda doppia?

Non piacevole, vero?

Era giugno del 1975 ed eri riuscito a convincere l’amico Giorgio De Donà a farti da capocordata. Ancora non arrampicavi, ma volevi provarci e lo spigolo ovest della "Piccola" sembrava l’approccio ideale per vincere le tue paure e i tuoi timori.

Eravate allo sbocco del canale che separa le due torri del Falzarego, le corde già svolte e Giorgio che stava apprestandosi a partire, tuo cugino Giulio a fianco.

Improvvisamente un urlo rimbalzò tra le pareti, rovesciandosi lungo il canalone.

Quasi istantaneamente sentiste un tonfo sordo, poi più nulla. Silenzio.

Non gemiti, non grida di dolore. Eppure quell’urlo vi era entrato nel cervello, se ne era percepita chiaramente la disperazione. Qualcosa di grave era successo.

Senza dirvi nulla vi slegaste, metteste le corde nello zaino e cominciaste a risalire lungo il canale.

Ed ecco qualcuno scendere con movimenti affrettati e fermarsi di fronte a voi.

Ti sembra ancora di sentirlo.

"E’ caduta una ragazza. E’ ancora viva. Bisogna chiamare i soccorsi."

Lo guardaste senza dire nulla.

Passarono alcuni secondi senza che non vi venisse niente da dire.

Forse vi aveva colpito quel "…è ancora viva", come se la cosa fosse stata strana.

Secondo lui la ragazza avrebbe dovuto essere morta, evidentemente.

Capiste allora, senza che ve lo dicesse, che era precipitata dalla paretina che si scende con la corda doppia: 23 metri di volo.

Visto il vostro silenzio, continuò:

"Scendo io a chiedere aiuto, andate su a vedere, intanto."

E ricominciò subito a scendere velocemente verso Passo Falzarego,

In quei giorni sui prati sotto al Passo c’era un attendamento di Finanzieri, loro sarebbero saliti abbastanza rapidamente con tutto quanto fosse servito per portare aiuto alla ragazza.

Riprendeste a salire, chiedendovi, ognuno dentro di sè, come avreste trovato l’infortunata.

E, poco dopo, alla sommità del canale, eccola.

Stava riversa sulla schiena, con ancora lo zaino sulle spalle, faccia a quella parete che, sicuramente aveva visto scorrere velocemente.

Troppo velocemente, così da capire, con disperazione, che stava precipitando.

Io non avevo nessuna esperienza di arrampicata e nemmeno ero mai stato sulla Torre Piccola, ma Giorgio che era il più esperto dei tre e l’aveva già salita, capì subito cosa era successo.

Il ragazzo si era calato per primo, poi si era preparata lei.

L’ancoraggio di calata è formato da un uncino di ferro entro il quale si colloca la corda senza doverla infilare dentro alcun anello.

Una comodità, per un certo verso, ma una grande pericolosità se non si sta attenti quando si "veste" la corda per la calata.

La ragazza, nel sistemarsi la corda attorno al corpo per la discesa alla "Comici" l’aveva involontariamente fatta sfilare dall’uncino di calata e. assieme ad essa, era precipitata per tutta la lunghezza della parete.

Lo zaino aveva attutito il colpo e, probabilmente, le aveva salvato la vita.

Infatti, non sembrava messa malissimo.

La cosa più evidente era una frattura esposta della gamba destra.

Non avevo mai visto dei fratturati, e neanche gli altri miei compagni.

Quella gamba spezzata faceva veramente uno strano effetto, con quella piega innaturale.

Ma la ragazza non si lamentava tantissimo, sembrava, tutto sommato, tranquilla.

Ogni tanto si toglieva dei granellini di ghiaia dalla bocca, o almeno così era sembrato in un primo momento.

Poi ci rendemmo conto che erano i frammenti dei denti che si erano spezzati nell’impatto.

Le stavamo intorno cercando di farle coraggio, per quanto fosse possibile fargliene in quelle strane condizioni.

Mi ricordo che a un certo punto mio cugino disse, in dialetto:

 

"Tira fora la grappa dal zaino".

Al che io risposi:

"Ma sei matto, vuoi darle la grappa in queste condizioni".

Lui rispose, irritato:

 

"Ma no per ela, la è per mi, scemo".

In effetti non avevo capito che Giulio voleva calmare la forte tensione che lo attanagliava in quel momento con un sorso della grappa che si era portato appresso.

Dopo un tempo che non saprei dire arrivarono i soccorsi, il medico fece un’iniezione di calmante alla ragazza che aveva cominciato a lamentarsi con più insistenza, prima che le sapienti mani dei soccorritori la collocassero nella barella, per poi iniziare a scendere lungo il canalone.

Li seguimmo, ammirati nel vedere la perizia con la quale la barella fu calata lungo le rocce del canale prima, e dell’impervio sentiero poi, fino all’ambulanza che attendeva giù, al parcheggio a fianco della strada.

A un anno di distanza, Giulio incontrò la ragazza, alle 5 Torri e così venimmo a sapere che se l’era cavata, anche se, oltre alla gamba, aveva riportato una frattura del bacino, da cui si era ripresa abbastanza bene, tanto da tornare a passeggiare in montagna.

Inutile dire che la mia prima arrampicata venne rinviata a data da destinarsi, perché, almeno per quel giorno, di emozioni ne avevamo già provate a sufficienza.

Così il primo approccio arrampicatorio con la Torre Piccola fu rinviato di quasi un anno: a maggio del 1976.

Avevo nel frattempo fatto rapidi progressi, prima come secondo di cordata e poi anche da primo, tanto che, al corso roccia del CAI Ferrara, venni impiegato come capo cordata.

Così salimmo la via dello spigolo Comici; la mia cordata seguiva quella che "apriva", condotta nientemeno che da Gino Soldà, il grande alpinista di Recoaro che in quegli anni era, di fatto, il direttore tecnico dei corsi della sezione.

Inutile dire che i miei tempi di salita erano decisamente superiori a quelli del grande Gino, tanto che questi, dopo essere giunto in vetta da un po’ di tempo, ridiscese slegato alcuni metri per vedere a che punto eravamo e, vistomi impegnato sull’ultima paretina, disse:

"Oramai sei fuori, bravo, bravo".

Ma ci pensate. Gino Soldà che, anche se con frase di circostanza, mi dice bravo mentre sto arrampicando da capocordata?

Una soddisfazione gigantesca, un ricordo indelebile.

Già, un ricordo! Uno dei tanti.

Penso che, come un bambino solleva i sassi per cercare lucertole nascoste, così io potrei sollevare i sassi delle cenge della Torre Piccola, sicuro che sotto ognuno di quelli potrei trovare uno dei tanti ricordi che mi legano a quella punta tante volte salita.

Come quel giorno che arrivato in cima con l’amico Stenio, mi stesi, legato al chiodo di vetta, addormentandomi nel tepore del sole, in attesa dell’altra cordata di amici che era rimasta un po’ attardata.

Nel frattempo arrivò un’altra cordata e il primo chiese a Stenio, un po’ preoccupato:

"Cos’ha. Sta poco bene?"

"No, no – rispose Stenio – sta meglio di noi. S’è addormentato."

O quell’altra ancora, che sempre sullo spigolo Comici, in una gelida giornata di dicembre, con Paolo e Rolando sperimentammo fino i fondo che se è vero che d’inverno fa freddo, è ancora più vero che sulle vie di spigolo il vento ti sorprende da tutte le parti e non ti dà tregua un momento, fino a che il freddo stesso assume la dimensione della sofferenza fisica.

Un’altra volta ancora, in un mese di ottobre, durante un corso roccia, erano caduti 20 centimetri di neve durante la notte del sabato e il direttore sospese il corso, annullando l’uscita:

"Non mi posso assumere responsabilità – disse - con le pareti in queste condizioni."

Ma qualcuno di noi pensò che, dopo avere percorso 250 chilometri per arrivare fino a lì ed aver dormito all’addiaccio nei sacchi a pelo, non si poteva rientrare a casa senza almeno provarci.

Così ci preparammo per salire alla Torre Piccola di Falzarego, e dove altro sennò, rimediando un acido commento da parte di chi stava partendo per rientrare a casa:

"Sembrate dei transfughi Bosniaci."

Comunque, riuscimmo a salire fino alla forcella fra le torri e ci sembrò di avere fatto qualcosa di epico, suscitando l’entusiasmo dei nostri "allievi".

Quanti ricordi, ancora. Veramente tanti. Non si può raccontarli tutti.

Ma la cosa più bella sono i volti di tutti quei compagni che mi appaiono nitidamente, mano a mano che i ricordi riemergono.

Se ho salito la Torre Piccola 53 volte, l’ho fatto con almeno altrettante persone diverse, allievi dei corsi roccia e amici soprattutto, (qualcuno di loro ha cominciato lì, con me, a fare il capocordata).

Assieme a tutti loro ho condiviso il piacere dell’arrampicata e la soddisfazione della vetta raggiunta, quella vetta che ad un certo punto non è più stata un fine, un qualcosa da raggiungere, ma un mezzo per rinsaldare quei rapporti umani e di amicizia che sono la cosa più preziosa e importante che mi ha dato l’alpinismo.

Alla Torre Piccola di Falzarego, più di ogni altra cima, debbo l’accumularsi di questa ricchezza interiore: e così ho scoperto di volerle bene.

 

Gabriele Villa

Ferrara, 27 novembre 2000