Ritornare è obbligatorio ... il sogno resta

di Mauro Loss


È un tardo pomeriggio di fine settembre e sono ancora in ufficio, quando Cristiano mi telefona per propormi di provare a chiudere un nostro progetto, lì da molto tempo … ma che per un motivo o per l’altro non siamo riusciti ancora a concretizzare. Ho qualche dubbio perché siamo ormai a fine settembre e le ore di luce sono pochine mentre la via in questione è lunga e con parecchi tiri di un certo impegno anche se, in effetti, è troppo tempo che la guardiamo, studiamo, analizziamo. Le perplessità sono le stesse per entrambi ma la voglia è tanta e quindi ci congediamo con l’intento di fare alcune verifiche preliminari: sentire il rifugio per verificare se è ancora aperto e gli apritori della via per cercare di ottenere informazioni il più precise possibili.
La telefonata al rifugio è presto fatta. La faccio mentre sto uscendo dall’ufficio. Nonostante sia fine settembre, il rifugio è aperto, aderisce all’iniziativa “I rifugi del gusto” prorogando l’apertura fino a metà ottobre, ma purtroppo quella sera è praticamente pieno. È infatti in programma una delle manifestazioni collegate con l’iniziativa, ma per fortuna Fabiola, gestrice e amica, mi dice di non farmi problemi che due posti ce li troverà.
L’altra telefonata richiede un pochino di pazienza in più. Solo la sera del giorno dopo ho le informazioni che ci interessano direttamente dalla voce di uno degli apritori. Ora non mi resta che sentire Cristiano per cercare di fare il quadro della situazione e valutare i pro e i contro.
Entrambi sappiamo che i “contro” sono molti: la via è lunga, quasi trenta tiri, la maggior parte dei quali lunghi e di un certo impegno, sono più di 1000 metri di parete, una parete che ti schiaccia psicologicamente con la sua vastità, le ore a disposizione sono limitate, non più di dieci, quindi non ci sarà concesso sbagliare nulla e dovremo essere veloci.
I “pro” … in buona sostanza sono molti meno: conosco bene la parete, il punto di appoggio è ottimo e consentirà un veloce avvicinamento, è facilmente raggiungibile in serata senza sforzo alcuno, le soste sono tutte ben attrezzate e il sentiero di rientro, seppur lungo, è pur sempre un sentiero fattibile anche alla luce delle frontali, infine, settembre garantisce temperatura ottimale e tempo stabile.
Ad elencarli e sentirli al telefono, i contro sembrano molti, ma la nostra voglia di tentare è grande, visto anche i tanti rinvii, e nonostante la testa non sia del tutto convinta, si fa presto a tirare la riga e decidere. Si va.

Venerdì pomeriggio ultima chiamata e ultimi imprevisti… Cristiano non potrà arrivare a Trento prima delle 18:30, poco male, dato che al rifugio ci aspettano solo per ora di cena e che lo potremo comodamente raggiungere in macchina grazie al passaggio di Adriano, un caro amico di Molveno.
Ci accordiamo sul materiale da portare che dovrà essere completo, ma senza esagerare proprio per evitare di risentire troppo del bagaglio che ci dovremo portare appresso.
Sono le 18:30 passate, sono pronto, scalpito e aspetto in giardino l’arrivo di Cristiano ma è in ritardo perché il suo navigatore non riesce ad individuare correttamente la stradina che porta a casa mia; non resta che abbandonare la tecnologia per una più efficace telefonata che con pochi precisi suggerimenti risolve la situazione.
Un’ora e mezzo dopo siamo al rifugio Croz. Fabiola ci accoglie con calore indicandoci la tavola per la cena che consumiamo con gusto e con calma, cercando di chiarire gli ultimi dettagli. Ascoltiamo in disparte il racconto della fiaba che parla di monti, streghe, fate, maghi, orchi, elfi, guardando ammirati i visi dei bambini a volte spaventati a volte sorridenti passare dal terrore al sentire parlare di streghe alla gioia per l’arrivo delle fate e dei principi.
Fabiola ci interrompe chiedendoci a che ora vogliamo fare colazione e dopo aver scoperto che prima delle 7:00 non fa giorno e non c’è luce optiamo, anche grazie alla sua disponibilità, per le 5:45 per poter fare tutto con calma e cercare di arrivare all’attacco alle prime luci del giorno con la speranza e l’intenzione di poter affrontare i primi tiri con il supporto della luce delle frontali.
La notte passa stranamente tranquilla e il rumore della sveglia ci coglie ancora comodamente cullati dalle possenti braccia di Morfeo pochi minuti per capire cosa stia succedendo e siamo entrambi in piedi e svegli.
Beh, svegli è una parola grossa, infatti, sarà l’acqua fresca del bagno del rifugio a riportarci da uno stato di veglia alla dura realtà della mattina. Fuori è ancora molto scuro e una leggera nebbiolina, sembra piova fitto fitto, rende tutto così irreale, così fatato tanto da farci tornare alla mente i maghi e le streghe della sera prima.
Facciamo colazione con calma sistemando gli zaini e chiacchierando con Fabiola già affaccendata in cucina in vista del pranzo. La salutiamo e usciamo dal rifugio alla luce delle frontali incamminandoci lungo il sentiero che di lì a poco ci porterà al canale ghiaioso che indica la strada verso il vero e proprio attacco della via.
Poco più di trenta minuti e nel più completo buio siamo alla ricerca della comoda cengia che dovrebbe tagliare a destra la parete e portarci all’ampio terrazzino, così lo ha descritto Ivo nella nostra telefonata, da cui inizia la via vera e propria. Azz… sarà pure comoda, ma resta ben celata dall’oscurità nonostante le nostre due frontali.
La loro luce squarcia il buio della notte per pochi metri e trovare riferimenti resta cosa non semplice, un paio di tentativi ed eccoci alla cengia giusta ed al comodo terrazzino di partenza.
È ancora decisamente scuro, impossibile partire. Non ci resta che aspettare fintantoché non farà giorno.
Sono quasi le 7:00 quando, all’improvviso, sembra che qualcuno abbia aperto le persiane delle finestre facendo filtrare la luce che prepotentemente scaccia le tenebre mostrando questa immessa parete che ti fa sembrare piccolino e insignificante. Siamo pronti ad iniziare questa nostra nuova avventura e Cristiano parte.

Sappiamo già di avere al massimo dieci ore di luce, le dobbiamo sfruttare al meglio.
Molto probabilmente rientreremo alla luce delle frontali, ma a quel punto saremo su di un comodo sentiero SAT.
I tiri scorrono veloci. La roccia nelle prime lunghezze è umida e un po’ viscida bisogna prestare attenzione.
Il Croz necessita, sempre, di un po’ di abitudine. Farci su la mano, non è semplice.
La roccia è levigata e compatta, accetta poche protezioni, talvolta la presenza di ciuffi d’erba spinosa la rendono scomoda e ostica e non manca nemmeno il friabile. La parete è immensa e a nessuno dei due viene voglia di guardare verso l’alto … per cosa poi?, siamo talmente in basso che servirebbe solo a demoralizzarci, farci sentire piccoli, impotenti e di certo questi pensieri non ci aiuterebbero molto.
I tempi sono scanditi dall’arrampicare per l’uno, dall’inoperosità dello stare in sosta osservando il compagno salire per l’altro, e dai rumori che arrivano dal sottostante rifugio dove, nonostante sia fine settembre, il passaggio è ancora alto e l’attività ferve frenetica. Il sole non ne vuole sapere di fare capolino tra la nuvolaglia bassa che ci avvolge e della parete vediamo ben poco. Le ore passano lentamente, ma inesorabilmente e sono le campane del paese di Molveno a darci il primo timing di giornata: mezzogiorno.
Finalmente riusciamo a prenderci un attimo di pausa per dare un'occhiata alla relazione, per cercare di capire dove siamo, cosa ancora ci aspetta, se stiamo rispettando i tempi prefissati.

Siamo più o meno poco sopra la metà. Abbiamo superato il punto massimo di arrivo del primo tentativo di apertura e ora sappiamo che le cose cambieranno drasticamente.
I tiri saranno più impegnativi soprattutto perché cambia il sistema di apertura ora molto più “clean”, dovremo proteggere molto di più e la salita si fa più faticosa perché affronterà una serie di fessure favolose, ma poco protette e con una roccia maledettamente ruvida e sgrofolosa tanto da risultare distruttiva per le nostre mani: “per risparmiare il sangue meglio in artificiale” scrive Grill nella sua relazione.
Cristiano combatte a lungo, soffia ma non si ferma mai, prosegue lentamente, ma avanza e dopo un tempo che a me, fermo, è sembrato eterno, arriva e urla “sosta”; è una liberazione lo si capisce chiaramente dal suo grido.
Ora tocca a me e anche da secondo c'è da soffrire e faticare. Ancora due brevi, intensi tiri e siamo sulla grande cengia che dà inizio all’ultima parte della via.
I tiri che rimangono non sono pochi, ancora una decina, ma calano le difficoltà e aumenta la loro lunghezza.
Siamo euforici e contenti di quanto finora fatto. Ci fermiamo per mangiare, bere qualcosa e tirare un attimo il fiato sono ore che pensiamo solo a scalare ed ad avanzare. È il nostro momento di calma, di rilassamento e solo adesso ci accorgiamo del tempo passato e dell’ora che si è fatta. Sono sette ore che siamo in parete.
O meglio solo tre ore prima che ritorni inesorabile il buio… e ancora dieci tiri… e allora che fare?
Mangiamo e parliamo, parliamo e mangiamo.
Siamo alti, la fine è vicina, quasi a portata di mano, la sentiamo nostra ma al contempo sentiamo il tic tac dell’orologio e con esso anche la nostra meta sgusciarci tra le dita. Ne siamo consci ma non vogliamo crederci. Valutiamo le diverse alternative: proseguire, scappare o rinunciare e scendere?
Vogliamo, fortemente vogliamo proseguire. Siamo attrezzati per un eventuale bivacco, ma le notti di settembre sono lunghe, lunghe quasi quanto le ore di luce: troppe perché possa essere un’eventualità da prendere in considerazione e la ragione, la ragione che traspare dalle nostre voci, non così convinte, ci dice che è meglio trovare un’altra soluzione. Oggi la via non riusciremo a concluderla.

Conosco la parete, so di poter raggiungere l’uscita della via delle Guide, molto più facile e corta, lo dico a Cristiano e decidiamo di provarci anche perché scendere significherebbe una serie infinita di doppie, tempo e rischi.
L’unico nostro dubbio è rappresentato dalle nuvole basse che riducono la visibilità e sembrano foriere di un peggioramento del tempo. Parto verso sinistra e affronto un lungo facile traverso, trovo un ampio colatoio che dovrebbe portarci verso i non difficili diedri di uscita della via delle Guide, ma le nuvole basse mi chiudono la vista e complicano il tutto. Cristiano mi raggiunge e si accorge subito che qualcosa non va.
Va bene uscire scappando da un’altra via, ma bisogna essere certi di essere sulla strada giusta altrimenti sarebbe come cadere dalla padella nella brace. Una brace che né io né Cristiano vogliamo provare.
Il tempo, il nostro principale nemico, corre e le ore di luce diminuiscono … non ci resta che ripiegare sulle doppie e ci vuole poco per decidere e prepararsi. Cercheremo di sfruttare al meglio le nostre corde da 60 metri effettuando, se possibile, sempre doppie lunghe, ma si sa che se qualcosa deve andare storto lo farà! È la legge di Murphy.
Ed infatti, dopo le prime due scappate via regolari e veloci, quando cominciavamo a sentirci più tranquilli e sicuri … la terza non scende ed ogni nostro sforzo risulta vano.
Non ci resta che risalire. Faccio velocemente due autobloccanti e comincio la lunga risalita.
Cerco di muovermi con calma e costanza per non stancarmi troppo e mantenere comunque una buona efficacia di movimento. Finalmente e non so nemmeno dopo quanto, raggiungo il punto dell’incastro: un pilastrino con una formidabile forma a “V” ha fatto da naturale blocco per il nodo che, seppur "galleggiante", si è incastrato a meraviglia. Poche mosse e il nodo è libero e anche le prove di recupero lo confermano; quindi ridiscendo fino alla sosta dove con molto timore proviamo a recuperare le corde.
Attimi di tensione finché iniziano a scorrere e riusciamo a recuperarle. Di nuovo giù, di nuovo cercando di fare in fretta per recuperare anche il tempo perduto nella risalita, ma si sa che la fretta è cattiva consigliera così scendo veloce verso quella che sono certo essere il terrazzino di sosta, ma che ovviamente non è!
Cristiano capisce subito il problema e dall’alto con una visibilità migliore e d’insieme mi dice di spostarmi a sinistra. Ci provo, ma non trovo nulla e invece mi trovo a gestire un lungo pendolo di ritorno.
Ci riprovo, cerco sempre più in ansia e preoccupato, ma non riesco a restare in posizione a lungo e quindi via con un altro pendolo. Con poco più di tre metri di corda sotto di me non mi resta che risalire nuovamente, un'altra volta due autobloccanti … Sono deluso e arrabbiato con me stesso, un altro errore non ci voleva proprio!
Ancora una volta la dimostrazione che la fretta in montagna è sempre cattiva consigliera!
Questi i pensieri mentre mi accingo a predisporre la nuova risalita con Cristiano che continua a urlare che la sosta deve essere lì sulla mia sinistra e nemmeno troppo lontana.
Sono pronto, inizio a risalire guardandomi sempre a sinistra cercando di scorgere la sosta che so esserci, ma non vedo. Pochi movimenti e per fortuna in una nicchia, ben nascosta alla mia sinistra, eccola! Eccola quella maledetta sosta.
Urlo a Cristiano, un urlo di gioia e senza pensarci due volte, senza pensare al possibile lungo pendolo di ritorno la raggiungo ancora collegato agli autobloccanti.
A questo punto, esauriti i miei bonus, quando Cristiano mi raggiunge, lascio a lui l’incombenza di scendere per primo e trovare le altre soste. Non sbagliamo più e tutto funzionerà alla perfezione.
Il buio incombe sempre più, nessuno dei due guarda l’orologio non serve: è sufficiente vedere il crepuscolo avanzare e la luce farsi sempre più fioca, ma al contempo la base è sempre più vicina e tutto sommato siamo anche tranquilli, ma mai dire mai. Infatti, se non bastasse il buio che avanza, ecco minaccioso bussare alle nostre spalle il temporale con il roboante rumore dei tuoni che comincia a farsi sentire prepotentemente.
Mancano due doppie e mentre Cristiano inizia a scendere io tolgo lo zaino e accendo la frontale ormai non possiamo più farne a meno. Cristiano scende e rallenta sempre più, non ci vede e la sua frontale, ovviamente, è nello zaino che ho sulle spalle, arriva ad una comoda cengia e mi dà il via libera pur non essendo riuscito a trovare la sosta, preferisce assicurarsi ad una clessidra e farmi scendere per guadagnare tempo e riuscire ad avere il supporto delle frontali mentre scendo, mi avvisa che proprio poco lontano dalla clessidra, ha individuato l’anello della sosta.
E vai! Per fortuna un po’ di fortuna.
Il temporale incombe sempre più, ma ormai manca veramente poco e anche se l’ultima doppia la facciamo alla luce delle frontali non ci interessa molto, siamo finalmente arrivati alla base.
Il tempo di recuperare le corde, cambiarci le scarpe, sistemare il materiale e inizia a piovere a dirotto. Bell’avventura sarebbe stato un lungo bivacco sotto il temporale ... ci guardiamo negli occhi, scoppiamo a ridere e intanto ci avviamo verso il rifugio dove arriviamo mezz’ora dopo bagnati, sorridenti e tutto sommato molto felici per l’avventura vissuta. Ci accoglie Fabiola il cui viso preoccupato, nel vederci arrivare, si scioglie in un caloroso sorriso. Ci dice di essersi preoccupata e pure non poco visto il buio, il temporale e le tante ore passate e di aver chiamato Adriano, un caro amico di Molveno per chiedere consiglio sul da farsi.
Cerco di chiamarlo per rassicuralo. Il suo cellulare risulta irraggiungibile, ma da li a poco due fari squarciano la notte. È lui che, preoccupato per il mio silenzio, anche e soprattutto con Renata, stava venendo a cercarci.
Si arrabbia non poco con noi per non aver avvisato nessuno, ma sia io che Cristiano siamo proprio contenti di questo suo interesse e ringraziamo pure Fabiola per averci tenuto d’occhio ed essersi preoccupata.

Ora non resta che bere una birra tutti assieme e chiamare casa per avvisare che siamo di nuovo al rifugio sani e salvi e che tra breve ci metteremo in marcia per ritornare a casa, felici e contenti nonostante la ritirata.
Questa meravigliosa lunga, intensa avventura con Cristiano, è il passato conosciuto.
Il lento ritorno a casa nella notte, è il presente stretto nelle nostre mani.
La partita non chiusa e chissà se mai lo sarà, è il futuro che scopriremo e di cui è inutile preoccuparsi troppo.
Il sogno resta. Il Croz non scappa. É lì. Aspetta muto, silenzioso e maestoso.
Ah, il futuro…
Chissà, forse, mah ...

Mauro Loss
Trento, ottobre 2014


Per saperne di più sul Croz dell'Altissimo e sulla via "In memoria di Samuele Scalet". (a cura della redazione)