Ritorno in dolomiti

 

di Massimiliano Stengel


Alle quattro del pomeriggio parcheggiamo la macchina in fondo alla Val Canali sotto una pioggia battente. L'ultimo tratto di strada, stretto e tortuoso, e' un autentico torrente in piena. Prepariamo i sacchi e ci mettiamo in   cammino in un momento di relativa calma, e iniziamo fiduciosi la salita al Treviso. Le nuvole basse per qualche secondo svelano le sagome inconfondibili della Pala del Rifugio e del Sass d'Ortiga, l'aereo spigolo che visto dal basso sembra cosi' affilato ed inaccessibile, l'enorme masso
incastrato tra il pilastro e la cima, e la prima impressione e' forte.
E' da due anni che non vedo dal vivo le Dolomiti, queste masse rocciose potenti e vertiginose, questi imponenti contrafforti che sorgono verticali e violenti dalle foreste di conifere.
Sono tanto diverse dalle Alpi occidentali, certamente piu' grandi in dimensione ma spesso lontane e sonnolente, dei giganti buoni di ghiaccio e roccia nerastra adagiati ai margini di ampie valli aperte, ove raramente bisogna guardare verso l'alto per trovare la cima.
Qui invece il biancore lattiginoso che ci circonda e' disseminato di castelli e torrioni sospesi nel nulla, quasi in bilico sulle nostre teste, resi tetri e minacciosi dalla bruma ovattata in cui sono immersi e dall'acqua che ne scurisce le pareti.
Ci fermiamo al margine del torrente, fa relativamente caldo e Peggy si mette i pantaloncini corti prima di attaccare la rampa finale. In tutta risposta, ricomincia a piovere vigorosamente e arriviamo al rifugio bagnati fradici.
Con una certa sorpresa scopriamo di essere i soli clienti, a parte una coppia di amici del gestore, e ci viene assegnata una simpatica
cameretta con due letti a castello tutta per noi. Sono contento di essere in questo angolo di paradiso, cosi' incredibilmente trascurato dalle folle di turisti. Tutti si accalcano nella conca di Cortina, e disertano questi luoghi incantevoli, forse meno alla moda ma sicuramente di pari -se non superiore- bellezza. Non me ne lamento, beninteso.
Divoriamo la pastasciutta, il formaggio alla piastra e la panna cotta, un'oretta a discutere relazioni in mano e poi a nanna.
Fuori piove ancora, ma le previsioni parlano di una splendida giornata di sole per domani, e l'eccitazione e' tale che fatico a prender sonno nonostante la stanchezza. Frammisti all'attesa frenetica, i soliti dubbi che precedono ogni salita. Riuscira' ad asciugare la roccia dopo questo acquazzone? come sara' maneggiare nuts e cordini dopo due anni di spit? certo
da allora sono migliorato tecnicamente, ma di testa?
L'entusiasmo affettuoso di Peggy, che per la prima volta vede queste montagne e non vede l'ora di toccarle con mano, mi aiuta ad allontanare per un po' dubbi e paure, e scivolo piano piano in un sonno agitato.
La sveglia suona alle sei di mattina, fatichiamo un po' ad alzare la testa, poi finalmente ci affacciamo alla finestra a scrutare le prime luci dell'alba.
Non piove piu', ma la valle e' ancora avvolta da un letto di nebbie che nascondono alla vista le cime circostanti. Delusi, scendiamo a far colazione guardandoci raramente negli occhi e dicendo poche parole. Mentre spalmo il burro sul pane penso ad Emilio Comici, ad un brano del suo "Alpinismo Eroico" in cui descriveva una mattina buia e minacciosa, il cielo coperto da nubi cariche di pioggia. La loro voglia di arrampicare era tale che partirono lo stesso e furono colti dall'acquazzone lungo la salita. Dov'e' ora la mia voglia di uscire dal rifugio ed andare all'attacco della via? Mi sento demotivato, preso da mille dubbi e paure. Paradossalmente, dentro di me  so che oggi sara' una giornata buona, e che difficilmente le nebbie diventeranno pioggia
ma, mentre passano i minuti, si moltiplicano nella mia testa le immagini catastrofiche, le sensazioni di sconforto, senza vero motivo peraltro, e l'unica frase che riesco a pronunciare con un vago tono di rinuncia e' "cazzo, speravo tanto che oggi ci fosse un bel sole".
Di restare a piangere in rifugio non si discute, cosi' usciamo di malavoglia con nello zaino una bottiglia d'acqua e un pile e ci avviamo a piedi su un sentiero qualunque, senza meta. Arriviamo alla base della Pala, il cui spigolo nord ovest torreggia
imperioso sulle nostre teste, fino a tuffarsi nelle nuvole qualche centinaio di metri piu' in alto. Ne cerchiamo l'attacco con certosina pazienza, se domani andremo a farla almeno avremo risparmiato un po' di tempo prezioso. Una traccia di sentiero parte in costa sulla destra, "quello deve andare verso la Frisch," penso. Andiamo a vedere anche li', arriviamo all'ometto, al cospetto di una
liscia placconata verticale solcata da inquietanti colate d'acqua. Ne sono intimorito e soggiogato, non si vede alcun chiodo "eppure da qualche parte si dovra' pur passare", poi ce ne andiamo col morale nei calzini, come se nell'arco di un quarto d'ora avessimo di fatto rinunciato ad entrambe le vie.
Vorrei sedermi, restar li' tutto il giorno a guardare quello spigolo perfetto ed interminabile mentre la danza dei cumuli biancastri ne scopre una parte o l'altra, studiarne le prese, immaginarne i passaggi. Peggy mi scuote dal limbo candido in cui sono caduto e mi incita a proseguire, a camminare.
Riprendiamo cosi' il sentiero in direzione del Passo Canali, e ci allontaniamo via via dal Dente del Rifugio ove avevamo in programma di salire oggi, mentre la speranza di arrampicare, di riprendere in mano il filo dei nostri progetti si affievolisce sempre piu' lasciando spazio all'apatia, alla voglia di far fatica per dimenticare.
Siamo saliti per piu' di un'ora, siamo in vista della Cima del Coro dove si dirama la "via non ferrata" dei Vani Alti... potremmo fare quella? Ma no, serve una corda, e forse piccozza e ramponi. Io penso sempre a Comici, agli alpinisti di un tempo che al posto mio sarebbero corsi alla base delle  pareti ringraziando il cielo per una giornata come oggi, senza temporali.
Mi sento talmente sciocco.
Provo a dirlo a Peggy, "Dipende dal carattere" mi risponde lei tranquilla, "ad esempio mio fratello sarebbe andato ad arrampicare comunque, lui e' fatto cosi'. Io non ho il suo coraggio, in questi casi ho bisogno di esser trascinata." Riprendiamo il cammino in silenzio.
Poco dopo, l'ennesima volta in cui ci fermiamo per guardarci indietro, il cielo sembra uguale a prima, ma le nubi si sono alzate dalla valle e sembrano arrampicarsi sui contrafforti rocciosi. Ci guardiamo negli occhi, per la prima volta forse da stamattina. "Sembra un po' meglio, adesso" provo ad accennare.
"Si', forse si riuscirebbe ad arrampicare."
A mezzogiorno, naturalmente, ci troviamo di nuovo al rifugio, questa volta con la ferraglia e le corde in spalla, e salutiamo il gestore:  "Allora andiamo a fare la Chiara Stella, come previsto".
Poi la solita salita lungo quel sentiero ripido e scosceso di cui conosco ormai a memoria sassi e radici. In mezz'ora siamo alla base del Dente e ci prepariamo ad attaccare il primo tiro, un po' intricato tra i mughi e le balze erbose ma ben segnalato con bolli rossi. Ricomincio a guardare la roccia in cerca di fessure e di clessidre piu' che di prese e appoggi, ricomincio a cercare il cammino piu' facile su una parete, ricomincio a sbuffare e imprecare perche' non ho allungato i rinvii e la corda non scorre piu' di un millimetro. Dopo un'ora siamo entrambi in sosta, e dagli occhi di Peggy capisco subito che oggi dovro' cavarmela da solo, di andare da prima lei non ha proprio voglia.
Poco male, mi sento in forma. Alcuni metri piu' su mi aspetta uno strapiombetto fessurato, lo mangio in un boccone. Mi
stupisco di come rimango calmo e rilassato, senza grossi drammi per l'ultima protezione lontana o aleatoria, di come il quinto
grado scorra allegro sotto i piedi, lavando via le paure di ieri e le oziose fantasie covate nei lunghi inverni.
Lenti ma inesorabili arriviamo alla base della placca, la parte piu' difficile ed interessante della via che passo senza problemi, pure divertendomi.
Ogni tanto getto un occhio al rifugio Treviso, piccolo piccolo qualche centinaio di metri sotto i miei piedi; quasi sempre scorgo qualcuno con la testa all'insu' che scruta dal basso le nostre azioni.
Talora penso "sara' un escursionista", e mi figuro la sua faccia ammirata al cospetto di due acrobati delle crode, che escono dai sentieri battuti per sfidare il rischio e la fatica.
Talaltra penso "sara' un alpinista", e allora immagino la sua espressione di disgusto di fronte a due imbecilli che
arrancano lenti come lumache su una vietta facile facile.
Ad ogni modo, quando alle sette siamo di ritorno non c'e' piu' nessuno, e ci tuffiamo diretti in una gratificante bistecca di maiale.
Logica vorrebbe che l'indomani puntassimo alla Pala, che sognamo ad occhi aperti da mesi. Purtroppo, siamo schifosamente lenti nelle manovre. Dunque rimandiamo  a data da destinarsi l'ambita meta, e andiamo di nuovo a pesca tra le pagine
del Cima alla ricerca di una preda allettante.
Presa la decisione puntiamo la sveglia del telefonino alle sei. Ci svegliamo alle sette, il tempo di imprecare contro il telefonino scarico e di ingurgitare la colazione, e alle otto meno un quarto siamo sullo stesso sentiero di ieri, stavolta carichi e motivati. Il cielo e' leggermente piu' sano ma continuano  ad esserci nuvoloni bassi e nebbia che va e viene. Arriviamo alla Forcella delle
Mughe non senza esserci soffermati ad osservare la parete che ci aspetta, che avvicinandosi diventa ancor piu' impressionante. Beviamo un po' d'acqua, ci vestiamo sportivi, lasciamo uno dei due zaini sotto un masso, e mentre lo nascondo inizio gia' a bramare il momento che potro' toccarlo di nuovo, a lavoro compiuto. Il Sass d'Ortiga, infatti, e' una montagna che mette subito
le cose in chiaro, fin dall'avvicinamento. Per arrivare alla parete si traversa una cengia espostina, si scende un camino, si sale un tratto attrezzato faticoso e antipatico (su cui ogni volta il moschettone di sicura mi si incastra),
un'ora in tutto alla fine della quale si desidera pensare a tutto meno che ad una ritirata.
Poi si vede la parete, apparentemente liscia e verticale, sbarrata a meta' da strapiombi gialli, ogni volta che alzo la testa mi sembrano piu' gonfi e minacciosi. Ci troviamo ora alla base, sulla verticale della cima. La relazione parla di una rientranza della parete e di una striscia nera, ma di punti di riferimento evidenti nemmeno l'ombra. Dal secondo tiro in poi la linea e' ovvia, si vedono bene le fessure, il traverso, il grosso masso incastrato. E il diedro alla fine, il tratto chiave, ancora troppo lontano per
far veramente paura. Arriveremo in vetta? Chissa', ora il problema piu' grosso e' trovare la via. Saliamo in conserva lo zoccolo, trovo una clessidra alla base della parete vera e propria e recupero Peggy. Sopra di me un diedrino liscio appena accennato, sembrava una buona via di salita visto dal basso ma ora appare verticale e bagnato sul fondo. Discutiamo un po' relazione alla mano, poco convinti. Provo a spostarmi qualche metro a sinistra, trovo una bella parete grigia articolata e leggermente piu' appoggiata, non c'e' nessun segno di passaggio ma sembra abbordabile. Salgo circospetto per una quarantina di metri,
poi finalmente vedo due chiodi e una fettuccia, e' il terrazzino, siamo in via!
In due tiri entusiasmanti di fessura appigliata e verticale arriviamo alla prima vera prova, un traverso a sinistra sotto i gialli e due chiodi piantati sullo strapiombo incombente da cui penzolano nel vuoto un cordino ed una fettuccia.
La relazione indica un A0 tra parentesi, non sembra preoccupante. Mi avvio, la morosa ancorata ben salda ad uno spuntone, e attacco lo strapiombo. Mi aspettavo un A0 "da falesia", di quelli in cui prendi in mano il rinvio facendo finta di niente e ti issi su di quei dieci centimetri necessari a raggiungere una buona presa. Invece mi trovo a sbuffare penzoloni nel vuoto, entrambi i piedi sprofondati nelle fettucce mangiate dalle intemperie, le mani alla disperata ricerca di una buona presa per ristabilire l'equilibrio.
Una breve lotta e sono oltre, ansimante ma rincuorato. La relazione parla ora di una fessura obliqua a destra, la vedo. Poi alzo la testa, sopra di me  c'e' un altro strapiombo con due cordini. Che fare? Aggancio un rinvio al cordino che pare meno marcio e tiro su dritto, per una magnifica parete grigia ben appigliata. Ho scelto bene il cordino da agganciare, l'altro e' praticamente
strappato e rimane sulla parete piu' per attrito che per altro (me ne accorgo solo quando ci sono sopra). Salgo ancora un
paio di metri, roccia stupenda... ops! Talmente stupenda che mi scordo di testarla e per poco non volo via con un blocco che si stacca di netto appena lo prendo in mano. Poi la parete si appoggia, trovo un bello spuntone, piazzo ancora un friend e un nut e assicuro la salita di Peggy.
Mentre guardo con apprensione il mio terrazzino chiedendomi se l'ho fatto a regola d'arte sento la corda tendersi, e' Peggy che e' volata col secondo cordino marcio e si e' presa una bella strizza. Cio' mi convince  definitivamente che il mio terrazzino tiene.
Due lunghezze tranquille su roccia da sogno conducono al famigerato diedro, che incute rispetto se non altro a causa delle fredde nebbie in cui e' avvolto.
Tutta la salita aspettavo questo momento, ora e' arrivato e bisogna darsi da fare. Per fortuna i chiodi sono frequenti, almeno nel primo tratto. Salgo tranquillo e sicuro, prendo a due mani il bordo della fessura, punto i piedi sulla parete opposta, e questo decine di volte, sbuffo e guardo in alto cercandone la fine. Sono quasi arrivato, ancora un piccolo sforzo, ora e' piu' facile, gli appoggi per i piedi sono migliori, per un attimo guardo verso giu', la corda si dissolve nella nebbia, immagino le distanze e il vuoto,
vedo l'ultimo chiodo lontano lontano sotto di me, saranno quanti metri? sei, otto, dieci?
Per qualche secondo il morale vacilla e tremo un po', poi scatta qualcosa dentro, mi guardo intorno come se mi svegliassi da un breve sogno agitato, sistemo un po' meglio l'equilibrio sui piedi, salgo quei dieci centimetri necessari ad afferrare una grossa vasca e caccio il mio friend preferito fino in fondo alla fessura. E' fatta!
Siamo in vetta alle sette di sera e mi sento svuotato, quasi fossimo rimasti troppo tempo su quella parete per aver energia sufficiente a gioire della vittoria. E poi rimane la discesa, siamo stanchi e la visibilita' e' scarsa.
Trovo la scatola di metallo che normalmente contiene il libro ma e' vuota. Amara delusione! Peggy avrebbe tanto voluto vederlo, in Svizzera non esiste questa simpatica tradizione, sarebbe un vero peccato che sparisse anche da noi.
Appena arrivati al rifugio chiamo Vanni, si sposa domattina con Giada, e visto che sono testimone non sarebbe elegante mancare all'appuntamento.
La cerimonia e' alle undici a Trieste, ma stasera non ce la facciamo proprio a scendere, siamo stanchi morti. Decidiamo per
l'indomani, sveglia alle quattro di mattina, arrivo a Trieste alle nove e mezza dopo quattro ore di strada piovosa, doccia, bel vestito e alle undici meno dieci puntualissimo davanti al municipio. Evviva gli sposi!!


Massimiliano Stengel

Losanna, 09 luglio 2002