Ciaspolatori di Ventura

 

di Monica Comani

 

Il grigio è il colore dominante, ma anche il bianco un po’ sporco della nebbia non scherza.
Lo scenario che si presenta davanti agli occhi non è dei più esaltanti, ma quello che si prospetta nel futuro prossimo lo è certamente di più.
Strada, autostrada e nebbia, ma dopo si spera in montagne, sole e neve.
E’ notte.
I più ottimisti direbbero mattina presto, ma io direi che è un azzardo… è notte.
Almeno per il buio pesto che ricopre la città.
Siamo in partenza.
Il mio prode “Navigatore” e io (è lui che guida) dobbiamo arrivare all’agognata neve, breve vacanza, divertimento...
Vai!!!
Partenza!!!
Troviamo banchi di nebbia che ci danno a modo loro il benvenuto e un po’ di tensione si sente in me.
Non vedere nitido in corsa un po’ mi agita, ma cerco di non distrarre e soprattutto di non innervosire il “Navigatore” con questo mio timore, quindi parlo d'altro, anche per cercare di svegliare la mente e il corpo che vorrebbero ancora dormire.
La luce della mattina comincia sempre più a fare capolino e in lontananza cominciamo anche a vedere le prime “vere” montagne, che sembrano chiamarci: “Dai, vi aspettiamo...” mentre io, sempre intenta a guardare all’orizzonte, vengo presa alla sprovvista.
“Non manca molto, fra poco siamo su”.
Grande!!!
Effettivamente è così.
Poco dopo si arriva, e i nostri compagni di Ventura Ciaspolatoria, già sul posto, non si aspettavano il nostro arrivo così presto, ma non sono stupiti più di tanto: sanno che l’amore per la montagna come la voglia di condividerlo in piacevole compagnia, è irresistibile.
Alla fine del viaggio una pausa è d’obbligo, ma la Ventura già chiama, prodi Ciaspolatori!!!
E con il sorriso sul viso e nell’anima partiamo, ansiosi di incominciare l’avventura.
Non impieghiamo molto ad arrivare al punto di partenza.
La strada è piacevole e a mano a mano che saliamo, i cumuli di neve aumentano ai lati della strada.
Sembrano barriere che tentano di proteggere questa meraviglia da noi uomini.
Ed è proprio la meraviglia del paesaggio che vediamo all’arrivo.
Un incanto…
L’azzurro intenso, il sole, il Passo Falzarego e il Sass de Stria, il Lagazoui e… “Guarda l’Averau “, dico, “sembra un pandoro con una abbondante dose di zucchero a velo.”
I miei compagni sorridono, “Dai, partiamo!”.
Si, giusto, la partenza.
“E’ vero, mi devo preparare”.
Indosso gli scarponi e poi “queste ghette come si mettono ?!” mormoro, e alla fine riesco a montare il tutto, comprese le ciaspole, grazie anche (lo ammetto) a un po’ di aiuto.
Iniziamo a procedere: “Dobbiamo raggiungere il Passo Valparola. L’ultimo pezzettino è in salita” ci dice il Capitano “e poi c’è la discesa”, conclude.
Bene.
Si comincia con passo regolare e costante, con il freddo e con un vento pungente che sferza i nostri passi; il suo soffio costante non solo scompiglia i nostri capelli, ma anche il manto e lascia sulla neve delle striature, come le scie di una nave che se ne va verso l’infinito.
Arriviamo al passo e le foto non mancano: ogni tanto infatti mi giro e vedo uno dei cari compagni intenti a immortalare uno scorcio, un albero quasi interamente coperto dalla neve, o semplicemente il nostro sorriso e la nostra serenità. Tutto questo per intrappolare la magia in una foto in modo che il ricordo di quel momento non fugga e resti per sempre.
Piano piano (soprattutto io) si scende.
La discesa non è tra le mie preferite, ma i miei compagni mi rincuorano “Dai, non ti preoccupare. Vai tranquilla, che non è ripido" sento dal “Capitano” e dal “Navigatore”, e, sotto lo sguardo sempre vigile e amorevole della mia amica e solidale compagna di Ventura, continuo a scendere.
Lo scenario un po’ cambia: il vento pungente cala, il sole si nasconde come stanco dietro alle nuvole che, poco a poco, si fanno un po’ più vicine.

Il Capitano ci conduce nella rada boscaglia.
Siamo solo noi, non incontriamo nessun altro essere umano (e così fino alla fine del giro); i rumori della civiltà mano a mano scompaiono e ti senti fuori dal mondo, o meglio dentro ad un altro mondo da dove non vorresti più uscire e dove il silenzio diventa assordante e ti pervade.
Capisco solo in questi momenti quanta magia c’è nella Natura e quanto a volte noi uomini “cosiddetti civili” poco capiamo e apprezziamo tutto questo.
Scendiamo, scendiamo, fino ad arrivare a una bella radura: è ora della pausa ristoratrice!!! E il sole benedice tutto ciò ritornando protagonista nel cielo.
Pane, formaggio, racconti e risate riempiono l’atmosfera e noi, baciati da un caldo sole invernale che ci scruta dall’alto
“Ti ricordi? Siamo saliti di là, sopra quello sprocco…”
“No. Era più su…”
Arriva il momento di partire e, ritemprati, ci rimettiamo in marcia.
Si va un po’ su e un po’ giù, e così fino a un bivio: “O scendiamo ancora per un’oretta e mezza, oppure prendiamo su per là, da dove vedrete… Ma la distanza è un po’ più lunga” ci dice il Capitano, cercando l’appoggio dell’amica di Ventura, con la quale aveva già percorso quel sentiero.
Ci guardiamo negli occhi.
Ce la sentiamo?
C’è un po’ da salire e faticare…
Ma certo, ce la sentiamo!!!
“C’è un po’ da salire…”
Eh sì, c’è da salire e subito me ne rendo conto; il mio fiato si fa sentire, come a far intendere “Ci sono anch’io eh?!”, ma cerco di tenerlo a bada proseguendo in modo regolare.
Poi, quasi convinta di essere in cima, arriva una piccola sorpresa…
Davanti a noi sentiamo il leggero gorgoglio di piccolo torrentello che si insinua tra cumuli di neve, passando sotto un ponte di neve .
"Mi sembra solido", penso.
Il Capitano passa e poi è il mio turno.
Ma io, impaziente di superare l’ostacolo, metto la ciaspola proprio nel punto più sottile e cado vicino all’acqua.
Non mi bagno per fortuna i piedi e grazie ad un balzo (aiutata anche da una mano di supporto) risalgo e sono pronta a proseguire il cammino...
“Non è successo niente, è tutto a posto” mi dico, e riparto.
Ancora salita.
Io un po’ fatico; vedo il Capitano e il Navigatore davanti a me, come due fari, sono i miei punti di riferimento, devo arrivare là, mentre dietro di me la mia sempre vigile e presente amica di ventura mi dà utili consigli su come salire per fare meno fatica, che scrupolosamente cerco di seguire.
"Dai, che sei in cima".
Ed è così, siamo in cima.
Non riesco a trovare parole e non per la fatica che passa in un baleno, ma per la bellezza che si staglia davanti a noi.
“Bello, bellissimo… Valeva proprio la pena fare un po’ di fatica” dico alla fine.
Ci guardiamo intorno e il Capitano ci mostra dove siamo passati “Siamo saliti di là, poi scesi e risaliti… un giro ScavalcaMontagne”. Un nome appropriato, direi.
Sappiamo che è ora di ritornare alla base, anche se una parte di me resterebbe lì, non vorrebbe più andarsene.
La magia e la suggestione di questo posto illuminato, irradiato dal sole e da un cielo azzurro intenso, penso che mi accompagneranno sempre.
Si scende, e la discesa tra baite disabitate e qualche albero sepolto da cumuli di neve è piacevole.
Ogni tanto si sprofonda, ma non importa… è così bello qui!!!
Arriviamo al Castello di Andraz e dobbiamo percorrere un vero tratto di strada ghiacciata.
E’ così lucido, ma breve…

"Oh il ghiaccio no", penso.
Ma io, Ciaspolatore di Ventura, so che le mie fedeli ciaspole non mi abbandoneranno perché i loro fermi piedini penetrano nel ghiaccio.
Il “momento Ice” finisce presto e riprende la neve, come la dolce discesa.
In lontananza intravediamo la strada: ormai non manca molto alla fine del giro e dopo poco arriva la conclusione di questa splendida gita.
Ci togliamo tutta l’attrezzatura come Cavalieri di Ventura, guardandoci negli occhi e pensando: “Che bella giornata abbiamo vissuto!”.
E’ ora del ristoro e del riposo…
Grazie Capitano, grazie Amica e saggia compagna di Ventura e grazie Navigatore, che mi guidi non solo in montagna ma anche nella vita.

Monica Comani
Bologna, giovedì 17 Febbraio 2011