Un tranquillo venerdì estivo

di Vincenzo Marino


Un'intera settimana passata tra relazioni d'arrampicata, guide e libri per scegliere la salita di Ferragosto; già, Ferragosto... il giorno migliore per un viaggio in autostrada da Trieste fino al Passo Duran!
Ma quel 15 di agosto era l'unico giorno possibile per tentare una salita nel gruppo della Moiazza, dopo, tra mogli, ferie e ritorni al lavoro, sarebbe stato quasi impossibile un secondo tentativo.

Dopo molto parlare finalmente la nostra attenzione fu attirata dalla Torre Jolanda, un contrafforte meridionale della Moiazza, una parete sud; già, parete sud... il 15 di agosto è la giornata ideale, dopo un viaggio in autostrada, per attaccare una parete sud!
Ma quando ti innamori di una salita, c'è ben poco da fare: preparare lo zaino con l'attrezzatura e partire, senza porsi troppe inutili domande e poi, la nostra sensazione fu che la Torre Jolanda scelse noi non viceversa.
Come rifiutare? La Torre Jolanda assieme alla vicina Pala della Gigia sono le cime più orientali del sistema basale di Pale e Torri del Sass Duram che dominano a ovest il Passo Duran.
La Torre Jolanda presenta a sud una slanciata e verticale parete di ottima dolomia con stupendi itinerari.
La via Supersoro è una classica di medie difficoltà che supera lo spigolo sud della Torre.

Parete solare, ottima roccia, difficoltà, lunghezza, avvicinamento, previsioni del tempo, tutto faceva prevedere una pacifica giornata in verticale, così, nei pochi giorni che precedettero la partenza, cercammo di imparare a memoria relazione e schizzi dei precedenti salitori, cercando di arrampicare più e più volte la parete con la mente e con la fantasia, memorizzando i passaggi chiave.

Venerdì 15 agosto 1997, si parte alle sei di mattina carichi di entusiasmo ed attrezzatura, il mio amico Roberto ed io. Un viaggio inaspettatamente tranquillo e senza traffico così alle nove in punto posteggiamo l'auto al Passo.
Una giornata splendida, come ogni climber vorrebbe avere, ma alle nove di mattina, a 1.600 metri di quota, 28° C di temperatura sono troppi per rimanere sereni.
Troppa energia termica nell'aria e la zona della Civetta-Moiazza non è tra le più climaticamente stabili del settore orientale delle Dolomiti. Decidiamo di mettere nello zaino, che alternativamente ci caricheremo sulle spalle, anche qualcosa di caldo. Fa quasi fastidio toccare un pile con quel caldo, li ficchiamo nello zaino con rabbia, come se non volessimo nemmeno vederli, come se il vederli avesse potuto evocare nuvole e tempeste.

Dal Passo Duran, iniziamo a salire seguendo il sentiero per il rif. Carestiato fino all’immissione nella strada carrozzabile. Un paio di metri più avanti deviamo sulla destra su una traccia di sentiero che attraversa una fitta vegetazione per poi sfociare in un ghiaione sotto le pareti della Croda Spiza, della Pala della Gigia e della Torre Jolanda più a ovest. Sembra di camminare sotto una doccia, caldo ed umidità quest'anno hanno favorito lo sbocciare a queste quote delle orchidee... Non sono nemmeno le dieci e siamo madidi di sudore, Roberto macina metri su metri, io dietro di lui faccio più fatica risentendo maggiormente dell'umidità.

Siamo finalmente alla base, siamo sotto la parete, una splendida parete di calcare dolomitico, zaino in spalla, naso all'insù a scrutare ogni più piccola possibilità di appiglio, a confrontare ciò che vediamo con quello che avevamo visto scritto sulla relazione. E' il panico ogni volta che non riusciamo a trovare una concordanza, forse... se venisse un temporale proprio ora... non avremmo vergogna a tornare indietro, non ci sarebbe “sconfitta”, sotto un temporale non si arrampica.
Uno sguardo al cielo: azzurro in tutte le direzioni...
Tiriamo giù lo zaino e cominciamo in silenzio, con movimenti lenti, ad estrarre l'attrezzatura, la allineiamo sul prato, la controlliamo, forse se avessimo dimenticato qualcosa a casa non avremmo vergogna a tornare indietro... c'è tutto, anche uno spazzolino da denti e due piles!

Bene, sono legato al compagno, uno sguardo d'intesa, una stretta di mano, non c'è bisogno d'altro entrambi sappiamo che proviamo le stesse emozioni, le stesse paure, lo stesso groppo allo stomaco ... parto!
Passi lenti, studiati, timidi, metro dopo metro guadagno quota, sosta dopo sosta le forme rocciose, tanto a lungo studiate i giorni precedenti, svaniscono nel nulla. Ci alterniamo al comando, così la salita è più veloce e le corde non si aggrovigliano. E' il mio terzo tiro, quinto in totale. Arrivo ad un punto difficile, mi fermo, intuisco i movimenti, valuto il rischio ma ho paura. L'appoggio sotto il piede destro cede e cade nel vuoto, "PIETRAAAA ..." urlo a Roberto 40 metri più in basso.
Non posso tornare indietro, non c'è altro da fare che andare avanti. Cerco di mettere un friend ma non ci riesco, ho bisogno di entrambe le mani per tenermi. Provo a muovermi, cede un appiglio e rimango per un istante aggrappato con la sola mano destra per fortuna ben conficcata in una piccola ma solida scafa; con il cuore che sembra scoppiare e l'adrenalina che irrompe nelle vene come un torrente in piena torno lentamente sui miei passi e provo a stare fermo, il caschetto scivola via sulle gocce di sudore, le mani fanno fin male dalla tensione nervosa e dalla stretta sulla roccia.
Comincio ad imprecare ed a pensare: "ma fra tanti sport che c'erano perché ho scelto proprio questo?".
Poi comincio ad impegnarmi, respirazioni profonde e periodiche da vecchie reminiscenze yoga, il “vuoto” nella mente, inizio a mettere in pratica i movimenti a lungo provati in falesia: rilassato, controllato, ogni senso acuito mentre comincio a muovermi lentamente passo dopo passo sulla roccia ruvida.
Ce la sto facendo, funziona! Ancora pochi metri ... accelero ... ecco! Sono fuori sulla cengia d'uscita.
Siamo a metà parete, il prossimo tiro tocca a Roberto condurre, ma adesso che arrampica da secondo sta salendo come un fulmine, faccio fatica a recuperare le corde, quasi mi fa rabbia, perché non incontra le mie stesse difficoltà? Arriva trafelato, sudato, fa fatica a parlare.

Hai visto cosa sta venendo da nord? Da sopra la cima?
Come diavolo faccio a vederlo c'è la parete della Torre!
Cazzo! Il cielo è nero! Da una varco tra la Gigia e la Jolanda ho visto un cumulo di nuvole scure che stanno arrivando verso di noi.
Robe’, c’hai tu l'altimetro, vedi che quota indica. Dai miei calcoli dovremmo essere un centinaio di metri sotto la vetta, sui 2.300 circa.
Enzo... l'altimetro indica 2.600... siamo 200 metri sopra la vetta!
Merda... ecco perché tutto quel caldo alla base! Temo che ce lo becchiamo tutto 'sto temporale”.

Roberto si guarda intorno, l'aria è strana.
Alle nostre spalle, verso sud, una luce abbagliante ed un'atmosfera nitida e pulita; davanti, la calda parete sud della Jolanda; sopra... un muro plumbeo, basso e minaccioso che non promette nulla di buono.

Là! - grida Roberto - Guarda, c'è una grotta!
Ok Robi, sleghiamoci, raccogliamo l'attrezzatura e infiliamoci dentro”.

Arrampicare in montagna con una persona al tuo stesso livello ti consente di prendere al volo certe decisioni senza dover spiegare i “perché”. Lo sapevamo entrambi e questo non faceva altro che rafforzare l'amicizia e la solidità della cordata. Ognuno di noi sapeva che le decisioni dell'altro erano giuste, senza bisogno di discussioni.

La cengia era abbastanza comoda da permetterci un rapido e sicuro ripiegamento verso quello che aveva tutta l'aria di essere l'ingresso di una grotta. Era così. L'ingresso era basso e dovemmo faticare per entrare ma dentro l'ambiente era sufficientemente ampio e asciutto. Appena in tempo...
In rapida sequenza fulmini iniziarono a cadere ovunque con un fragore assordante, la visibilità all'esterno si ridusse a zero così come la temperatura. Altro che temporale... eravamo nel bel mezzo di una copiosa nevicata!
Tirammo fuori i piles ben felici di esserceli portati dietro e li indossammo, il morale era alto.

Se continua così fino a stasera, cosa si mangia?” - chiede Roberto.
Se continua così per un paio di settimane se lo chiederanno i medici legali quando ci avranno scongelato in primavera: chissà cosa avranno mangiato 'sti due.” - risposi io.
Continuammo in allegria facendo progetti sulle prossime salite da effettuarsi in Marocco, sull'Atlante, sembra che lì non piova mai.
La tempesta durò un'oretta, fuori era silenzio, non nevicava più, il vento era cessato, la luce diffusa e la nebbiolina fitta ci impedivano ogni visuale, sembravamo sospesi nell'aria. La parete sud, quella calda parete sud che tanto ci aveva attirato nei giorni precedenti, era diventata una lavagna bianca uniforme dalla quale spuntavano qua e là delle roccette grigio scuro.

Robe', che famo?" - chiesi io.
Aspettiamo un po', è più facile salire a questo punto che calarsi giù.

Passò così un'altra mezz'ora, il freddo intenso lasciava piano piano il passo ad un tepore umido, la neve in parete iniziava a sciogliersi rivelando le forme delle rocce a noi più congeniali. Decidemmo di attaccare nuovamente, consapevoli che, oltre alle aumentate difficoltà dovute alla roccia bagnata, avevamo l'incognita, non indifferente, di non conoscere le condizioni della via di discesa.
Gli ultimi tre tiri sarebbero stati carichi di tensione.

Lentamente, alternandoci, mano a mano che diminuivano i metri che ci separavano dalla vetta, aumentava la consapevolezza di stare per compiere un'impresa unica quanto inaspettata, giorni e giorni a studiare le relazioni altrui e poi ci ritroviamo qui ad affrontare una via “nuova”.
Sì, nuova, perché la neve caduta copiosa aveva coperto tutte le tracce precedenti e salimmo in vetta non si sa per quale percorso, ma alla fine la raggiungemmo con un gran senso di eccitazione, euforia ed allo stesso tempo liberazione che esplose in gioia e grandissima soddisfazione nel momento in cui recuperai Roberto.

Stanchi, sudati, con il materiale ammucchiato disordinatamente sulla cima innevata, cercammo di abbracciare quanto più orizzonte possibile (ora tornato visibile), uno sguardo d'intesa, una stretta di mano, non ci fu bisogno d'altro, entrambi sapevamo d'aver provato le stesse emozioni, le stesse paure ed ora, lo stesso piacere.


P.S.: La discesa su sentiero era impraticabile, scendemmo dalla Torre Jolanda, con una lunga serie di calate in doppia fino alla base. Negli anni a seguire provammo altre tre volte a risalire la parete, il maltempo ci fermò sempre alla base… La Torre Jolanda non ci volle più, come se quel giorno l'avessimo offesa.

Vincenzo Marino
Trieste, venerdì 15 agosto 1997