La conquista più difficile di Reinhold Messner

Sass dla Crusc: Pilastro di Mezzo

di Ivo Rabanser


Sere di fine inverno, giornate che si allungano.
In montagna il riso del disgelo ha iniziato a sciogliere la neve.
A Santa Cristina, nella graziosa palestra coperta, iniziano le sedute di allenamento in previsione dell'imminente primavera. Come di consueto, si chiacchiera di alpinismo, di salite fatte e di quelle che si vorrebbero fare.
E ci si scambiano gli ultimi pettegolezzi.

Un ragazzo, oltre ad essere un funambolo del pannello, si dimostra anche assai interessato alle vicende che animano il mondo delle scalate dolomitiche.
È incuriosito dal Pilastro di Mezzo al Sass dla Crusc, itinerario divenuto famoso in Dolomiti perché il suo autore, niente meno che Reinhold Messner, lo considera come la sua più difficile scalata su roccia.
Senza tanti preamboli mi chiede cosa penso io dell'enigma della "placca di quattro metri".

"Enigma?" - chiedo perplesso.

"Ma sì, la famosa placca che Messner avrebbe superato durante l'apertura della via e che successivamente è stata valutata di VIII grado: quella placca che ha respinto fior di arrampicatori."

"Mah... si sarà aiutato con qualche espediente: Reinhold era un arrampicatore navigato, avrà usato un chiodino. Succede sai?"

"No, no... - replica il mio interlocutore, che dimostra di essersi bene documentato - Messner fa un dettagliato resoconto della scalata e non parla di chiodi. Scrive espressamente di aver superato il famoso passaggio in arrampicata libera, e descrive persino la sequenza dei movimenti."

"Beh, se questo dice, non c'è alcun motivo per non credergli. Mica era il tipo che aveva bisogno di aggiungere alcunché alle sue prestazioni." - concludo prudentemente.

"A me questa non va giù! Reinhold, per quanto capace potesse essere, non può essere riuscito a superare una placca che la generazione seguente, affinata dall'arrampicata sportiva non è in grado di salire.
Non ti sembra improbabile che scarponacci con la suola rigida facessero presa dove le scarpette moderne con la forma a banana e le mescole speciali falliscono bellamente?
" - insiste rincarando la dose.

Messa su questo piano, devo ammettere che qualche dubbio è più che legittimo.
La questione m'incuriosisce e mi riprometto di riprendere in mano Settimo Grado, libro cult degli arrampicatori della mia generazione, dove Messner tratteggia con un'avvincente serie di racconti la sua attività in Dolomiti negli anni dal 1966 al 1969...
"Dopo due brevi tiri di corda il pilastro diventa giallo e verticale. Solo verso destra si presentava la possibilità di continuare in libera. Traversammo fino che fu possibile, piantammo un chiodo ad anello e pendolammo verso destra fino ad una rampa".

Accediamo anche noi alla cengia mediana seguendo la parte iniziale del ‘diedro Mayerl'.
Percorrendo lo stretto marciapiede, esposto sopra un picco verticale, traversiamo sotto i tre pilastri che si alzano tronfi come in un grande circo.
Posiamo le mani sulle rocce del Pilastro di Mezzo ed è mezzogiorno, portato dai rintocchi della campana, giù a San Leonardo. Noi siamo ancora all'ombra.

Osserviamo attentamente la struttura panciuta del pilastro e seguiamo con lo sguardo il percorso della via.
È un itinerario superbo, di difficile intuizione e di un inaudito impegno, sia per l'epoca che per il modo brillante in cui venne realizzato. Il tracciato non procede seguendo una linea facilmente predeterminabile ma, al contrario, ricerca e collega con grande abilità e caparbietà i punti deboli della parete.
In quegli anni Reinhold è stato il caposcuola e l'indiscusso protagonista della tendenza al rifiuto dell'alpinismo tecnologico, concretizzando - e soprattutto da questo deriva la sua credibilità - sulle pareti dolomitiche i suoi principi e le sue teorie.

Memorabile lo scritto-manifesto "L'assassinio dell' impossibile", sintesi efficace del suo pensiero, che sarebbe opportuno rileggere con attenzione oggi più che mai, vista la direzione che l'alpinismo attuale sta imboccando. Sull'innesto il pilastro è grigio e ben articolato. In alto però le rocce si fanno gialle e sono sormontate da una fascia di tetti repulsivi. Sulla destra notiamo una corda fissa, sbiadita e tutta sfilacciata.
Traverso al chiodo ad anello e, facendomi calare da Stefan, raggiungo una placca grigia che permette di spostarsi ancora a destra, verso il filo verticale dello spigolo.

"Fin qui era andato tutto bene. Ma ora? Ancora due metri in libera, straordinariamente difficili, ma poteva ancora andare. Poi ero al termine delle mie abilità arrampicatorie.
Trovai un minuscolo buco, profondo due o tre centimetri. Piantai un chiodo corto a lama. Teneva. Ancora un chiodo, poi ancora arrampicata libera.
Finalmente un paio di appigli. Riposi il martello nella tasca.
Sfruttando una sottile fessura sul fondo di un diedro appena accennato riuscii ad innalzarmi con ardita arrampicata libera e, appena in tempo, raggiunsi una strettissima cengia. Qui era proprio finita.
Una placca liscia, senza fessure e con pochissimi appigli, sbarrava la prosecuzione.
Quattro metri sopra di me c'era una fessura, sotto di me una cengia sulla quale a malapena riuscivo a posare i piedi. Al di sotto una gran vuoto, un appicco strapiombante. Sembrava proprio impossibile andare avanti
."

Ogni scalata classica consente di rivivere in prima persona un brandello di storia alpinistica.
Per me è essenziale, quando ricalco una di queste salite, cercare di mettermi - perlomeno idealmente - nelle condizioni dei primi salitori.
Lo faccio per rispetto verso l'aspetto sportivo dell'impresa, ma ancor di più per quello romantico - visionario.
Penso di aver imparato in questo modo a valutare ed apprezzare nella loro dimensione originaria le capacità, la decisione, la perseveranza degli apritori di tali vie, e a meglio comprendere l'evoluzione tecnica e psicologica dell'alpinismo.
Anche qui, sul Pilastro di Mezzo, cerco di immedesimarmi nei primi salitori, scrutando la roccia come se non fosse ancora stata percorsa.
Mi sembra che l'unica possibilità di continuare sia a destra, oltre lo spigolo, dove un diedrino sale verso l'alto.
Un chiodo a lama permette di spostarsi con un delicato passaggio in un altro esile diedro a destra, al termine del quale siamo su una stretta cornice sotto la famigerata placca Messner.
Sono proprio curioso...
Il muro di roccia argentata che mi sovrasta è decisamente repulsivo!
Non riesco proprio ad immaginarmi di poter salire per di lì.

"Oggi non so più come ho fatto ad arrivare su. So solo che mi ritrovai sopra, sollevato, pieno di gioia, e tutto era sembrato facile."

Credo sia stata proprio questa la grandezza di Reinhold.
Quella di osare dove non vi era alcuna certezza di riuscire. Quella di esporsi, di mettersi in gioco, anche quando le probabilità di un esito positivo erano alquanto incerte ed aleatorie. Forse è proprio questa l'essenza dell'alpinismo?
Noi invece non abbiamo dubbi, e senza complessi optiamo per la più facile variante trovata da Mariacher nel corso della prima ripetizione.

Heinz aveva provato a superare la famigerata placca, ma inutilmente.
Anche Reinhard Schiestl, lo straordinario arrampicatore tirolese, durante la terza salita aggirò l'ostacolo.
Mariacher tornò ancora, ed ancora fu costretto a ripercorrere la sua variante.
E pensare che già si disponeva delle scarpette morbide con la suola liscia di gomma ultra aderente.
Viene da pensare che i due arrampicatori tirolesi non abbiano molto gradito questo smacco, poichè nel '81 anche Schiestl si ripresenta per quella placca che questa volta riesce a superare.
Assicurato con la corda dall'alto però! In quel periodo anche Manolo sale questo muretto compatto, dove - mi confidò - "le dita sono più importanti delle scarpe".

Mica che sia una passeggiata neanche la variante Mariacher... Sopra riattraversiamo su una cengetta a sinistra a riprendere il percorso originale, e cosa troviamo?
Due fiammanti spit di sosta.
Se Messner vedesse queste piastrine che luccicano indisturbate...
La tentazione è forte: "Gli diamo qualche colpetto?"
"Mah, dal ruolo di giustizieri autoproclamati a quello di teppisti, il passo è breve..."
"Dai, provo la placca?", propongo a Stefan, che prontamente mi cala per alcuni metri.
La placca è quasi verticale con appigli minutissimi.
"Tu pensa che questi passaggi una volta li superavano con gli scarponi" - mi incita Stefan dall'alto.
"Mi sembra impossibile... Veramente!" - rispondo con il fiato corto.
"E allora, come avrà fatto Reinhold, eh?" - incalza l'amico.
"C'è una minuscola crepa. Se avessi un chiodino a lametta, sai quelli sottilissimi, penso che riuscirei ad infiggerlo. Forse avrà messo una staffa? Oppure con una piramide umana, chissà?

Ricordo di aver visto una foto di Andreas Orgler che ripete la placca assicurato dal basso, come usualmente si arrampica da primo in montagna.
A metà altezza la sua corda passava in due rinvii: dunque aveva messo dei chiodi!
"E pensa che dopo, la placca era pure sembrata facile a Reinhold" - ansimo mentre mi alzo aiutandomi con la corda.
Impressionante, non c'è che dire!
Che audacia, buttarsi su di lì.
Questa placca dovrebbe essere messa sotto la tutela dell'Unesco. E ogni volta che ci capita di pensare di aver scoperto l'acqua calda, si dovrebbe tornare qui a toccare con mano..."

Un ragazzo della Val di Fùnes in pantaloni alla zuava, con gli scarponi, calzettoni e maglione di lana proclamava che la vera evoluzione dell'arrampicata stava nel ritorno alla scalata in libera con il minor supporto possibile di mezzi artificiali.
Lo faceva attraverso i suoi lucidi scritti, ma soprattutto lo aveva reso palese a tutti nella pratica, con una serie di notevoli prime ascensioni sulle maggiori pareti dolomitiche.
Una rivoluzione, anche in alpinismo, è credibile se riesce a sviluppare una forza propositiva e a portare ad un reale cambiamento e non se si limita a ripudiare le vicende del passato.
Per reinventare l'arrampicata non occorreva certo una fascia a fermare lunghi capelli, o abbigliamento stracciato e portato come una divisa, e neppure brandelli di filosofia orientale immersi nel "fumo".

Ivo Rabanser
La conquista più difficile di Reinhold Messner
Sass dla Crusc: Pilastro di Mezzo
(Tratto da www.giornalesentire.it per gentile concessione)


Nota della redazione.
Come si vede nella foto in bianco e nero, scattata da Gunther Messner al fratello Reinhold, non proprio di pantaloni alla zuava e di "scarponacci" si trattava. Era il 1968 e si usavano già le scarpette, ma nulla toglie alla straordinarietà di quella scalata dei fratelli Messner. Come scrive Alessandro Gogna nel suo preziosissimo libro "Sentieri verticali" (Zanichelli editore - 1987): "Sul fatidico muro di quattro metri si è compiuto il più grande balzo in avanti della storia dell'alpinismo dolomitico ad un livello che precedeva di dieci o vent'anni lo standard attuale."