Neve di scirocco

di Cristina Zamboni
 

 

Fine dell'estate, cena d'un matrimonio.

Seduta composta, quieta e rassegnata ad un tavolo di sconosciuti, lancio più di qualche sguardo alla vetrata da cui riverbera la sfolgorante luce del tramonto d'una giornata che, piovosa fin a mezzogiorno, sta per virare in una sera tersa di stelle a forza di raffiche di vento che fanno correre veloci le nuvole.

“Rosso di sera, bel tempo si spera”, sospirando penso alle cime e sono contenta per chi il giorno dopo ha la fortuna di godersi in montagna l'ultimo scampolo d'estate.

Le mie decoltè altissime battono su un'unghia pestata in una discesa e mi stanno anche facendo venire una vescica, una vescica stupida, senza aver fatto più che due passi e senza aver visto una cima di una, come vorrei essere in montagna.
Meraviglia delle meraviglie, come stesse seguendo il filo dei miei pensieri, lo sconosciuto che mi siede di fronte inizia a parlare di montagna!

Il confronto è interessante, io sempre sulle Alpi, quasi sempre con dei compagni più esperti e una predilezione per le ciaspole, lui sempre in Appennino, sempre in estivo e sempre e invariabilmente da solo.
Ci si scambia il numero di telefono per un giro prima che venga il freddo, poi però succedono tante cose, mi rompo un legamento d'una caviglia su un gradino in città e l'Appennino rimane una cosa campata per aria.
Passa l'autunno, passa l'inverno, ormai è primavera e io le ciaspole le ho messe solo una volta, la caviglia fa ancora male e passo le notti tossendo, da quando non prendo più freddo in montagna o a correre all'aperto per via della caviglia mi son presa tutte le possibili laringo-tracheiti-bronchiti e mi sa che, quando torno, mi arrenderò alle aerosol, ai fumenti e a qualsiasi cosa che mi faccia smettere di tossire.
Per strada, la neve sembra solo un miraggio e un desiderio.

Ormai mancano pochi chilometri e io non ci spero quasi più, poi basta una svolta della strada ed è un altro mondo, un altro tempo e un altro spazio. Bosco innevato, silenzio, isolamento, tornanti che salgono decisi e sparute case di pietra. Di neve ce ne sono dei metri, io che avevo paura di lasciar chiuse le ciaspole nella custodia.
Mi fermo a salutare delle persone a cui sono molto affezionato, che conosco da quando sono nato. Vieni con me o ti porto prima a casa dove ti puoi sistemare e io riscendo?
Vengo con te
Ci starò un po'”.
Tranquillo”.
Basta un colpetto di clacson e si spalanca una finestra da cui arriva un saluto caloroso e un invito ad entrare. Facciamo il giro della casa, sulla porta non c'è campanello, qui si bussa ancora.
Venite dentro, non fate caso al disordine, ho fin un'anatra in cucina, le galline me l'ammazzavano”.
La padrona di casa ci precede nella stanza calda e accogliente, riempita al centro da un'enorme stufa.
Guarda chi c'è!
Dal divano accanto alla finestra s'alza ad accoglierci un omone, ho un tuffo al cuore, par Mario Rigoni Stern, stessa età e stessa stazza. Ci va a prendere una pala da neve da prestarci e ci dà qualche dritta, d'altra parte gli scarponi bagnati di fianco al divano non mentono, conosce queste vallate come le sue tasche e continua a girare per i suoi boschi. Una mezzora dopo, con ancora addosso la loro accoglienza calorosa e affettuosa, sto usando la pala che ci hanno prestato per crear un passaggio per entrare in casa, poi mi dà il cambio Teo per disseppellire la botola del rubinetto dell'acqua.
La mattina, dopo la sveglia, resto a “palugare” nel letto, la casa di pietra m'ha conquistato e non ne voglio sapere d'alzarmi, ho dormito come un sasso, ipnotizzata dalla sua magica calma.

Niente scooter, niente camion dell'immondizia, niente sirene, niente rumore di fondo del petrolchimico, niente porte che sbattono. Si-len-zio.

Se si tende l'orecchio, solo lo scrosciare in sottofondo della cascata del Doccione e il rumore gocciolante e gorgogliante della neve del tetto che si sta sciogliendo.

Non sarebbe poi male un tempo da lupi che non consenta di metter il muso fuori dall'uscio, ora che la casa s'è scaldata e ora che ho vinto anche un po' di diffidenza verso le stufe a gas e verso il camino, io che, con la fobia del monossido di carbonio, appena arrivata, ho costretto chi mi ospita a verificare dall'esterno la pervietà dei tubi delle stufe e a spegnere quella nella stanza dove si dorme.

Lui in compenso ha già preparato la colazione, tenuto sveglio da me che starnutivo, tossivo e russicchiavo per il raffreddore. Con un po' di ritardo per colpa della mia pigrizia e della mia indolenza, partiam da casa con le ciaspole sulla forestale per i Taburri.
Quella lassù si chiama Casa del Vento, indovina perchè” - mi dice seguendo il mio sguardo e raccontandomi ogni cosa dei suoi posti.
E' meravigliosa”.
Sì, ma è disabitata da molti anni, è completamente da demolire ormai”.
Peccato, io mi c'ero già immaginata dentro a litigare col camino che non tira.

Questo posto comincia a entrarmi dentro, è perfettamente aderente alle descrizioni fattemi e sta ampiamente mantenendo le promesse di silenzio, isolamento e solitudine. Il bosco è meraviglioso, alberi a foglie caduche ed abeti, coi rami prostrati che toccano terra per il peso della neve, quando passo li scrollo un po' e si risollevano.
Che fai? Lascia fare il suo corso alla natura
Faccio di testa mia, ne libero solo qualcuno al mio passaggio, come quando trovo un gattino troppo piccolo che va allattato con una siringa o come quando butto in acqua le conchiglie vive che si sono fatte fregare dal mare che s'è ritirato dopo la mareggiata lasciandole al secco sulla rada, la natura tanto il suo corso lo fa sempre e comunque e non mi si chiederà conto dei gatti, di qualche conchiglia e di qualche ramo, sono inezie.
Meno male che qualcuno è passato qualche giorno prima e il sentiero è abbastanza tracciato, se no c'è da sudar anche gli spallacci dello zaino con questa neve pesantissima. Ed è talmente tanta che copre i segnali, ma il mio compagno di salita è di casa e s'orienta perfettamente anche se non è mai arrivato fin quassù con la neve.

Fra gli alberi, alle svolte del sentiero, ogni tanto intravediamo il Cimone, il Cimoncino e il Libro Aperto.

Il Cimone è proprio grande, non poteva chiamarsi altrimenti.

È il suo profilo che ho sempre visto da casa fin da bambina nelle giornate terse e ventose, lo riconosco, solo che non riuscivo a dargli un nome.

Finisce il bosco e ci si staglia davanti Il Crinale. È grandioso.

Cima Tauffi è un deserto bianco quasi surreale. C'è uno scialpinista sopra, speriamo che sia salito da un versante che gli abbia fatto vedere quel che vedo io ora se no qua finisce col rumore di un tuono e una nuvola bianca, mi vengono i brividi al solo pensiero. Il Lancino sembra a un tiro di schioppo, ma è qui che comincia il difficile: sono finite le tracce ed è iniziato il vento, prima eravamo riparati dagli alberi, ora siamo in balia dei suoi fischi e della sua furia che ci scuote. E la pendenza s'è fatta esponenziale.

Ci diciamo sereni che stiamo a vedere, se la cosa si fa troppo rischiosa, siamo d'accordo di far dietro front.

Vado davanti io. Mi piacerebbe ci fosse Gabriele, dal quale non ho ancora imparato a leggere i pendii.

Lui mi ha spiegato e fatto vedere delle cose, ma oggi purtroppo sono io che devo osservare, valutare, decidere, senza poter confrontarmi, senza poter chieder conferme.

È presto per me, ho ancora così tanto da imparare, arrivo fino a quel palo semisommerso che non può che essere il segnale e torno indietro, l'azzardo non fa parte di me, poi il vento è l'architetto delle valanghe e mi sta scuotendo troppo, fra vento e tosse non riesco quasi ad avanzare.

Le cose sono sotto i miei occhi, ma ho paura, mi sento vulnerabile, è così bello avere un compagno esperto che ti fa sentire d'aver il culo al riparo, oggi quella più esperta sono io e la cosa è ridicola.

Ci vorrebbe Daniele, che conosce il Crinale a menadito.

Pendio sopravento, pendio sottovento, quelle cornici peseranno una tonnellata...

Stai lontana dalla neve ventata. C'è la leggenda che in Appennino non ci siano valanghe, ma io le ho viste sul Corno alle Scale. Poi tutta quella neve prima o poi si scaricherà pur giù.

Ce ne han parlato anche ieri i montanari delle valanghe di qui.

Mi tengo a sinistra, la neve è ottima, se solo si calmasse il vento.

Meglio un traverso ripido dove c'è poca neve che passar lì sotto...

Vado pianino, devo guardare dove andare, devo tener d'occhio Teo, devo aspettarlo, e devo tossire.

Lo vedo girarsi indietro ogni due per tre. Se la cava egregiamente, ma è la seconda volta che mette le ciaspole.
Vieni avanti, lo vedi quel cespuglio che affiora? Lì giro e guardo se trovo il sentiero. Se non lo vedo, torniam indietro. Vieni, vieni
Se c'è una cosa che ho imparato da Gabriele, da Alessandro e dalla Rita è non a lasciar da solo un compagno.

Tutte le volte che mi han aspettato-confortato-sostenuto-insegnato...

Gabriele e Alessandro però in questa situazione avrebbero individuato tranquillamente il percorso e messo il compagno al sicuro. Probabilmente anche la Rita, ma lei qui avrebbe troppo freddo per pretendere di farle anche cercar il sentiero. Dovevo imparare di più!

Il mio compagno di salita si guarda indietro con un po' di ansia ma se la cava assai bene, ragiona ed è prudente, umile e riflessivo sarà sempre un ospite della montagna e mai uno di quegli spacconi che ci fanno la lotta.

Se lo vedesse Gabriele, va a finire che se lo tira dietro al mio posto, col cambio ci guadagna.
Giro l'angolo, eh?
Meno male, si fa più facile. Traverso a sinistra e si è su.
Vieni che è più facile”.
Un colpo d'occhio sulla Toscana, uno di numero. C'è troppo vento, volano via i bastoncini. E voliamo via anche noi se non stiamo attenti. Nata al mare, adoro il vento, il mio preferito è la bora, ma qui ci atterrisce, ci bastona, è troppo pure per me. E ho già il pensiero di scendere e affrontare il tratto con più pendenza.

Ci sono dei sastrugi incredibili ma devo andar giù, speriamo di rivederne di fatti così un'altra volta.

Sastrugi frammisti a tratti d'erba congelata, vorrei tanto dir di fotografarli ma ora si scende.
Scendiamo da dove siam saliti”.
Avevamo progettato un anello, ma io ho il terrore di non trovar il sentiero per scendere.

E se anche mai lo trovassi, ho paura di non capire il pendio vedendolo dal di sopra.

E poi dovrei passare sotto le cornici, neanche morta.

Ma tanto non sarei in grado di trovarlo, già sono come Pollicino che ha bisogno delle mollichine per non perdersi, poi non ci vedo: con gli occhiali da sole indosso ci si riesce a riparar dal vento ma c'è troppo buio, senza ci si vede bene come luminosità ma lacrimano gli occhi. Già faccio fatica a ritrovare dove siamo saliti, il vento ha già cancellato le nostre tracce effimere. L'impronta della ciaspola non si vede più ma c'è ancora il buco del bastoncino.
Faccio gli scalini per Teo. Sto per dirgli di star attento a non ruzzolare che da qui arriviam dritti a casa, ma evito, scende già concentratissimo, lo metterei ulteriormente sotto pressione, posso solo fargli dei bei gradini perchè la fatica gli sia più lieve. Come mi mancano Gianluca e lo Sgargino: mi tediano e mi prendono sempre in giro, ma quante volte mi hanno fatto gli scalini e, da dietro le spalle, han buttato un occhio su quanto stavo combinando, oggi gli scalini li faccio io ma i vostri sono fatti meglio...
A posto?
A posto”.
Finalmente il limitare del bosco.
Vado giù un po' che devo far pipì”.

Il calo della tensione.

Ora capisco la spossatezza di Gabriele alla fine delle giornate coi picchiatelli.

E la notte insonne di Sandro prima di portarmi al Vajo dei Colori.

Dei compagni meno esperti si è responsabili, abbiamo la responsabilità di portarli a casa sereni.

E, come si chiacchierava tempo fa fra amici, non parlo mica di responsabilità civile e penale, di quella già si riempiono la bocca i burocrati e gli assicuratori, parlo della responsabilità morale, affettiva per il compagno.

E la sera a tavola crollo dal sonno, la responsabilità e la concentrazione mi hanno schiantato e dormo dei pezzi di discorsi, perdo il filo mentre parlo, meno male che domani piove e si sta a cuccia prima di ripartire con calma.

La pioggia muta presto in neve, neve pesante, fiocchi che fanno rumore quando si posano, che, tempo di caricar la macchina, m'han già infradiciato i capelli. Scendiam pian piano per i tornanti, e ci fermiamo a restituire la pala.
Sono curiosa di vedere l'anitra in cucina, l'altra volta alla fine non l'ho mica vista
Suono di clacson e l'accoglienza è semplice e squisita come l'altro giorno, l'unica differenza è che sono già “la Cristina”, già mi chiamano per nome. L'anatra è in una scatola sotto la tv, perchè “mi dispiace tenerla in gabbia”, ci racconta la signora. È simpatica e domestica. E pure tediosa, non la finisce più di far il suo verso.

Il gattone di casa le passa vicino circospetto perchè, ci dicono, s'è preso più d'una volta delle beccate nella coda.

Sul davanzale c'è un binocolo e sul divano una torcia, oggi non vedo gli scarponi in giro.

Chiacchieriamo col padrone di casa del nostro giro del giorno prima, e ci va a prendere le sue ciaspole per farcele vedere. Gli scarponi ce li ha indosso!

Torna con le sue TSL 325 attacco "Escape" e le TSL 225 attacco "Rando" del figlio.
Le mie sono fatte meglio, si fa in un attimo a metterle”.
Ammiro i suoi gesti sicuri. E la sua voglia di fare. Vorremmo tutti superare gli ottanta e andar in giro con le ciaspole.
Di neve ne verrà ancora. Qui fa sempre neve di scirocco. Quando soffia la tramontana, invece, fa troppo freddo e non nevica
Sa tutto di queste montagne, così diverse da quelle che ho frequentato sino ad ora. Come sarebbe bello farsi accompagnare in giro. Non me ne andrei più dalla stanza che profuma di pane e rimarrei ad ascoltarli per ore.

L' incanto della neve di scirocco si disfa in pioggia che ingrigisce l'A13.
Dove esco?
Ferrara Nord, la prima”.
La prima è Ferrara Sud”.
Ci metto un po' a capire. Sono intorpidita dalla macchina e dalla pioggia, sto saltando di palo in frasca fra mille pensieri di questi bei giorni come se fossi in un turbine: l'anatra, Lorentz e l'imprinting con le oche, la neve, i signori che ci han prestato la pala, il crinale, la cucina con la stufa a legna e il profumo di pane, la casa di pietra, il Lancino, il pendio troppo carico di cima Tauffi...

Fin ad ora la montagna per me è sempre stata a nord!

Stasera posso dire che è anche a sud, e ci si parla emiliano, dialetto modenese. Posso dire tante cose, stasera, stasera che il petrolchimico non si sente perchè batte la pioggia. Che il mio senso per la neve va migliorato.

Che in questi giorni ho avuto un buon compagno in montagna, e spero tanto mi porti ancora con sé, tuttavia gli auguro anche l'occasione d'andar via con dei compagni più esperti d'un'ochetta.

E, infine, che, dopo settimane, m'è finalmente passata la tosse e non m'arrenderò all'aerosol.

Che sia stato il vento?!


Cristina Zamboni

Ferrara, 13 marzo 2011