Domatore di gatti sul filo del III+

ovvero
il racconto di Gabriele “La cordata pilota” visto dall’altra parte della corda

di Roberto Belletti


Settembre 2008: sono in vacanza in Val Badia e sto scendendo lungo il sentiero dei Kaiserjäger al Lagazuoi, quando mi supera un gruppo di ragazzi con le corde in spalla.
Penso: “Questi sono andati ad arrampicare, chissà che via hanno fatto? Guarda come sono contenti, certo che si devono essere proprio divertiti…”.
Non che io non mi sia divertito, anzi.
Sono salito per le gallerie attrezzate del Lagazuoi e ora sto affrontando un sentiero stupendo e tutt’altro che banale. Però…

Settembre 2010: sto di nuovo scendendo per lo stesso sentiero. Adesso però la corda ce l’ho sulle spalle anch’io…

Prima di salire la via Ardizzon al Trapezio del Piccolo Lagazuoi insieme a Rita e Gabriele, il mio curriculum per quanto riguarda l’arrampicata era presto fatto: Via Dei Bimbi al Procinto (Alpi Apuane), II, III e III+ e Torre Lusy alle 5 Torri (Ampezzo), III, III+ con qualche passaggio di IV, entrambe percorse durante il corso di alpinismo organizzato dal CAI di Bologna.
Tutto qua.
Per giunta, parlando della via “Dei Bimbi”, mi tocca sempre precisare che si chiama così non perché particolarmente adatta ai bambini, ma perché effettua la traversata dei “Bimbi del Procinto”, che sono le propaggini orientali del Monte Procinto.
A volerci mettere dentro proprio tutto, ci sarebbero anche alcuni monotiri in falesia, fatti un po’ con il corso e un po’ con Monica, mia moglie, e quei 15 metri “da primo” sul II grado (udite, udite) della Via Normale al Rocchino di Cavrenno.
Definirmi un principiante, quindi, è dire poco…
Però mi piace arrampicare, per cui, quando Gabriele mi propose di salire una via insieme, accettai volentieri, pur sapendo che ciò avrebbe inevitabilmente messo in moto i miei “gatti”.
Questo fenomeno si è manifestato per la prima volta proprio alla via “Dei Bimbi”.
E’ una spiacevole sensazione, come se lo stomaco fosse pieno di gatti, che esternano la loro contrarietà a questa mia “voglia di pericolare” emettendo strani brontolii e producendosi in altrettanto strane contorsioni.
Dopo aver illustrato a Gabriele il mio curriculum (impiegandoci veramente un attimo), ci accordammo per fare qualcosa dalle parti di Passo Falzarego: la “Zigo-Zago” sul lato nord del Sass de Stria, o la via “Del Canale” al Trapezio, oppure la via Ardizzon, sempre al Trapezio.
Non perdete tempo a cercare le prime due sulle guide: sono invenzioni di Gabriele, profondo conoscitore di queste pareti.
E così, quella mattina, eccoci in quattro a Passo Falzarego a decidere quale via salire.
Di comune accordo scartiamo la Zigo-Zago (anche se stare sul semplice non mi sarebbe poi così dispiaciuto…), così Rita, Gabriele e io ci dirigiamo verso la base del Trapezio, mentre Monica farà una piccola escursione per conto suo e poi resterà ad aspettarci nei pressi del parcheggio.
Quindi? Ardizzon o Canale? La Ardizzon è in parete, quindi è più esposta, mentre nel Canale sei più protetto.
Che ne dici?
”.
Rispondo a Gabriele che l’esposizione per me non è un problema.
Almeno questo, dopo aver fatto tante ferrate, lo posso dire, e così mi ritrovo alla base della via Ardizzon.
Intanto che ci prepariamo, un’altra cordata composta da due persone ha appena iniziato il primo tiro.
Inutile dire che sono abbastanza agitato: sapendo che si andava ad arrampicare, i “gatti” si sono svegliati all’alba, ed è da quando siamo partiti dal parcheggio che mi tormentano.
Uno sguardo alla parete mi tranquillizza un po’: mi sembra abbordabile, sarà un III/III+, anche se il primo dell’altra cordata tentenna parecchio mentre sale.
Effetto della “corda-dal-basso-senza-spit”, oppure è più difficile di quanto sembra a prima vista?
Nel frattempo sono arrivate anche due ragazze tedesche, che puntano a una via a sinistra della nostra.
Sono due vere e proprie valchirie e affrontano subito la parete con grinta.
Probabilmente, loro, i “gatti” se li sono mangiati a colazione…
Intanto il primo dell’altra cordata si è fatto calare senza nemmeno raggiungere la sosta, e i due hanno deciso di darsi il cambio. Noi invece siamo già pronti, quindi Gabriele inizia a salire mentre io gli faccio sicura. Guardando lui sembra tutto facile e anche i “gatti” si quietano un po’, come affascinati dalla naturalezza dei suoi movimenti: arrampica da tanti anni e questa via l’ha già ripetuta almeno trenta volte!
Gabriele arriva alla prima sosta e mi dà il fatidico comando: “Parti!”.
Adesso basta pensare ai gatti, tocca a me.
Fin dai primi metri mi rendo conto che “gira bene”: la roccia è splendida e la difficoltà contenuta, quindi salgo tranquillo e arrivo in sosta fin troppo velocemente (una pessima abitudine che ho sperimentato anche nelle due arrampicate fatte durante il corso).
Arriva anche Rita e, mentre facciamo sicura a Gabriele che riparte per il secondo tiro, fa capolino anche il primo dell’altra cordata, che si mette in una posizione comoda in attesa che liberiamo la sosta.
L’esperienza che stiamo condividendo in parete aiuta a socializzare, e in breve tempo impariamo che i due si chiamano Vittorio e Francesco e che arrivano da Urbino per qualche giorno di arrampicate in Dolomiti.
Capiamo anche che lo scambio delle cordate alla partenza non è per nulla dispiaciuto a Vittorio, che così può approfittare del fatto che è la nostra cordata a tracciare la rotta verso le soste.
Difatti, la salita si sviluppa tutta così: noi davanti, guidati da Gabriele, Vittorio e Francesco subito dietro, con noi a fare loro da punto di riferimento.
Tutto procede bene, fino a un punto un po’ più impegnativo, subito sopra ad una sosta.
Gabriele lo sa che lì potrei avere qualche problema, e mentre sale mi spiega come affrontarlo: “Vedi, un piede qua, ti porti un po’ su, qua strapiomba un po’ ma c’è una bella presa rovescia…”
Strapiomba un po’? Presa rovescia? Mammamia… non ce la farò mai!
Più guardo quel passaggio e meno mi piace, così quando tocca a me decido di stare un po’ più a lato rispetto a dove è passato Gabriele, che lì mi sembra più semplice.
Non l’avessi mai fatto.
L’inizio sì, è più semplice, però poi mi porta in fuori, maledizione, e non riesco né a starci né a prendere la “maniglia rovescia”, anche se è così vicina…
Ovviamente cado, ma fortunatamente senza conseguenze.
Subito penso: “Sono proprio un pirla. Ma se uno ha ripetuto una via 30 volte, saprà come affrontare i vari passaggi, no? Cosa credevi di inventare, tu, che sei alla tua terza salita in assoluto?”.
L’errore che ho fatto mi fa parecchio arrabbiare, ma riparto subito (questa volta seguendo i passi di Gabriele) e così, complice anche una tiratina al rinvio (con annesso “fan’culo”), mi lascio velocemente indietro il passaggio.
Quando arrivo in sosta, Gabriele mi chiede:
Beh, Roby, cos’è successo?
Gli spiego la bella pensata che ho avuto.
Guarda che il modo con cui lo affronti, deve semplificare tutto il passaggio, non solo l’inizio”.
Ecco: due lezioni imparate nello stesso giorno.
Cosa si può volere di più?
Ormai manca poco alla fine della via e difatti arriviamo a un comodo spiazzo da dove parte la cengia che porta al punto di calata.
In realtà, volendo, si potrebbero fare ancora due tiri di corda per raggiungere un’altra cengia più in alto, e, da come me ne parla, capisco che a Gabriele piacerebbe molto continuare.
Io guardo in su e i “gatti” tacciono, forse sanno che per oggi abbiamo già fatto abbastanza.
Non sono stanco fisicamente, ma mentalmente sono già lungo la strada del ritorno e ora non me la sento di affrontare altri due tiri.
Nel frattempo anche Vittorio e Francesco ci hanno raggiunti sullo spiazzo e, dopo le foto di rito, anche loro ci comunicano che scenderanno in doppia.
Così è deciso: Gabriele parte lungo la cengia per raggiungere il terrazzino dove si trova l’anello per la calata, Rita e io lo raggiungiamo e iniziamo a prepararci per la discesa.
Di discese in corda doppia me ne hanno fatte fare svariate al corso di alpinismo e non mi hanno mai creato troppi problemi, nemmeno quella dalla Torre Lusy, quaranta metri quasi tutti nel vuoto.
Dopotutto non è che devi fare gran che, il grosso del lavoro lo fanno il discensore e la forza di gravità.
Il terrazzino è stretto e in tre si fa un po’ fatica a muoversi, tuttavia finisco di prepararmi, mi faccio controllare e inizio a scendere.
La partenza effettivamente non è tra le più comode, ma è solo il primo tratto, dopo il quale la discesa procede bene e in breve arrivo alla cengia sottostante.
Intanto che aspetto che scenda Rita, avvolgo la corda con la quale sono stato assicurato dall’alto (non si sa mai con i principianti…).
Arrivano anche Vittorio e Francesco e infine Gabriele, il quale ha aspettato che scendessero anche i nostri amici per vedere cosa sarebbe successo con le loro corde.
E meno male che lo ha fatto: il nodo di giunzione si è puntualmente incastrato in una fessura della roccia e se non fosse stato per Gabriele ai due sarebbe toccata una risalita a dir poco scomoda.
Non è ancora finita però. Per arrivare al sentiero c’è da percorrere un’altra cengia, ma soprattutto un tratto di roccette esposte, breve e non difficile, ma dove le conseguenze di una scivolata lasciano poco spazio all’immaginazione.
Fortunatamente ho abbastanza esperienza escursionistica per affrontare questo tratto senza troppi patemi.
Non è così invece per Francesco, che, partito per ultimo, non vediamo ancora arrivare.
Noi ormai siamo sulle ghiaie che riportano verso il parcheggio, e Gabriele torna indietro per cercarlo.
Ci dirà di averlo trovato fermo subito prima del tratto esposto, indeciso se affrontare le roccette o tentare una improbabile discesa in corda doppia per evitarlo.
Grazie all’aiuto di Gabriele, anche Francesco finalmente ci raggiunge e tutti e cinque iniziamo a scendere lungo il sentiero verso il Passo Valparola.

Mentre scendiamo, il mio pensiero va a quel giorno di settembre di due anni prima, e a quei ragazzi con la corda sulle spalle. Che si fossero divertiti, l’avevo capito.
Quello che allora non potevo sapere era il tipo di legame che questo genere di esperienze instaura fra le persone che le condividono, in primo luogo verso i propri compagni di cordata, ma anche verso coloro che, casualmente, hanno deciso di percorrere lo stesso giorno la tua stessa via, e che hai conosciuto solo pochi minuti prima.
Fiducia e aiuto reciproco che non hanno bisogno di parole e che difficilmente possono riscontrarsi nella vita di tutti i giorni.

Spero di avere ancora altre opportunità di arrampicare, perché, nonostante i “gatti”, mi piace. Sono sicuro di riuscire a domarli, prima o poi, così da godermi appieno l’arrampicata e le sensazioni che essa è in grado di offrire.

Roberto Belletti
Bologna, giugno 2011