"Scusi, come gradisce il tetto? "
"Esagerato, grazie"

di Gabriele Villa


Il torrente Cismon, che impone il nome a quel tratto di valle, scende da Primolano e scorre verso Bassano del Grappa fra ripide pareti entro le quali corre la strada statale della Val Sugana. Su quelle difficili pareti e su quelle delle valli laterali sono stati tracciati, dagli anni sessanta in avanti, tantissimi itinerari (più di cento) di difficoltà sostenute, sia in arrampicata libera sia in artificiale (la tecnica che fa uso di scalette per agevolare il superamento degli strapiombi).
Il primo ad aprire itinerari di ampio respiro, paragonabili per difficoltà e impegno alle vie classiche delle Dolomiti, fu il bassanese Carlo Zonta, seguito poi da tanti altri alpinisti, anche di fama, che nelle stagioni preinvernali trovavano su quelle ripide pareti l’occasione per prolungare la stagione alpinistica.
Come Renzo Timillero, ad esempio, Guida Alpina, per anni gestore del rifugio Treviso in Val Canali o il forte Lorenzo Massarotto in cordata con Leopoldo Roman.
Anche i giovani "emergenti" presero ad andare sulle vie del Cismon a misurarsi: i mestrini Alberto Campanile ed Ezio Bassetto, Manrico Dell’Agnola (oggi fotografo di fama e scrittore), i meno conosciuti Daniele Lira, Fabrizio Lorenzin, Roberto Campana, Andrea Spavento (autore dell’ultima recente guida di arrampicata della valle) e tanti altri ancora. Fra tutti un posto di riguardo va assegnato a Umberto Marampon, definito nella guida "gran provveditore" della palestra di Cismon.
Nelle mie frequentazioni ho avuto modo di conoscere personalmente Umberto "Rampegon", come qualcuno lo ha soprannominato, o "Marampa" come altri amano chiamarlo. Persona modesta e schiva, è diventato alpinista di una certa notorietà in seguito all’apertura di vie nuove che vanno a "cercare" i grandi tetti delle pareti dolomitiche, superate con la tecnica cosiddetta dell’arrampicata artificiale.
Alcune di queste sono divenute famose come la via della Libertà alla Torre Venezia in Civetta, o il tetto "dei 9 metri" alla Pala delle Masenade in Moiazza o la via "del ricordo" alla Croda Spiza, sempre in Moiazza.
Marampon si è preso la cura, per anni, di mettere in sicura le vie della Val Cismon, segnalarle e addirittura ripetere le vie per trascrivere i nomi dei ripetitori segnati nei vari libretti di via per riportarli nel librone/diario che si trova alla trattoria Ferronato a Cismon del Grappa, divenuta nel tempo punto di ritrovo e documentazione dei frequentatori della valle.
Ero passato anch’io alla trattoria qualche anno fa (cinque, sei?) e guardando il librone/diario avevo notato una nuova "creatura" di Umberto Marampon: il grande tetto del Covolon, in Val Gadena.

Il tetto sporge di 49 metri, recita la guida, e probabilmente è il più grande finora salito in tutta l’area alpina e prealpina.

"Diavolo di un Marampa – pensai – dove lo avrà scovato uno strapiombo del genere?". Poi, un mese fa, in un caldo giorno di fine ottobre, ho fatto un piacevole ritorno sulla solare parete di Primolano. Finalmente avevo trovato un compagno con la voglia di cimentarsi con le staffe, ma dopo la prima impegnativa tirata di corda ci si rese conto entrambi che la grinta, quel giorno, non era quella necessaria.
Un rapido consulto e giù in corda doppia.
Subito mi venne un’idea: andare in escursione in Val Gadena per cercare il grande strapiombo del Covolon, il tetto AB normal di Marampon.
La Val Gadena s’insinua in una specie di canyon a pochi chilometri dal paese di Carpenè, in un ambiente isolato e severo. Nonostante la vicinanza con il fondo valle regala da subito, a chi vi s’inoltra, un senso di solitudine e di austerità.
Dopo quindici minuti di cammino vedemmo l’antro ciclopico che dà origine al tetto e andammo a cercare la fila di chiodi a pressione che, partendo dal fondo della grande grotta, ne esce per poi risalirne il bordo superiore ed è incredibile pensare al lavoro immane di chiodatura che è stato fatto per tracciare quell’itinerario, breve e durissimo. La giornata si concluse con una piacevole passeggiata lungo la valle e il ricordo di quel tetto fu riposto in un angolo della mia mente fra i desideri (tanti) che forse non saranno mai realizzati.
Poi martedì al Cai, una sera come tante altre: due chiacchiere in sede e poi si va a bere in compagnia. Si parla di vie fatte, di altre ancora da percorrere, dei corsi sezionali, di escursioni e iniziative, insomma delle tante piccole cose che costituiscono la nostra passione per la montagna.
"E domenica che facciamo?" Chiede qualcuno.
"E che vuoi mai fare? – dice il solito bene informato - Le previsioni sono pessime".
Mi viene spontanea una battuta.
"Conosco un posto dove ci si arrampica anche con la pioggia battente perché è sotto ad un’enorme tetto di roccia".
"A me potrebbe interessare" dice uno.
"Forse vengo anch’io" dice un altro.
Bene. L’accordo di massima è fatto; ma … sarà vero?
Se ne dicono di cose stando seduti comodamente con le gambe sotto ad una tavola e un bicchiere in mano …
Domenica mattina, dopo un sabato splendido passato a casa, il cielo è grigio plumbeo, puntuale è in arrivo l’annunciata perturbazione.
Partiamo e siamo in due.
"E Franz?" chiedo. La risposta è laconica. "Introvabile"
"Sarà in un qualche bivacco fisso sperso sulle Pale di San Martino" concludo.
Il viaggio è veloce, la sosta in pasticceria molto gradevole, il tempo in Val Gadena in rapido peggioramento: tutto come previsto.
Arriviamo alla grande grotta e sentiamo un rumore di staffe provenire dal fondo.
Sono due ragazzi di Marostica che hanno appena iniziato: uno è sospeso al secondo chiodo, l’altro fa sicura. Non sembrano molto convinti, poi, parlando con loro, scopriamo che sono alle prime armi con le staffe e, in effetti, si vede.
Chiediamo se fossero così gentili da lasciarci la precedenza e, con sorpresa, ci sentiamo rispondere di sì.
"Per rispetto al viaggio che avete fatto da Ferrara fino a qui" ci sentiamo dire simpaticamente.
Ottimo. Ci prepariamo in fretta, mentre il primo inizia a fare ritorno.
Chicco prepara le staffe, raggiunge il primo chiodo ed inizia la passeggiata nel vuoto, mentre faccio sicura. I due ragazzi stanno ad osservare la progressione.
"Così intanto vardèmo come che fasì" Dice uno dei due.
Il primo tiro non è lunghissimo, anche perché altrimenti, dovendo rinviare su tutti i chiodi, occorrerebbe un’infinità di materiale.
La sosta, naturalmente, è sulle staffe sospesi ai chiodi collegati con cordini.
Il secondo tiro va un po’ in discesa e non è proprio lineare: probabilmente l’apritore ha seguito le zone di roccia migliore. La seconda sosta è più penosa della prima, completamente nel vuoto ed a fare un tiro il compagno impiega almeno mezz’ora nella quale la cintura dell’imbrago ti schiaccia le reni ed i cordini delle staffe sembrano volerti entrare nella carne delle cosce.
Finalmente, come una liberazione, arriva l’ordine di partire e sembra di rinascere: si fa una gran fatica, ma almeno ci si muove. I movimenti si ripetono assai regolari e chiodo dopo chiodo si prosegue verso la fine del grande tetto che però è ancora lontana … A metà tiro un paio di chiodi più distanti mi costringono ad un supplementare sforzo di allungamento, di spinte e controspinte.
Arrivo alla sosta sudato e provato. Ho sentito i muscoli irrigidirsi sui due chiodi "lunghi" e so riconoscere le prime avvisaglie dei crampi alle braccia.
Il bordo del tetto è a quindici metri e capisco che Chicco ci tiene a completarlo e anch’io del resto; devo stringere i denti.
Riparte tranquillo e dopo qualche metro mi annuncia che i chiodi sono più ravvicinati, la qual cosa non può che farmi piacere. Quando arriva alla sosta e mi ordina di partire so che sarà l’ultimo tiro, anche perché fuori si è messo a piovere forte; fare gli ultimi venti metri con la parete strabagnata sarebbe solo un rischio inutile. Per recuperare la staffa della sosta devo fare un allungamento in acrobazia, praticamente steso in orizzontale sull’altra staffa ed ecco, puntuale, "partire" un crampo al braccio sinistro. Per fortuna gli altri chiodi sono veramente più vicini e posso proseguire più tranquillo, cercando di economizzare energie.
Chicco mi aspetta su una sosta a prova di bomba, attrezzata con vari chiodi collegati con una maxi catena di ferro, perfetta per calarsi.
Dopo venti minuti siamo entrambi con i piedi per terra, mentre, poco oltre, la pioggia cade fitta. Siamo entrambi soddisfatti perché questo tetto "esagerato" ci ha impegnati e appagati. Rientriamo veloci all’auto e andiamo alla trattoria Ferronato, a Cismon del Grappa, per un panino con sopressa e un bicchiere di vino rosso.
Prendiamo il librone/diario e scriviamo: "Domenica 24 novembre 2002. Via del tetto di 49 metri. Michele Scuccimarra e Gabriele Villa. Cai Ferrara. Prima via insieme".

Gabriele Villa

Ferrara, 25 novembre 2002

 Racconto collegato:
"Il tetto di Scucci"