Ritorno al passato

di  Gabriele Villa

Perché mai si sceglie di percorrere una via alpinistica piuttosto che un’altra?
Le difficoltà tecniche? Perché no, la voglia di mettersi alla prova è certamente uno stimolo forte.
Il nome dei primi salitori? Sicuramente. I nomi che hanno fatto la storia dell’alpinismo sono un richiamo per chi ne ripercorre le linee cercando magari di coglierne l’importanza storica o le prestazioni tecniche.
Il fascino della cima o della montagna particolarmente estetica?
Forse è il primo dei motivi della scelta.
E percorrere una salita solo attirati dal nome che è stato dato alla via è possibile?
Perché escludere questa possibilità, l’attrattiva o la suggestione delle parole?
Succede, sfogliando l’ultima guida comprata, di leggere un nome che colpisce la fantasia: "via del fiume pietrificato".
E poi ti viene in mente che sì, quella parete l’hai anche vista passando con l’auto nel fondo valle e ne sei rimasto colpito. Probabilmente lì la terra ha sviluppato forze primordiali piegando la roccia in maniera incredibile, sagomandola come un’onda gigantesca imprigionata nella roccia, sinuosa come l’ansa di un fiume …
Ecco scoperta l’origine di quel nome così affascinante.
Vediamo cosa dice la relazione? "Via lunga 500 metri, in ambiente isolato. L’arrampicata è interessante e su roccia abbastanza buona solo a tratti; per il resto friabile o sporca di detriti.Sufficientemente attrezzata, ma portare martello e chiodi. Tempo: da 3 a 6 ore. Un’ora di avvicinamento e una per la discesa".
Sarebbe bello e anche stimolante percorrerla.
L’arrampicata in Dolomiti fatta in giornata e le vie di falesia hanno abituato molti, me compreso, ai 200/250 metri, tanto che si è perso il sapore delle vie più lunghe dove prevale magari l’impegno psichico piuttosto che quello fisico.
Si fa una botta di conti: due ore di auto, due per avvicinamento e discesa, sei per la salita (conosco il giochino: se vai in conserva sui tratti più facili ne impieghi tre, se fai cordata sempre ne impieghi sei). Fanno in totale 10 ore e siamo in novembre: partendo alle 6,30 del mattino si ipotizza un rientro per le 16,30. Rimane mezz’ora prima che faccia buio pesto. Il margine è risicato, ma si può provare.
I compagni "tosti", però, hanno impegni per il fine settimana e io sono in parola con Monica per una salita da mezza giornata a Rocca Pendice, la nostra palestra "di casa". Però, a pensarci, perché no?
Monica ha frequentato il corso di alpinismo tre anni fa, poi ha continuato ad arrampicare, sia d’estate sia d’inverno, sulle cascate; ha anche cominciato a fare da capocordata su difficoltà fino al IV+, anche in montagna.
La conosco a sufficienza per potermi fidare di lei. Ha grande voglia di fare e un buon allenamento fisico: non è a caso che l’abbiamo soprannominata Wonder Woman, come l’eroina dei telefilm americani.
"Monica, ti andrebbe un’arrampicata di quelle da pila frontale nello zaino?".
Come previsto Monica non si tira indietro e, allora, è deciso: se c’è nebbia o fa brutto si va a Rocca Pendice e se fa bello si prosegue fino alla Val Sugana.
E la mattina è bella: fredda, ma bella. La brina sull’erba dei prati non ci preoccupa: la parete è esposta ad ovest e la giornata promette sole, dovremmo riuscire a "beccarlo" verso mezzogiorno. Si parte. Dopo un po’ di sentiero nel bosco rado, l’avvicinamento diventa "micidiale" perché risale un ghiaione che va ad insinuarsi nella gola che scende da sotto la parete del "fiume pietrificato": impieghiamo un’ora e mezza per arrivare all’attacco.
Ci prepariamo veloci e poi sù, si comincia. La roccia è fredda, ma non troppo e l’ambiente molto stimolante.
Dopo due tiri saliti nell’ombra ci sfiora il sole e ci riscalda piacevolmente.
Una traversata facile su detriti ci conduce sotto all’onda del "fiume", anche se da così vicino non si può apprezzare tutto il disegno che la natura ha impresso sulla parete.
Ora la roccia si fa verticale e ci sono due tiri di IV e IV+: la chiodatura è buona, ma "alpinistica" e così ti rendi conto di quanto ti "vizino" le vie di bassa quota, magari di 6a, ma con gli spit che luccicano al sole ogni tre metri.
Ma l’esperienza aiuta, così come qualche stopper, incastrato qua e là, ad incrementare la sicurezza e la tranquillità del capocordata.
Arriviamo ad un pulpito esposto: duecento metri di parete sotto di noi e la valle in fondo con le auto che corrono sul nastro d’asfalto della strada statale.
Bellissimo il panorama e avvincente, per me, questo ritorno ai "vecchi tempi".
Una traversata aerea ci porta in un canale detritico, facile, da salire con attenzione.
Poi ancora su fino ad uscire a destra sotto ad una parete grigia.
Dovrebbe essere il tratto chiave: otto metri di VI, però azzerabile, con uscita friabile.
Ma i chiodi sono buoni, uno lo aggiungo io e così guadagniamo l’accesso al tratto finale. Un tiro di roccette è presto fatto e l’orologio non ci è ancora nemico.
Sono abbondantemente passate le 14, ma duecento metri di II e III si fanno in fretta.
La parete diventa prato, un prato di erba rinsecchita a 80°: roba da ramponi e piccozza. Riponiamo le scarpette e calziamo gli scarponcini.
Per fortuna ogni tanto c’è un mugo che permette di posizionare qualche cordino di sicura, poi spariscono anche i mughi e allora ti devi proprio arrangiare.
La progressione rallenta, mentre la giornata continua ad avanzare.
Sollecito Monica a fare in fretta anche se so che ce la stà comunque mettendo tutta, solo non ha esperienza su questo terreno di arrampicata così anomalo e infido.
Dopo una sosta di fortuna con chiodo psicologico, friend e dado incastrato, finalmente un caminetto di bella roccia, poi ancora terreno, erba e mughi.
Ma l’uscita si avvicina e, girato uno spigolo roccioso, ci troviamo su un pendio del bosco ricoperto da un tappeto di foglie di faggio che crea l’effetto saponetta.
Comincia ad imbrunire, ma oramai è fatta, il "fiume pietrificato" è stato risalito. Siamo sul sentiero che ci riporterà a valle: sono le 16 in punto, forse riusciremo ad arrivare all’auto prima che faccia buio.
Ci incamminiamo veloci, perdendo rapidamente quota, ma, si sa, smarrire il sentiero in un bosco all’imbrunire è questione di un attimo.
Così, tra un pezzo di strada forestale, un sentiero che ad un certo punto va non si sa dove, un ghiaione che ti fa perdere rapidamente quota, un’altra strada sterrata che ti riporta indietro, alla fine ti trovi nel buio.
Le luci dei lampioni e delle case del fondo valle intanto si sono tutte accese, le automobili continuano a correre sul nastro d’asfalto, il tutto è molto suggestivo, ma tu non hai tempo di goderti il paesaggio. Devi solo pensare a scendere e il sentiero lo hai perso definitivamente. Allora giù diritti verso il fondo valle, tentoni, con quel po’ di luce riflessa che arriva da lontano.
Finito il ghiaione entri nel bosco e c’è ancora più buio e ci sono i rami che ti arrivano in faccia, quel po’ di luce che fa la frontale prima dimenticata e poi finalmente tolta dallo zaino e accesa.
Si cammina senza pensare, inciampando spesso, finchè, improvvisa, appare una strada sterrata, poi il tetto di una casa fra le cime degli alberi e le luci del paese.
E, infine, l’auto, bagnata e lucida per l’umidità della sera.
Sono le 18. E’ fatta. Tutto il materiale finisce nel baule, alla rinfusa.
L’importante è cambiare in fretta la maglia madida di sudore, al resto ci penseremo a casa, tranquilli, con il ricordo di questa giornata intensa nella mente.
Questo rientro al buio me ne ha fatti tornare alla mente altri, certamente più "epici", apparentemente sepolti nella mente, ma vivi come in un caminetto le braci ardenti sotto la cenere. E’ bastata, come un soffio sulla cenere, un’ora di camminata nel buio di un bosco, per riportarli alla mente.
Il rientro a Passo Falzarego a mezzanotte dopo la salita allo spigolo Dibona della Torre Fanis, quello nel buio del bosco di San Martino, senza pila frontale, mano nella mano con Roberto dopo la salita dello spigolo del Velo della Madonna e ancora dopo la salita dello spigolo del Cimon della Pala.
E, non ultimo, quello più rocambolesco in una notte fredda e stellata di ottobre dopo essere andati a recuperare gli amici rimasti "imprigionati" sul rientro dal Campanile di San Bartolomeo salito per la via del camino degli angeli.
Quella volta rientrammo a casa alle sei del mattino, mentre il telefono di casa mia era diventato "rovente" per le continue telefonate dei familiari dei miei compagni di avventura (eravamo via in sette quella volta) che mia moglie cercava inutilmente di tranquillizzare. Ricordi bellissimi, di giornate intense, di amicizie che si fortificavano nelle difficoltà e nei disagi del momento.
Sono piacevolmente sorpreso che mi siano tornati tutti in mente, così vivi, perché questo ritorno al passato mi ha, in un certo senso, rigenerato.
Domani sarà il giorno del mio compleanno, ma, per una volta, mentre aggiungerò un anno all’età anagrafica avrò la gradevole sensazione di averne tolti dieci, oggi, da quella psicologica.

Gabriele Villa

 Ferrara, 09 novembre 2002

L'altro capo di corda....
Come ai vecchi tempi di Monica Fortini