Via Da Roit a Punta Agordo in Civetta

di David Zappaterra e Francesco Magnanini


David. Questa stramba cordata è nata da serate passate alla palestra del Monodito, qualche chiacchiera, ridi, scherza, arrampica e passa il tempo. Io e Francesco ci ripetiamo continuamente la frase: “dovremmo fare qualche cosa insieme prima o poi” e finalmente arriva il momento.
La prima uscita la facciamo con Carlo come capo cordata sulla Croda Paola (Moiazza), e già lì affiorano le prime idee per delle uscite successive; la settimana dopo facciamo la via Soldà, sempre sulla Croda Paola, noi due soli, in autonomia; come banco di prova ci sembra la via giusta: breve, elegante, per niente banale e a fine avventura la cordata funziona!!

Francesco. Dopo quest’esperienza io e David cominciamo veramente ad entrare in sintonia, sentiamo di condividere molti valori sul modo di vivere la montagna … qualche altra sudata in palestra e l’idea di ritrovarci di nuovo insieme appesi da qualche parte nasce da sola …

David. Un paio di weekend dopo lancio la proposta di dormire da qualche parte, o in tenda o in un bivacco, ai piedi delle Dolomiti, in modo da avere più tempo a disposizione per poter provare una via un po’ più lunga. Francesco diventa un fiume di idee e fra queste c’è la via Da Roit a Punta Agordo...

Francesco. ... in Civetta…

David. Ecco questo nome non me lo avrebbe dovuto dire, ma per fortuna l’ha fatto.
Come progetto sembrava semi-folle per svariati motivi, ma forse anche per questo piaceva ad entrambi … e poi la Civetta è sempre la Civetta.
Considerando la nostra esperienza non proprio solida da capi cordata, l’ambiente sicuramente severo e la via non proprio chiodatissima, pensiamo di non riuscire a starci dentro e così abbassiamo il tiro su vie un po’ più “alla nostra portata”!!
L’idea comunque continua a martellare nella testa fino al momento in cui amici di cordata più esperti affermano che con il giusto impegno, affiatamento e tenendo alta l’attenzione dall’attacco della via fino all’arrivo in macchina, la Da Roit è una via alla nostra portata.

Francesco. Dopo aver sentito quelle parole dette dimostrando in noi piena fiducia, la nostra autostima comincia a risollevarsi.

David. Gioia immensa per il conforto dato ed è fatta, iniziano i preparativi pratici e psicologici, ci si organizza per il bivacco, cosa portare e cosa lasciare a casa, mille messaggi e in un lampo arriva il tanto agognato venerdì. L’avventura ha inizio … ci si trova alle 19:00 a Ferrara, entrambi dopo una “leggera” giornatina di lavoro per uno e di studio per l’altro. Carichiamo l’auto e si parte per Feltre, dove abbiamo scherzosamente battezzato come “campo base” la casa di Francesco, nella quale ci attende una super cena e il recupero di materiale vario per la via di domani. A un orario non proprio consono, ma con lo stomaco bello pieno, arriviamo alla Capanna Trieste, ci mettiamo i sacchi in spalla e spediti come missili partiamo per il Vazzoler.

Francesco. Mentre saliamo la mulattiera che ci condurrà al Vazzoler, penetrando l’oscurità notturna con le nostre flebili luci frontali, vediamo incombere su di noi delle enormi presenze, scurissime, delle ombre gigantesche che si stagliano nerissime e superbe nel cielo notturno brillantato di stelle. All’inizio non capiamo subito di cosa si tratti; ci fermiamo a contemplarle, a studiarle per qualche istante. Una è particolarmente impressionante, ci spia … capiamo che era una torre intrisa di racconti di uomini che l’avevano corteggiata e amata: era Torre Trieste. Lì realizziamo davvero dove ci trovavamo, e riprendiamo il nostro avvicinamento ... sentendoci osservati da questi gendarmi neri.

David. In un’oretta e mezza arriviamo al bivacco e sono ormai le due e mezza del mattino, facciamo una tisana per scaldarci, vista la temperatura non proprio confortevole; si dicono le ultime battute e ci si butta a letto.
La sveglia suonerà alle sei … e, infatti, dopo un breve sonno, profondo e gelato, la sveglia suona.
Scattiamo come molle, ci si veste, colazione e partenza, Francesco fa strada e come un caterpillar giunge ai piedi della via, risaliamo lo zoccolo di buon passo fino all’attacco del diedro e ci prepariamo per partire: da un’idea rubata da China Jam, un film visto poco tempo prima, tiriamo a morra cinese per decidere chi parte per primo e la fortuna sceglie me; ci ripetiamo nuovamente che se a mezzogiorno fossimo stati solo a metà via avremmo ripiegato a corde doppie e fine dell’avventura. Attacco i primi metri un po’ titubante e pure un po’ gelato, sicuramente l’esposizione a ovest e l’inoltrato novembre non aiutano, ma fortunatamente l’attacco non è cosi ostico e benché non ci siano moltissimi chiodi cerco di filare verso l’alto e proteggere poi su i tratti un po’ più duri, ed ecco, la prima sosta l’abbiamo
guadagnata.
Ora tocca a Francesco, il diedro continua
imperterrito e più in alto si chiude diventando quasi un
camino, la roccia è ottima ma gli ultimi passi prima dell’uscita non perdonano e bisogna credere ciecamente nelle vibram delle proprie scarpette.


Francesco.
Piedi in spalmo e su.

David. Nella foga da macina-roccia Francesco tira dritto saltando la seconda sosta e raggiunge quella dopo, finendo perfettamente i sessanta metri di corda. Così facendo ci ha fatto sicuramente risparmiare un po’ di tempo prezioso e dall’attacco fino a qui siamo riusciti a stare abbondantemente dentro alla tabella di marcia; già da qui cosi forse ognuno di noi aveva cominciato a credere intimamente che la Da Roit era alla portata!

Francesco. Il tiro successivo, che spetta a David, ci costringe a qualche riflessione sulla direzione da prendere:
Qui il diedro “madre” si sfiocca a V in due diedri “figli” fessurati sul fondo, separati da un enorme cuneo affusolato di roccia gialla. Per dirla alla Chicco, “battezziamo” la direttrice di sinistra.
David si fionda deciso, rimonta una placchetta e ritorna nello spacco (1 chiodo degno di nota…) in corrispondenza di due sassi incastrati. Un friend e David si tira fuori dalle difficoltà con eleganza.
A proposito del chiodo di cui sopra … beh si muoveva a guardarlo; era appoggiato in una fessura sopra un cubo di roccia in bilico ...

David. I tiri proseguono imperterriti alcuni abbordabili e altri da studiare e alla fine di ogni tiro la domanda era ormai di rito: “e questo sarebbe un facile 4°+?” oltre poi a sottolineare il “vantaggio” di non dover impazzire a cercare i chiodi anche perché in via si contavano sulla punta delle dita. Passiamo una cengia mediana, interrotta da un paio di muretti verticali, in conserva e belli spediti, arrivando sotto il tiro chiave.

Francesco. Tocca a me, risalgo una fessura che sale verso destra, inizialmente appoggiata, ma che si verticalizza mentre procedo; faccio un traversino verso sinistra un po’ strapiombante e risalgo dritto fino a trovarmi sotto una grotta gialla; ritraverso a destra su una placca verticale inizialmente liscia dopo aver fatto cantare la primavera di Vivaldi ad una lametta che ho accomodato in una bella fessurina. Qualche metro verticale e sono fuori dalle difficoltà. Faccio un bel respiro e schizzo in sosta … e via sempre più in alto.

David. L’ultimo tiro poi tocca a me, valutiamo bene il percorso e continuiamo comunque a tenere il profilo basso.
Sì, è vero, la cima è li a portata di mano, ma i pericoli non sono per niente finiti e così attacco.
La via attraversa un diedro camino da affrontare in spinta, non difficilissimo ma abbastanza marcio, pianto un paio di chiodi a metà tiro e non sembrano risultare i migliori della giornata, valuto un attimo e poi su, almeno un aiuto psicologico me lo daranno pure!!!
Ultimo tratto in un canalino ghiaioso e vedo il sole, finalmente era da un po’ che lo desideravo e poi grido al compagno “CIIIMAAAA” … non metabolizzo tutto questo per un po’, attrezzo la sosta e recupero Francesco, quando mi raggiunge sorride e grida, allora sì, comincio a realizzare un po’ di più che ce l’avevamo fatta.
Abbracci e complimenti, foto di vetta, raccolta e divisione dei materiali, una breve sosta per rifocillarci…

La via era vinta ma non era ancora il momento di rilassarci, anche perché comunque la discesa presentava “brevi” tratti di 2° da affrontare slegati e tratti con cenge un po’ esposte dove era meglio non sbagliare il passo …
Il rientro è stato sì lungo, ma comunque spettacolare; come Alice nel paese delle meraviglie, osservavamo le varie guglie attorno a noi, la Torre Trieste e la Venezia, con occhi sognanti studiavamo le pareti su cui forse sono state scritte le più belle pagine dell’alpinismo, e pian piano siamo arrivati al rifugio …
Anche se non è una via estrema ed eroica, penso che la Da Roit rimarrà impressa in noi; pensata, sognata e fatta.

L’abbiamo affrontata con poca esperienza da capi cordata, ma comunque ottenendo un ottimo risultato. Applicando una buona dose di caparbietà, tanta prudenza e spirito di avventura siamo riusciti a procedere lisci come l’olio e stando nei tempi stabiliti dalle relazioni …… e poi indubbiamente il pensiero di avere amici e compagni di corda a casa che ci sostenevano e ci sostengono tuttora e che comunque ci hanno dato buoni stimoli e piccole punzecchiature per credere in noi, ha aiutato in maniera incredibile nella nostra piccola, ma grande riuscita…

David Zappaterra e Francesco Magnanini
Via Da Roit a Punta Agordo in Civetta
14 novembre 2015