Quando le difficoltà non contano

di Gabriele Villa

La cosa era nata in maniera casuale.
Il giovane aveva telefonato al vecchio per comunicargli che aveva pensato di rinunciare alla scalata a tre programmata giorni prima; questi gli aveva risposto che il terzo aveva avuto contrattempi e che, quindi, sarebbero stati soltanto loro due.
"Allora che facciamo?" aveva chiesto il giovane. "Guarda, ho avuto una settimana pesante. Fra lavoro, riunioni al Club e discussioni varie non ho neanche la voglia di pensare dove andare; scegli tu, hai carta bianca". Si sentì rispondere.
Ed ora erano lì, con la fotocopia in mano a guardare la parete e cercare il sentiero per raggiungerla. La giornata era bella, come avevano preannunciato le previsioni meteo.
Il sentiero fu presto individuato ed iniziarono a salire addentrandosi, ripidamente, nel bosco. Il giovane camminava avanti veloce, i suoi piedi sembravano solo sfiorare il terreno ghiaioso per subito ridistaccarsene.
Il vecchio seguiva cercando nel controllo della respirazione il modo di compensare il deficit di ossigeno che gli derivava da quel passo a cui non era abituato. Arrivarono rapidamente sotto la parete, sudati, e cominciarono i preparativi per l’arrampicata.
Avevano guardato, giù all’auto, la guida delle pareti, poi il giovane aveva scelto l’itinerario ed il vecchio aveva annuito. Era sufficientemente esperto di pareti per capire che quel giorno avrebbe dovuto dare fondo a tutte le energie ed anche fare ricorso ai "trucchi" del mestiere. Per questo aveva infilato nello zaino una staffa e un "rampino" d’acciaio che si era fatto costruire, tempo prima, da un amico fabbro.
Così si era interessato solo superficialmente alla relazione e alle difficoltà della scalata, tanto sapeva per esperienza che i numeretti servono soltanto a toglierti tranquillità e metterti delle ansie ulteriori che sottraggono preziose energie psichiche. Aveva fiducia nel suo giovane capocordata; in quando a lui, avrebbe valutato le cose al momento. E venne l’ora dell’azione.
Il vecchio manovrando il mezzo barcaiolo guardava il giovane arrampicare: dai suoi movimenti, dalle fatiche, dalle indecisioni, dalla velocità di progressione avrebbe capito che cosa lo aspettava, quali sarebbero state le difficoltà da superare.
Così capì che il primo tiro sarebbe stato abbordabile e, quando venne il suo momento, lo salì tranquillo.
Poi venne il secondo e, dopo una decina di metri, ecco un tratto strapiombante.
Il giovane lo superò con decisione e poi, girandosi verso il basso, disse ridendo: "Ehi, tieni pronta la staffa per quando sarai qui".
Ma il vecchio non se l’era presa.
Il giovane glielo aveva detto con tono di premura nei suoi confronti, non certo per rimarcare che lui lì non ce l’avrebbe fatta.
Fu così che, venuto il suo momento e arrivato al punto topico, con lo strapiombo all’altezza degli occhi, preparò la staffa, passò il moschettone nel chiodo e salì senza pensare ad altro se non a fare in fretta.
Così arrivò in sosta e fece i complimenti al giovane, preparandosi nuovamente a fare sicura. Sopra di loro incombeva un diedro minaccioso che disegnava un’ombra scura sulla parete, dalla fessura di fondo si vedevano penzolare alcuni cordini. Il giovane lo raggiunse e vi entrò con una manovra laboriosa e delicata. Passato il rinvio nel chiodo vi inserì le corde e poi vi aggiunse un cordino a penzoloni.
"Strano – pensò il vecchio – che voglia utilizzare il cordino per infilarvi il piede a mò di staffa, senza neanche avere provato prima il passaggio".
Ma il giovane non vi infilò il piede e proseguì deciso.
Allora il vecchio capì che quel cordino era un aiuto per lui e apprezzò molto che il giovane avesse avuto questa premura senza fargliela notare.
Poi il giovane sparì oltre il diedro e lui rimase lì in compagnia delle due corde e del mezzo barcaiolo.
Quando venne il comando di partire il vecchio si disse: "Andiamo a vedere". Raggiunse abbastanza velocemente l’ombra del diedro, arrivò al cordino, lo afferrò senza pensarci su issandosi veloce e continuando fino ad uscire a sua volta dal diedro.
Ritrovò il sole e vide cosa lo attendeva.
"C’è una placca bastarda" disse il giovane dalla sosta pochi metri sopra.
Il vecchio non si scompose, prese la staffa e la sistemò nel chiodo salendo con il piede sul gradino più alto, ma si rese conto che, ugualmente, il chiodo successivo era lontano e nemmeno il "rampino" gli sarebbe bastato per raggiungerlo.
Era quello che la guida delle pareti definiva "difficoltà obbligatoria". Allora fece una rapido ragionamento aiutandosi con i gradi delle difficoltà. Escluse che fosse un c, perché aveva constatato che dove c’era un c con un 5 davanti riusciva, di solito, a passare senza grandi patemi.
Quindi pensò che fosse un a, quello con il 6 davanti, perché dove c’era il b, sempre quello con il 6 davanti, il giovane gli aveva messo il cordino al quale si era abbrancato. Ma se il giovane non aveva pensato di mettere il cordino, si disse, vuol dire che ritiene che io lo possa fare, quindi dev’essere un a con il 6 davanti.
Forte delle sue estrapolazioni cerebral-numeriche si concentrò sul passaggio e lo superò guadagnando rapidamente la sosta.
La parete sopra continuava nella sua verticalità quasi ossessiva, ma il giovane non dava segni di preoccuparsene, anzi; continuava piuttosto ad allungare premurosamente i cordini sui chiodi dei passaggi più impegnativi. Il vecchio oramai non si curava più della forma, ma badava alla sostanza, nel senso che, cominciando a sentire le braccia dolergli, ritenne che uscire veloci sarebbe stato la cosa più saggia e utile per cui, non facendo più differenza tra cordini e chiodi, si abbrancò dove ce n’era la possibilità e salì alla sosta più in fretta che gli fosse possibile.
Rimaneva oramai soltanto l’ultimo tiro di corda.
Il giovane partì verso l’alto, mentre da sotto un'altra cordata stava salendo velocemente verso la loro sosta. Dopo alcuni metri il giovane faticò per venire a capo di un tratto complicato, poi passò le corde e allungò un paio di cordini verso il basso, proseguendo più speditamente fino all’ultima sosta. Quando il vecchio partì i due della cordata che seguiva avevano raggiunto entrambi la sosta. Erano di lingua tedesca per cui si erano scambiati i saluti e due parole di circostanza nel solito inglese scolastico che tutti conoscono. Salì i primi metri abbastanza speditamente fino ad arrivare ai cordini che penzolavano e si attaccò proseguendo oltre velocemente. Dietro di lui l’altro capocordata saliva tranquillo, fischiettando.
"In arrampicata tutto è relativo – pensò il vecchio – dove tu patisci altri salgono tranquilli". L’ultimo tratto era di c con il 5 davanti, per cui arrampicò senza più attaccarsi ai cordini ed arrivò alla sosta soddisfatto.
Le due cordate prepararono le corde doppie in contemporanea e scesero quasi affiancate verso il basso. Videro tutti quei metri di roccia saliti con fatica scorrere davanti agli occhi velocemente.
"Ecco dimostrato il magnifico inutile" pensò il vecchio atterrando sulla testa del compagno dopo una cinquantina di metri dei quali venti sospeso nel vuoto.
Scesero l’ultima corda doppia. L’altra cordata recuperò le corde, salutò e scomparve rapidamente. Loro scesero con più calma il ripido sentiero del bosco e raggiunsero l’auto a fondo valle.
Dopo mezz’ora erano al bar, seduti su di una panca del paesino a crogiolarsi in maglietta al sole tiepido del pomeriggio, con un panino in mano e una birra a fianco.
Parlarono in tranquillità, soddisfatti, delle loro esperienze comuni, di progetti futuri, di qualche amico da coinvolgere in nuove arrampicate e, quando il sole se ne andò scomparendo dietro alla montagna, anche loro se ne andarono.
Così, casualmente, come erano arrivati.

Gabriele Villa

Ferrara, 27 ottobre 2002