In due sulla Torre Egger

Prima ascensione della parete Est, nel 1980

di Giuliano Giongo


Per tutto il gennaio del 1980, un’insolita animazione regna nella valle del Cerro Torre.
Ci sono i due fratelli Jean e Michel Afanasieff con Jean Fabre, che hanno appena salito il Fitz Roy per la parete nord, ci sono i tedeschi Reinhard Karl e Hans Martin Götz, e c’è l’americano Mugs Stump col norvegese Marios. Sono tutti laggiù per lo spigolo sud-est del Torre, la via di Maestri. Poco distante, Don Peterson e Tom Bauman cercano di ripetere la via italiana del ’59.
Da due mesi lo neozelandese Bill Denz, in attesa di Charlie Porter, con cui ha in programma una nuova via sulla parete est, se ne va a spasso su e giù per lo spigolo dei trentini.
E la lista non è ancora finita: bisogna ancora mettere in conto la spedizione nipponica che mira alla ripetizione della via tracciata dagli inglesi nel ’76-77 sul Cerro Stanhardt.
È un mese di attività frenetica e senza successo, come spesso capita su quelle montagne costantemente battute dal maltempo. Ma presto tutti rientrano, desistendo dai loro obiettivi. Restano solo Denz, che continua ad aspettare il suo compagno, e due giovani italiani, Bruno De Donà e Giuliano Giongo.
Sono nomi quasi sconosciuti al grosso pubblico, ma non per questo poco preparati ad affrontare le montagne patagoniche. Il primo, giovane guida di San Tomaso Agordino, ha alle spalle un curriculum di salite veramente impressionante, più di un centinaio di vie di sesto grado, una ventina di vie nuove di livello estremo e un gran numero di solitarie. Giongo è un brillante alpinista di Merano, anche lui con un’esperienza vastissima sulle Alpi e diverse puntate sulle montagne extraeuropee.
I due si conoscono in occasione della fortunata spedizione del ’77-‘78 al Fitz Roy, conclusasi con la realizzazione della prima salita italiana, in stile alpino, per la via americana di sud-est.
L’anno successivo, assieme ad un altro agordino, la guida Cesare De Nardin, tentano la Torre Egger da est. Tra la fine di dicembre e i primi giorni di febbraio ci provano per ben sei volte, ma sono costretti a desistere a soli duecento metri dalla vetta. La partita sembra chiusa, ma in Italia cominciano lentamente a ripensarci…
«e poi… a quasi ventimila chilometri di distanza, anche il ricordo delle tempeste patagoniche si affievoliva sempre più». Ripartono. E, dopo otto tentativi, il 15 marzo 1980 arrivano finalmente in vetta.
Difficile dare un’esatta valutazione tecnica della salita, perché le continue tempeste ne mutano continuamente le caratteristiche. Per la maggior parte della via, più di quaranta lunghezze di corda per uno sviluppo di circa 1500 metri, De Donà e Giongo parlano di difficoltà estreme, V e VI, A1 e A2.
L’unica eccezione è costituita da un tratto di circa trecento metri che si stende dal ghiacciaio pensile fino all’inizio della fascia strapiombante: qui non si va oltre il IV grado.
Ma le minori difficoltà non devono trarre in inganno: in realtà quelle poche lunghezze di corda sono tra le più esposte alle scariche di ghiaccio che partono dagli accumuli sommitali.
In Italia di questa salita non si è saputo nulla per molti mesi.
Quasi per caso, rispondendo alla lettera di alcuni inglesi, si è aperto per noi lo spiraglio della conoscenza.
Poi Giongo ci ha passato la bellissima relazione che pubblichiamo.

[Presentazione di Roberto Mantovani e già pubblicato su Scandere 1980]


Al campo base c’è molta tensione. Gli alpinisti vivono con il barometro in mano sperando in quelle poche giornate di bel tempo che non arrivano mai. Poi qualcuno parte, un giorno di marcia, un giorno in parete, la solita tempesta e il ritorno a valle. Noi quest’anno vogliamo provare a eliminare il campo base per cercare di vivere il più possibile nella grotta di ghiaccio all’attacco della parete. Saremo completamente isolati.
Abbiamo curato particolarmente il nostro equipaggiamento: centotrenta chilogrammi in tutto comprese corde, attrezzature e viveri per tre mesi. Ci affidiamo completamente a una dieta a base di disidratati integrata solo da zucchero, tè, latte in polvere e qualche chilogrammo di avena.
Solo così possiamo limitare notevolmente anche il peso del combustibile.
Dato che nessuna tenda, nemmeno la più robusta, resisterebbe al vento e al peso della neve che nei lunghi periodi di brutto accumula spessori di diversi metri, abbiamo scavato per due giorni una grotta nel ghiaccio sotto la crepaccia terminale alla base della parete e vi abbiamo ricavato un posto relativamente confortevole.
Dopo un breve tunnel d’ingresso, disponiamo di un vano abbastanza grande per dormirci e abbastanza alto per starci in piedi. Ancora una piccola nicchia scavata nel ghiaccio con un ripiano sul quale porre viveri e fornello.
Una corda parte dall’interno della grotta e va ad ancorarsi sulla parete di roccia quaranta metri sopra di noi, altrimenti, dopo ogni nostra assenza, non sapremo dove incominciare a scavare per liberare l’ingresso dalla neve che di giorno in giorno tappa e livella tutto. Senza questi essenziali accorgimenti, perderemo definitivamente e senza speranza la nostra casa e il nostro equipaggiamento. Finalmente il 23 gennaio iniziamo i tentativi. È ancora notte quando attacchiamo la parete sopra l’igloo.
Un silenzio assoluto, insolito, regna nella valle del Torre. Ogni tanto il rumore di una pietra che smossa dai nostri piedi, rimbalza di roccia in roccia nell’aria gelida della notte e cade nel buio sottostante.
Quando raggiungiamo il diedro, la punta infuocata del Fitz Roy, al di là della valle, fa nascere il giorno e dà inizio ad una esplosione di luci e di colori. Il sole comincia a riscaldarci e arrampicare in spaccata in questo enorme diedro di granito ci dà una gioia immensa, indescrivibile!
La gioia non dura molto. Sottili nuvole striate dal vento passano sopra i ghiacci luccicanti del Cerro Piergiorgio e si allungano nel cielo del Fitz Roy mentre la valle comincia a tremare per le valanghe che, smosse dal vento, si staccano dalla sua parete ovest, forse la più alta parete di roccia del mondo. Ormai il tempo si è definitivamente guastato. Lasciamo una parte del nostro carico appeso a un chiodo e scendiamo nella bufera i trecento metri che ci separano dal ghiacciaio. Abbiamo le punte delle dita spaccate dalla roccia e imprechiamo dal dolore. Malgrado questo granito non sia così tagliente come quello che avevamo trovato sulla Ovest del Fitz Roy, rimpiango il pulito e compatto protogino del Pilone Centrale del Monte Bianco.
Siamo di nuovo nell’igloo, umido e freddo, e stiamo cercando di abituare i nostri corpi ai sacchi a piuma bagnati. Dopo qualche giorno, tutto è bagnato. La condensa e l’assoluta mancanza di aereazione in questa nostra casa di ghiaccio, non ci permettono di asciugare le nostre cose. È non possiamo certo perdere le rarissime giornate di bel tempo per questa operazione. Un insolito rumore di tuoni viene da levante.
Sono dubbioso poiché specialmente nella valle del Torre gli stessi rumori sono provocati dalle raffiche del vento e dalle valanghe quando cadono da pareti verticali. Successivamente avrò conferma dall’Ing. Rottenberg di Rio Gallegos che per la prima volta sono stati registrati dei temporali, normalmente sconosciuti in Patagonia.
Penso all’amico Gino Buscaini che in Italia mi aveva interrogato proprio su questo fenomeno.
Qualche giorno dopo il tempo sembra promettere bene e ripartiamo.
Saliamo in parete separatamente ognuno per proprio conto. Bruno ha fretta di arrivare al punto massimo raggiunto la volta scorsa per iniziare a superare lo strapiombo che ci porterà al nevaio pensile.
Sale veloce nella notte con la lampada frontale su difficoltà di quinto grado superiore, mentre ancora io sto finendo di sistemare la corda di riferimento che esce dall’igloo. Quando lo raggiungo, trecento metri più in alto, Bruno penzola appeso alla corda sopra un vuoto pauroso e sta rinvenendo dopo una caduta di oltre quindici metri.
Dopo aver ripreso conoscenza mi racconta cos’era successo.

Aveva raggiunto il materiale lasciato appeso alla parete qualche giorno fa, si era poi legato e da solo in autoassicurazione stava superando lo strapiombo sovrastante quando è scivolato sul verglas e poi probabilmente ha sbattuto la testa e non si ricorda più niente. Sono usciti tre chiodi e un «nut a camme» che aveva appena fissato per sicurezza ed è rimasto appeso a un vecchio chiodo semitubolare Cassin che proprio lui stesso aveva fissato lo scorso anno in uno dei tanti nostri tentativi. Bruno sottovaluta l’episodio, per cui, dopo esserci finalmente legati a una corda, continuiamo ancora a salire superando la parete strapiombante sopra di noi e la traversata della cascata, difficile e insidiosa. Sul bordo superiore del ghiacciaio pensile stiamo cercando di far funzionare il fornello a gas per scaldare un po’ di tè, dato che siamo completamente fradici e tutti i nostri muscoli sussultano per il freddo. Anche lo scorso anno, ogni volta che siamo passati di qui ne siamo usciti bagnati.
Di notte la cascata si trasforma in una crosta strapiombante di ghiaccio e le vecchie corde fisse, ormai a brandelli, lasciate da chi ha tentato fino ad ora, sono inutilizzabili.
È una gran brutta sensazione stare qui, in queste condizioni, con sotto un vuoto di quasi cinquecento metri.
Ogni tanto dal bordo del seracco, che ha uno spessore di cento metri, si stacca una fetta e allora un boato spaventoso fa tremare tutto sotto i nostri piedi.
Bruno sta male e ben presto mi rendo conto della gravità dell’accaduto, per cui decidiamo di scendere. Raggiungiamo l’igloo e dopo un periodo di assoluto riposo durante il quale Bruno accusa costantemente mal di capo e vomito, in due giorni di marcia scendiamo fino al rifugio di Parque Nacional.
Dopo dieci giorni si è ripreso completamente.
Ancora un periodo di ozio trascorso mangiando calafate (tipico frutto della zona che cresce su piante cespugliose, NdR) o bevendo mate assieme al gaucho dell’Estancia Fitz Roy, dopo il quale decidiamo di risalire all’igloo.

Altri tentativi, altre rinunce quando finalmente riusciamo a raggiungere il punto massimo toccato lo scorso anno e a superare la barriera strapiombante sulla linea tentata cinque anni fa dalla forte spedizione inglese di Martin Boysen e Don Whillans. Poi di nuovo il brutto tempo e un ritorno disperato.
Scendiamo di un centinaio di metri e poi siamo costretti a fermarci. Tentiamo di togliere dallo zaino il materiale da bivacco ma è impossibile, poiché i turbini di neve sono di una violenza tale da impedirci anche la più piccola operazione e lo zaino, appena aperto, è già pieno zeppo di polvere di neve.
Non riusciamo nemmeno a indossare la giacca duvet e allora ci rassegniamo a stare, così come siamo, sospesi a un chiodo con il baudrier che ci taglia le gambe. Ricordo nel ’77, quando durante un bivacco sulla Ovest del Fitz Roy al nostro compagno Jerry una raffica di vento strappò di dosso il duvet che aveva aperto per un momento.
Un altro bivacco insonne come tanti passati in Patagonia. Siamo a un paio di metri l’uno dall’altro ma, anche gridando, non riusciamo a sentirci. Una continua valanga di neve ci salda alla parete fino a farci diventare un corpo unico con essa. Poi il vento, fortissimo, che con raffiche improvvise e metalliche non ci lascia un attimo di tregua. Usiamo dei sonniferi; ciononostante la notte mi sembra incredibilmente lunga. Penso allo scorso anno, quando, più o meno in questo punto, al nostro sesto tentativo avevamo definitivamente rinunciato. Perché?
Allora, per proseguire, avremmo dovuto scegliere fra tre diverse soluzioni.
La più facile, benché la più pericolosa, era quella di salire per il colatoio centrale sulla linea che aveva respinto inglesi e americani proprio dove uno di loro era stato ferito da una scarica. Qualcuno aveva scritto che la loro rinuncia era dovuta agli «enormi pericoli oggettivi», dato che il fungo di ghiaccio della cima e dell’anticima durante le ore meno fredde scarica proprio in quel punto blocchi grandi talvolta come una stanza.
La seconda possibilità, più a destra, era data da un grande strapiombo fessurato alla cui uscita ci si trovava a lottare contro un’altra cascata d’acqua e di neve oppure, nella migliore delle ipotesi, passando di notte o col freddo, con grandi candelotti di ghiaccio che rendevano problematico il congiungimento con la fessura sovrastante, anche per la difficoltà di mettersi i ramponi appesi alle staffe e in condizioni sfavorevoli.
La terza, e unica sicura, possibilità d’uscita era su un’enorme placca di granito durissimo completamente liscia e verticale che aggirava i punti di scarico, ma era da chiodare completamente a pressione.
Sarebbero occorsi forse una settantina di chiodi a pressione che volutamente non avevamo portato.
Decisamente troppi per giustificare una vittoria! L’anno scorso avevamo scartato a priori la prima soluzione, quella del colatoio centrale e cioè la più vulnerabile, proprio per gli eccessivi pericoli. Ora invece avevamo superato la parete proprio in quel punto e poi, a pochi metri dalla forcella dell’anticima, avevamo ripiegato forzati dal maltempo.
Mentre aspettiamo il mattino, mi chiedo anche se ha un senso essere qui senza mezzi, senza uomini d’appoggio, senza corde fisse né radio, dove molte altre spedizioni più forti di noi non erano riuscite: gli otto inglesi della spedizione Boysen, gli americani, undici neozelandesi, poi ancora inglesi e infine la numerosa spedizione della Val di Fassa con diciannove alpinisti.
Tutti avevano attrezzato la parete con corde fisse fino al punto massimo da loro raggiunto.
Quando da noi, sulle Alpi, qualcuno si azzarda ad attrezzare una parete prima di salirla come hanno fatto ad esempio gli spagnoli alla Nord della Lavaredo, viene criticato aspramente e senza pietà e la sua salita viene svalutata; mentre invece, chissà perché, anche forti alpinisti, quando sono a dieci o ventimila chilometri lontani da casa, si ritengono autorizzati ad usare tutti i mezzi possibili e immaginabili anche su montagne facili.
Solo che per loro non ci sono critiche. In questo modo sono state fatte le più importanti salite in Patagonia: il Cerro Torre da sud-est e da ovest, la Torre Egger dal Colle della Conquista, il Fitz Roy per le pareti sud, est, e per il Pilastro nord-est. Ben altra cosa è stata l’impresa di Maestri ed Egger nel 1959. Personalmente penso che ognuno in montagna può usare i mezzi che vuole ma dato che oggi, con il sistema delle corde fisse, con i collegamenti radio (anche la radio fa parte, secondo me, dei cosiddetti «mezzi artificiali») ed un ricambio di uomini in parete, una spedizione non troverebbe forse l’impossibile nemmeno cercandolo su tutte le montagne della terra, mi sembra che solo agire in stile alpino abbia ancora valore alpinistico. Se invece di questo non ci importa, ma vogliamo fare un altro tipo di esperienze, allora anche i mezzi per farci arrivare in cima a tutti i costi possono essere leciti; però mi sembra che a questo punto non abbia più senso mirare alle cime. L’anno scorso ho ammirato la ripetizione di Jim Bridwell e Steve Brewer sulla via di Maestri allo spigolo del Torre e ne sono stato anche testimone oculare.
L’ho ammirata per lo spirito con il quale questa salita è stata affrontata. Gli otto chiodi a pressione che hanno dovuto piantare per uscire dalla parete verticale sopra il compressore di Maestri non sono sufficienti a pregiudicare il mio rispetto per Bridwell. Di lui invece meno mi è piaciuto quanto mi ha detto e quanto ha scritto sulla relazione ufficiale depositata all’Ufficio del Parque Nacional di Buenos Aires, secondo la quale Maestri non avrebbe fatto l’ultima parete di roccia verticale e si sarebbe fermato, così dice testualmente, a cento metri dalla cima.
Avevo cercato di spiegare a Bridwell che le incrostazioni di ghiaccio che fanno da cappello al Cerro Torre possono cambiare di anno in anno e il fatto che i chiodi non continuassero fino in cima non è elemento sufficiente per dubitare della salita di Maestri. Anche la ripetizione degli americani sulla Ovest del Torre credo sia stata una bella salita. Ad esempio il tentativo invernale degli inglesi alla Nord del Sassolungo è stata probabilmente una delle più grandi imprese della storia dell’alpinismo per lo stato in cui hanno trovato la parete e per le condizioni atmosferiche avverse. Eppure non ce l’hanno fatta. La salita dell’inverno successivo, certamente, non è stata dello stesso valore.

Finalmente è mattino! Con i gomiti ci liberiamo del ghiaccio attorno a noi e ci scrolliamo di dosso la neve per iniziare una lunga interminabili discesa. Siamo di nuovo davanti all’igloo a scavare nella bufera per cercare di individuare il tunnel d’entrata, completamente sommerso dalla neve. Per otto giorni consecutivi rimaniamo bloccati dal maltempo e le scariche di neve che cadono dall’alto della parete con un balzo di mille metri stanno deformando questo estremo lembo di ghiacciaio. Nel giro di ventiquattr’ore ci troviamo a dormire a testa in giù con un igloo capovolto a metà, il cui «piano letto» si è inclinato di venti o trenta gradi. Al di là dei nostri piedi si è aperto un crepaccio attraverso il quale entra finalmente un po’ d’aria. Spalare la neve per mantenere il collegamento con l’esterno, oltre ad essere una necessità vitale, è anche l’unica alternativa a questa lunga e massacrante monotonia.
Qualche volta ci guardiamo in faccia e ci diciamo delle cretinate e poi ci infiliamo nuovamente nel sacco per rimanerci magari anche cinquanta ore consecutive.
I discorsi diventano sempre più assurdi. I viveri cominciano a scarseggiare e arriviamo al punto da simulare vere mangiate e voluttuose fumate. Le poche cose che abbiamo da leggere non servono a nulla poiché all’interno è quasi completamente buio anche di giorno. Il tunnel d’ingresso dal quale dovrebbe entrare la luce era lungo all’inizio due metri ma ora, a causa della neve caduta, ha raggiunto i dodici metri. Quando nel libro di Maestri leggevo di nevicate di dieci o quindici metri sul ghiacciaio del Torre, confesso che non ci credevo.
Per la verità si tratta di neve portata dal vento che arriva dal Piergiorgio e dalle pareti sopra di noi, ma si sa che in Patagonia nevica sempre nel senso orizzontale. Per di più un fenomeno di microclima investe costantemente il gruppo del Cerro Torre. Comunque sia, più si accumula neve sopra di noi, più diventa buio. Non ha senso usare luce artificiale dato che una candela non dura più di un paio d’ore e altrettanto una batteria per la lampada frontale.
Avremmo potuto portare molte candele o batterie, e quante cose altrettanto importanti?
Anche un bel piatto di spaghetti sarebbe importante come alternativa a questi disidratati che ormai ci stanno letteralmente rivoltando lo stomaco, oppure sacchi a piuma, giacche di ricambio, altre corde, una radio; ma allora, probabilmente, questa spedizione non si sarebbe potuta fare. Uscire non è possibile perché è un inferno, e non è possibile nemmeno restare in piedi davanti all’ingresso per l’estremo pericolo delle valanghe che ci trascinerebbero fino al pianoro che sta cento metri sotto di noi come ci è già successo. L’igloo che avevamo costruito nel dicembre del ’77 al passo Superiore, quando avevamo scalato il Fitz Roy, era in posizione ideale e non aveva questi inconvenienti poiché stava a ridosso del passo, protetto dalla neve di riporto, ma senza possibilità di eccessivo accumulo. Ora, su questo ghiacciaio, abbiamo cercato dappertutto un posto migliore senza successo e anche tutte le altre spedizioni che avevano fatto l’igloo in posti vicini, avevano avuto gli stessi nostri problemi o, addirittura, avevano perso oltre alla «casa» anche l’equipaggiamento per valori di migliaia di dollari; ciò è successo a Bridwell l’anno scorso o allo stesso Don Peterson, malgrado avesse fatto un esemplare collegamento con corde di riferimento strappate poi alla roccia dalle valanghe. Avevano scavato poi per giorni provando anche con sonde, ma l’eccessivo spessore della neve rendeva inutile qualsiasi altra ricerca.

Alcuni giorni dopo Bill Denz cade dalla parete della spalla sotto lo spigolo del Torre e vola per 250 metri fino sul ghiacciaio mentre, stremato, ritornava da uno dei suoi tanti tentativi alla via di Maestri.
Per fortuna l’incidente non ha avuto conseguenze gravi ma la spalla, probabilmente lussata, gli si è gonfiata a dismisura; Tom Bauman, che per puro caso ha visto l’incidente ed è corso in aiuto, viene a chiederci dei medicinali. Purtroppo non ne abbiamo dato che dall’Italia avevamo portato solo delle aspirine e sonniferi da usare nei bivacchi, quando il vento è molto forte e magari per trenta o quaranta ore di seguito non ci si può muovere.
Scendiamo al campo base. Francesi, tedeschi, americani e il norvegese rinunciano al Torre e abbandonano la valle. Anche Don Peterson e Tom Bauman, dopo aver completamente attrezzato con corde fisse fino poco sotto il Col della Conquista, rinunciano e iniziano a disattrezzare la parete.
I tedeschi hanno sincere parole di ammirazione per Maestri e la sua via sullo spigolo dalla quale sono reduci, qualsiasi siano i mezzi da lui usati. Reinhard Karl, uno dei migliori alpinisti tedeschi del momento, scalatore del Gasherbrum II e dell’Everest, nel suo articolo su Alpinismus intitolato Cerro Torre: ritirata dalla montagna più difficile del mondo, scriverà queste parole che ho tradotto letteralmente: «… Dopo i chiodi a pressione, ora ci arrampichiamo su per canali di ghiaccio terribilmente ripidi. Da sopra veniamo colpiti da raffiche di vento e di neve come cascate. Assomigliamo ad arrampicanti pupazzi di neve che tentano di nuotare su per una cascata che spruzza violentemente non acqua ma ghiaccio…» ed ancora, riferendosi al pericoloso tragitto tra la base del Cerro Torre-Torre Egger e il campo nel bosco: «… Di notte il diavolo mette in moto una doccia dalla forza di quella di un tunnel di lavaggio per automobili. La nostra tenda, garantita impermeabile, si arrende. Tutto annega. Martin fa il morto e io bestemmio. E la prima volta che parliamo di sconfitta. Fuga a valle. Sul ghiacciaio raffiche di vento e pioggia ci buttano semplicemente a terra. Carponi ci attacchiamo al ghiaccio per non essere spazzati nei crepacci. Tu Satana, tu sporca montagna, non ci spazzerai via, aspetta, ritorneremo!, grido con rabbia mentre mi ritrovo bocconi disteso sul ghiaccio…».
Ma per tutti questi disagi, quando finalmente il cielo si apre, veniamo ampiamente ripagati dallo spettacolo più bello del mondo. Nessuno può immaginare cosa significa vedere il gruppo del Cerro Torre in un giorno sereno alla luce del primo sole! Pure i giapponesi recuperano le loro corde dalla Torre Standhard e se ne vanno.
Ora la valle è completamente deserta. Oltre a noi è rimasto solo Bill Denz convalescente.
Un giorno un’amara sorpresa ci aspetta al campo base: qualcuno è entrato nella nostra tenda, ha tranciato il lucchetto del saccone e ci ha derubati di varie cose essenziali.
Tra le più importanti ci mancano la giacca di piuma e dei viveri d’alta quota. Anche a Bill è toccata la stessa cosa.
I nostri viveri erano già quasi finiti e al campo base c’era rimasto poco ma ora non abbiamo nemmeno quel poco.
Ne abbiamo ancora una piccola scorta in alto sulla parete e all’igloo ma sono la nostra indispensabile autonomia per quando il tempo migliorerà e potremo finalmente salire. Non ci spaventiamo. Dai girovaghi americani abbiamo imparato a vivere del bosco cosicché anche noi «proviamo» con dei piccoli assaggi: funghi dai colori vivacissimi e di specie a noi completamente sconosciute diventeranno il nostro pasto principale.
All’inizio proviamo a mangiarne uno a testa e, se il giorno successivo non accusiamo sintomi particolari, aumentiamo la dose fino a farne delle intere padelle. C’erano anche delle bacche simili ai nostri mirtilli, ma ormai la stagione è passata e non se ne trovano più. Ne scopriamo un altro tipo, molto più piccolo e dal gusto non proprio buono, che ormai sta diventando parte integrante della nostra dieta a base di funghi.
In linea di massima siamo soddisfatti e vediamo che, dopo esserci tolta in questo modo la fame più grossa, a distanza di giorni la nostra dieta non sembra farci deperire. Anzi ci sentiamo in perfetta forma.
Questo è forse il periodo più bello dei quattro mesi passati in Sudamerica. È il periodo delle lunghe, interminabili serate passate davanti al fuoco, dei bagni nei torrenti ghiacciati ed è anche il periodo in cui tra un ozio piacevole e un ardente bisogno d’azione siamo definitivamente maturati e ci siamo arricchiti di quel «qualcosa» che ancora ci mancava per portare a termine la nostra impresa. Il tempo continua a essere brutto e le tempeste di neve raggiungono perfino il campo base tra i boschi. La nostra dieta a lungo andare comincia a essere carente e il nostro organismo accusa la mancanza dei carboidrati: ormai siamo ridotti alla fame.
Scendiamo a valle e dal Guardaparco troviamo un pacco di viveri che Cesare Fava ci ha mandato da Buenos Aires, tramite il geologo Spikermann. Quasi non ci vogliamo credere. È una grande festa e anche la fame fa presto a passare. Dopo pochi giorni ci sembra strano di essere stati ridotti in quelle condizioni!
Finalmente, inaspettata, è giunta l’ora di risalire. Siamo di nuovo al campo base e il barometro promette bene.

Attacchiamo il 13 marzo con bellissimo tempo e andiamo a bivaccare prima della fascia di rocce strapiombanti, al di sotto della forcella. Le condizioni meteorologiche peggiorano. Invece di scendere come avevamo fatto le altre volte, aspettiamo in parete. La notte tra il 14 e il 15 marzo il tempo migliora.
Attacchiamo di notte con le lampade frontali, risaliamo la corda fissa messa sul tratto più difficile al settimo tentativo e giungiamo ai canali ghiacciati che portano alla forcella. Cerchiamo inutilmente i pochi chiodi infissi la volta scorsa che ora sono coperti dal ghiaccio. Ciononostante arriviamo rapidamente alla forcella.
Il ghiaccio diventa ripidissimo. Sulla piastra di granito sotto il fungo di ghiaccio piantiamo tre chiodi a pressione uno vicino all’altro, che lasciamo quale prova inconfutabile del nostro passaggio.
Il tempo si è già guastato, anzi nella fretta con cui procediamo quasi non ci siamo accorti che già da un po’ stiamo arrampicando nel nevischio. Non vogliamo rinunciare dato che la cima è vicinissima e ormai, quest’anno, è l’ottava volta che saliamo in parete. L’estate australe è praticamente finita.
Sul fungo di ghiaccio finale, a 50 metri dalla vetta, le nostre piccozze Camp causano due incidenti che mettono in pericolo la nostra vita e rischiano di far fallire l’impresa. L’anello passamano della piccozza di Bruno si sfila dal manico mentre è in trazione su un tratto di ghiaccio verticale. Bruno vola, ma fortunatamente riesce a rimanere aggrappato sull’orlo di un terrazzino cinque metri più in basso, con sotto un vuoto di oltre mille metri.
Fortuna, perché, se non ci fosse stata la minuscola cengia e quindi la corda fosse andata in trazione, saremmo sicuramente caduti tutti e due dato che la sicurezza era precaria, a causa della scarsità di materiale e per le particolari condizioni del ghiaccio poroso e inconsistente.
Ora Bruno si trova con l’anello passamano ma senza la piccozza, che è rimasta conficcata cinque metri sopra di lui. Con incredibili acrobazie, usufruendo del solo martello da ghiaccio, si toglie da quell’incomoda posizione e riesce a guadagnare il terreno perduto e quindi la piccozza! Pochi metri sotto la vetta, dalla mia piccozza si svita il puntale (che va perso), altro inconveniente che rende più difficili le nostre assicurazioni ai punti di sosta.
Alle prime ore del pomeriggio, in condizioni proibitive raggiungiamo la cima. Alcune fotografie con Bruno che impreca perché ha fretta di scendere (con ragione!) e poi il problema della discesa. Non ci è rimasto il tempo per le emozioni!
Al primo chiodo da doppia, un tubo di 80 cm conficcato in cima al fungo di ghiaccio, annodiamo un paio di copripantaloni di nylon. Poi giù verso la forcella. I chiodi da ghiaccio sono quasi finiti e ci serviranno per i canali ghiacciati che portano alla corda fissa. Inoltre qui, su questo ghiaccio inconsistente, non offrono grande garanzia.
Dopo la prima doppia, l’impossibilità di creare degli ancoraggi sicuri ci costringe a scendere arrampicando per qualche tratto. La visibilità ormai è nulla. Bruno scende a picco sotto di me e scompare nella nebbia cercando inutilmente di piantare un chiodo di sicurezza. La corda è in tensione e io non so cosa devo fare, dato che non ci sentiamo e non ci vediamo. Aspetto a lungo, ma niente di nuovo. Allora, sotto la tensione della corda dal basso, inizio a scendere con piccozza e martello dalla parete ripidissima. Né Bruno né io, mai nella nostra vita alpinistica avevamo fatto qualcosa di simile! Nell’aria c’è un misto di disperazione e di euforia.
Bruno mi dice: «Ora in ghiaccio non ci batterebbe nemmeno Bertone».
E poi: «Stiamo rischiando 99 contro 100» (amara considerazione!).
Altre corde doppie e poi finalmente la forcella, dove ci rendiamo conto dell’impossibilità di ridiscendere per la nostra via. Tutta la parete si è trasformata in una cascata di neve polverosa. Il vento che viene dal Hielo Continental scarica tutto al di qua della cresta e la neve convoglia proprio nei canali ghiacciati lungo i quali siamo saliti.
Ogni tanto una brevissima schiarita e davanti ai nostri occhi una visione apocalittica.
Propongo di tentare la discesa verso lo Hielo Continental cercando prima di raggiungere per cresta l’inviolata punta che ci sta davanti e poi la forcella che la separa dalla Torre Stanhardt.
Verso ovest la parete sembra più asciutta e almeno, di tanto in tanto, c’è anche un minimo di visibilità.
Saliamo quindi fino alla punta e poi giù verso nord calandoci fino al bordo inferiore del fungo di ghiaccio, dove Bruno cerca di fare un ancoraggio sicuro per poter iniziare le doppie.
Una schiarita di qualche minuto ci fa vedere la situazione con altri occhi.
Sotto di noi, verso ovest, una parete verticale di mille metri o forse anche più e in basso l’immensa monotona distesa dello Hielo Continental. Questo ghiacciaio di tipo antartico, lungo oltre 300 chilometri e perfettamente piano, costituisce un’incognita, ma credo che non sarà impossibile anche con il brutto tempo trovare una via d’uscita. Verso sud si dovrebbe giungere al «braccio» che porta al lago Viedma e poi alla pampa e forse a un’«estancia». Almeno da questa parte la parete è asciutta e la discesa, per quanto acrobatica, offre più probabilità di riuscita e decisamente meno pericoli oggettivi. Esaminiamo il materiale.
I pochi chiodi rimasti risultano essere insufficienti per farci arrivare fino alla base. Momenti di incertezza, poi decidiamo di risalire. Riguadagniamo l’anticima e scendiamo dall’altra parte fino alla forcella.
Iniziamo le doppie. Gli ancoraggi, quasi sempre su chiodi da ghiaccio, sono malsicuri: un chiodo da ghiaccio per ogni doppia! Non abbiamo altra scelta. Parte del materiale che avevamo lasciato in parete precedentemente è rimasto sommerso dal ghiaccio e di chiodi non ne sono rimasti molti. La visibilità è nulla e a ogni sosta veniamo letteralmente sommersi dalla neve polverosa che si accumula tra noi e la parete.
Doppia dopo doppia arriviamo al salto di ghiaccio e alla corda fissa. Qui il ghiaccio è duro ed è sospeso alla parete verticale. Rimbomba a ogni colpo di piccozza. È una scena allucinante.
Vedo Bruno scomparire nel vuoto e poi più niente. Non vedo né sento quando arriva e se arriva.
Attese lunghissime. Pendoli. Arriviamo finalmente sotto il posto di bivacco che dovremmo raggiungere salendo circa trenta metri per recuperare parte del nostro equipaggiamento e dei viveri lasciati durante la salita.
L’operazione risulta impossibile e, stremati come siamo, decidiamo di rinunciarvi.
Anche Bruno, stranamente, è d’accordo e forse per la prima volta nella sua vita rinuncia all'equipaggiamento costoso per lasciarlo su una montagna. Le valanghe lo strapperanno ben presto dalla parete e tutto verrà divorato dal ghiacciaio. Continuiamo a scendere e a mezzanotte siamo al nevaio pensile.
Aspettiamo le prime luci dell’alba bevendo tè con il tempo ancora pessimo. Poi di nuovo la discesa e altre doppie. Una continua slavina di neve polverosa come se fosse spruzzata da un enorme idrante ondeggia sulla parete da destra a sinistra, con un’oscillazione di un’ottantina di metri. Ora ci fidiamo anche delle corde a brandelli lasciate dalle altre spedizioni, che affiorano dal ghiaccio nella parte bassa della parete.
Al mattino, in mezzo alla tormenta, ci ritroviamo esausti a scavare nella neve per cercare l’ingresso della nostra grotta ed in meno di tre ore riusciamo ad individuarlo.

Finalmente ci infiliamo nell’angusto passaggio trascinandoci assieme ai nostri zaini. Ora siamo al riparo. Due giorni ancora in igloo prima di incominciare a gioire della vittoria e poi iniziamo la pericolosa discesa verso il campo base.
Inconsapevolmente, nel tentativo di scendere a ovest verso lo Hielo Continental e senza che facesse parte dei nostri programmi, abbiamo toccato anche la punta inviolata dell’anticima della Egger, l’ultima rimasta da scalare nel gruppo del Cerro Torre. Le diamo il nome di Punta Herron dato che ci sembra giusto dedicarla alla memoria del giovane Philip Herron, il neozelandese che nel 1974 aveva tentato la Torre Egger per la nostra via.
Bill Denz, suo amico e compagno anche nei tentativi d’allora, è visibilmente commosso quando gli comunichiamo la decisione e scrive subito una lettera alla madre di Philip in Nuova Zelanda.
Siamo al campo base da un bel po’, ma ancora tutto attorno a noi ci sembra strano: i colori, il rumore del torrente, il fuoco. Passano diversi giorni prima che si riesca a dormire normalmente.
Di notte osservo Bruno che sussulta per gli incubi e lui, di me, dirà la stessa cosa.
Ora, senza la roba forzatamente lasciata al posto di bivacco in parete e dopo il furto subito ai campo base, ci mancano i mezzi per tornare in Italia e il biglietto d’aereo che intendevamo appunto comprare con la vendita dell’equipaggiamento. Ci aspettano un lungo ritorno in autostop attraverso la Patagonia, bivacchi assetati nella Pampa desertica su montagne di sabbia luccicante, giorni e giorni in attesa di un camion che non arriva mai; poi la fame che già avevamo conosciuto in una situazione analoga quando per tre giorni e tre notti avevamo aspettato un passaggio ad un bivio lontano decine di chilometri dal primo insediamento umano. Ma questo è il prezzo della libertà!
Quando arriviamo al rifugio di Parque Nacional troviamo amici, aiuti e festeggiamenti: Don Juan, Ricardo, Juan Carlos, Monica, Miguel, Tio Cacho. È una grande festa. Il celebre cineasta Pablo Larrain ci riprende in 35 mm. Anche a Rio Gallegos, che raggiungiamo confortevolmente, veniamo accolti alla stessa maniera dalla famiglia Gotti e da tutti gli italiani del Circolo. E a Buenos Aires c’è Cesarino Fava, Angelini e Ziglio.
Grazie anche all’opera instancabile proprio di Augusto Ziglio, verso la fine di aprile riusciamo finalmente a partire per l’Italia. Due spedizioni e oltre sette mesi di lavoro per una montagna! Quanto l’abbiamo sognata!
Ora mi riesce difficile essere orgoglioso di questa esperienza, o almeno di questa esperienza nel suo lato alpinistico. Quando il rischio va oltre certi limiti, l’alpinismo forse non ha più senso.
Avevamo creduto di potervi ovviare, ma le circostanze hanno fatto sì che ci si trovasse in mezzo.
E a un certo punto il rischio diventa come una droga.
Da allora è passato tanto tempo, ma credo che mai dimenticheremo quei bivacchi, né l’allucinante cantilena delle tempeste patagoniche.

Giuliano Giongo
In due sulla Torre Egger
Patagonia, marzo 1980