Scalata con un compagno che non scatta fotografie

Solitaria della via Loli al Monte Cengio

di David Zappaterra



Ho sognato le avventure in solitaria da quando ho scoperto l’arrampicata e, leggendo dei grandi alpinisti del passato, questa forse era la cosa che più mi affascinava; il trovarsi a dover risolvere i propri problemi soli e non perché mancano i compagni, ma proprio per ricerca.

Mi ritrovo così in viaggio verso le Piccole Dolomiti e più precisamente sul Monte Cengio, per affrontare la via Loli, di certo non estrema ma neanche così banale; ovviamente per sicurezza avevo scelto un itinerario da me già ripetuto poco tempo prima.
L’idea mia iniziale era quella di fare un giretto in zona Val d’Adige e più precisamente ai Tessari, su pareti già conosciute e idealmente più tranquille, ma poi confrontandomi e parlando con amici molto più esperti di me in materia, quali Luca Berni e il Chicco Scucci (Luca Bernardi e Michele Scuccimarra. NdR), dopo svariate delucidazioni su alcuni accorgimenti per procedere in sicurezza, vengo pian piano rapito da quest’idea.

A primo impatto mi era sembrata folle, poi una volta scelto da me questo itinerario, rapidamente si tramutò in un progetto fantastico. Erano ormai settimane che il mio pensiero fisso alpinistico era un'uscita da solo, ed ora eccomi qui, avevo anche già fatto svariate arrampicate di prova per testare le manovre, ma ora si faceva tutto molto più interessante …

Mentre sono in viaggio verso la mia meta mi accorgo di non essere già più parte del mondo reale, ho come la netta sensazione di trovarmi all’interno di una bolla, la mia mente è già fissa là, a studiare ogni passaggio, ogni manovra, ogni singolo movimento; più volte mi ridesto e mi rendo conto di questo fatto, ma non posso fare altro!!

Non sono di certo coraggioso e durante tutto il viaggio, la mia parte più cauta mi ripeteva continuamente che se me la fossi vista brutta mi sarei calato e finita lì!!
Magari non l’avrei mai fatto, ma questa cosa mi dava estremamente sicurezza…

Arrivato in zona, imbocco la strada che porta al Rifugio Al Granatiere e di sicuro la situazione neve non corrisponde alle mie aspettative, credevo che il caldo dei giorni precedenti avesse sciolto buona parte della neve e invece mi ritrovo a dover montare le catene per poter salire.
Fortunatamente riesco a procedere per un buon tratto poi, arrivato al Piazzale Principe del Piemonte, l’auto mi si pianta in 40/50 centimetri di neve papposa.

Perdo all’incirca un'ora e mezza per provare a tirarla fuori e ovviamente da solo visto che in zona non c’era anima viva… "chissà perché poi?!?!?”, continuo a ripetermi che se fossi riuscito a uscire da li sarei andato direttamente a casa e finita così. Ormai avevo scavato un cratere nella neve per poter liberare la mia povera 206, quando finalmente un trio di ciclisti armati di MTB mi chiedono se volevo un aiuto, mi è sembrato un miracolo, così con qualche energica spina da parte dei ragazzi e qualche colpo di reni del mio ormai provato bolide sono fuori.

E’ qui che mi racconto la menzogna più grande della mia vita; infatti, con i ragazzi spiego qual era la mia idea sicuramente andata a rotoli dopo questo bell’ inconveniente, parliamo un po’, li ringrazio infinitamente e loro mi consigliano al limite di fare un giretto a piedi li in giro per sentieri, giusto per non vanificare il mio viaggio da Ferrara fino a qui.

Cosi penso e affermo “certo perché no”, ci salutiamo e mentre loro si allontanano carico lo zaino con tutto il materiale da arrampicata raccontandomi che mi sarebbe servito per fare un buon allenamento; e poi quasi in uno stato ipnotico mi ritrovo a camminare sotto le verticali pareti del monte Cengio verso l’attacco della via.
Guardo l’orologio sono un quarto alle undici … sono completamente fuori dai miei piani, ma non riesco a fermarmi e le mani preparano tutto con estrema cura: la sosta, l’assicuratore, controllo tutti i materiali più volte con un modo di fare estremamente metodico, di sicuro estraneo nella mia vita di tutti i giorni.

Parto così per il primo tiro di solito sempre quello un po’ più traumatico; infatti, mi muovo quasi goffamente e comunque non è nemmeno una partenza così banale, mi proteggo dove posso e procedo.
I tiri si susseguono un po’ in libera e un po' aiutandomi con qualche rinvio, anche perché, se mi fosse capitato qualche cosa, di sicuro il mio zaino, per quanto potesse essere un buon compagno, non avrebbe di certo potuto fare chi sa che, quindi meglio essere doppiamente cauti.

Sul terzo tiro poi succede un fatto che non mi sarei mai aspettato; mentre mi sto calando per l’ennesima volta per recuperare il materiale, sento del vociare provenire dal bosco e ad un certo punto sento:
Ma chi è quello li?? è Zappaterra?!?” - rispondo di si senza aver ancora focalizzato con chi avevo a che fare.
Quindi chiedo chi fosse … era l’amico Marco Manfrini, venuto a fare la via "Erica e Alice" con un ragazzo della zona.
Ma cosa fai qui David??
Rispondo “la Loli!!
…”E con chi sei??”…
Gli confermo che sono da solo, e lui, con la sua cadenza veneta, mi dice “allora non capisi proprio un casso davéro”… Non posso fare a meno di farmi una grassa risata e dargli ragione …
Mi chiede se voglio fare qualche tiro e poi calarmi, rispondo che non lo so, saluto, faccio qualche altra battuta e poi ritorno nella mia “bolla”.

Non credo che mi calerò, ormai ho raggiunto un buono stato di tranquillità, le manovre sono sciolte e l’idea di potermi ritirare era già passata da un po’, anche perché da quel punto forse avrei davvero fatto prima a salire piuttosto che scendere.
Poco dopo, mentre affrontavo un bel traverso abbastanza esposto, Marco mi comunica che devono scendere perché il suo compagno sul primo tiro ha avuto dei problemi, non gravi per fortuna ma non riescono a proseguire.
Mi ritrovo così di nuovo in completa solitudine, e ovviamente la cosa non mi pesava affatto, anzi… per quello che mi ero prefissato mi sento più libero ora; sia chiaro, amo la compagnia e cerco di avere più amici possibili ma in quel momento la mia testa chiedeva questo …

Sono oltre la metà via ormai e qui ci sono i tiri un po’ più duri, procedo con estrema calma, passo dopo passo, mi calo recupero il materiale e risalgo, tutto secondo i piani, passo le bellissime fessure strapiombanti dell'ultimo tiro, pochi passi su rocce un po’ instabili ed ecco il camino finale; esco sulla cima dopo pochi minuti, faccio un piccolo gesto di gioia, ma la testa non è ancora fuori dalla bolla.

Mi aspetta ancora una discesa per recuperare tutto e l’ultima salita con l’amico zaino al seguito.
Proprio in quest’ultima operazione triplico l’attenzione, sì, una volta ci sono arrivato in cima, ma ci devo ritornare e un errore adesso non sarebbe consentito.
Così cautamente risalgo gli ultimi tratti senza preoccuparmi di appendermi a qualche rinvio ed ora si ora sono fuori … recupero la corda e mi siedo.

Cos’ho pensato non lo so o forse si, la mente i miei soliti pensieri anche se semplici ora erano tornati, bum, la bolla era esplosa!! Per quattro ore ho vissuto in uno stato inspiegabile ed ora ero di nuovo qui …
Avviso subito chi sapeva della mia uscita, del fatto che tutto era andato bene!
Bevo e sgranocchio qualche cosa e poi compio le ultima operazioni di raccolta dei materiali vari.

Ora non mi resta che avviarmi verso la mia povera auto, prima un saluto al monumento ai caduti pensando che loro sì su questi monti hanno davvero dovuto lottare e compiere grandi imprese …
Foto per non dimenticare e poi via a pestar neve per raggiungere l’auto che pazientemente aspettava adagiata sopra un bel tratto di neve solida e ghiacciata.

Grazie anche a te amica mia, ora possiamo tornare a casa sereni, io con i miei racconti e tu con i tuoi!!!

David Zappaterra
Solitaria della via Loli al Monte Cengio
Monte Cengio, febbraio 2017