Apocalypse Snow

di Angelo Bolognesi


L'inerzia della vita e perfino l'incoscienza degli uomini, sono invincibili. Già dopo "Ciaspolexodus", misurando l'angoscia infinita di quei momenti, si pensò che "niente sarebbe stato come prima".
Ma se ne erano viste troppe per illudersi.
In breve, quei bipedi formicolanti e irrefrenabili hanno ricominciato a circolare, ciaspe ai piedi.
Ora, il pane lo fanno i fornai, i violini i liutai, le scarpe i calzolai, i rogiti i notai e le gite in montagna il CAI.
Così è obbligo ringraziare la valente organizzazione che ci ha tenuto allegri con una idea da primo aprile, però anticipata al 19 febbraio, giorno in cui a bordo di un pullman mansardato con i gerani ai finestrini, ha pensato di scarrozzare fino al Falzarego una quantità di persone la cui pura somma aritmetica fa spavento.
Indubbiamente, in tutto ciò, c'è una visibile componente di orgoglio democratico e repubblicano (difesa della gita sociale, difesa del diritto di tutti a prendervi parte) però si dovrebbe cercare di coniare un neologismo per sostituire la vecchia e impropria parola "gita".
Non sarà facile perchè la nuova parola dovrebbe riuscire a descrivere ciò che è quasi indescrivibile.
Della folla cosmopolita di gitanti che si è coagulata sul piazzale della stazione, facevano parte dame liftate e imbellettate con scalpi transgenici come tenori messicani sul viale del tramonto; omoni corpulenti con spassosi indumenti catarifrangenti e copricapi ispirati ai modelli dei Borgia, look che farebbero indietreggiare anche Dolce & Gabbana; tigrotti di Mompracem; Marziani; Gormiti.
Mancavano solo Tom & Jerry, Godzilla e Ciaspolo.
Non è chiaro se questo sia il solo dettaglio comico di una possibile tragedia o il limite che ha impedito alla tragedia di compiersi, consegnandoci ad una gigantesca comica. Al solo pensiero che questo spettacolo, apparentemente irreversibile, sia rimediabile, si inumidiscono gli occhi.
A pensarci bene, l'enorme quantità di umani ingoiata dal Condominio Gommato era una specie di monstrum antropologico, come l'uomo che ha mangiato un chilometro di wurstel o la donna con la barba più lunga.
Comunque, legati a mazzi come gli asparagi, siamo partiti.
Ciò che segue è la cronistoria della catastrofe annunciata.

Ore 6.10 Partenza, nel consueto gorgoglìo di garrule voci ben presto sciolte nel silenzio.

Ore 10.30 Sosta strategica in località sconosciuta detta "la Baita", dove taluni, forse in riferimento ad altre vite, parevano ricordare vagamente di esservi già stati.
Il visibile e comprensibile spaesamento tipico di chi si trova in un luogo mai visto non ha però impedito a molti di incastrarsi ignobilmente negli accessi dei bagni dell'accogliente oasi, fino a rendere l'operazione bramata dai più una vera e propria utopia:" MINZION IMPOSSIBLE ".
Il colorito delle provate carni ha presto virato verso il giallo paglierino.
Indipendentemente da ciò, i gitanti sono stati sollecitati ad indossare quanto in loro possesso TRANNE le ciaspe, prima di rientrare rapidamente nel Nautilus Station Wagon.

Ore 11.00 Consueto Avvenimento Paranormale compreso nel prezzo.
L'autista, senza l'uso di lubrificanti esterni e con il solo aiuto del Capo che, dalla strada, gli dava indicazioni grazie ad una mimica degna di un guaglione di Posillipo, è riuscito a infilare il Torpedone Mannaro nella galleria del Falzarego. Non pago, è riuscito anche a farlo uscire dall'altra parte. Esaltato dalle grida dei passeggeri che egli interpretava come di giubilo, essendo invece di terrore, ha voluto ripetersi pure al ritorno, rischiando seriamente la forca. La prova non è stata certamente di difficoltà inferiore a quella consistente nel far passare un cammello dalla cruna d'ago*. Di ciò se ne rallegreranno i ricchi. Qualora ne avessero bisogno.

Ore 11.15 Passo Falzarego. Deserto. La notizia del nostro arrivo, evidentemente, ci aveva preceduti.
Dal cielo, qualche fiocco di neve di cui, in tutta onestà, non si avvertiva la mancanza, contribuiva in modo significativo a rendere il già spettrale paesaggio il fac-simile di uno scenario post-atomico.
Tramite regolari movimenti peristaltici, il macabro contenuto umano è stato espulso dal fetido ventre del Mammuth da Soma.

Ore 11.45 Calzate le ciaspe nei modi più vari, l'armata si è trascinata prima verso il Valparola e poi verso l'Armentarola, alternativamente.
Il Gran Mogol in testa, eccitato dalla neve che scendeva in leggiadre e soffici mattonelle.
Per Lui è come il richiamo della foresta.
Alle sue spalle, nella bolgia, ci si speronava le costole, sudando come rospi.
Da annotare sporadiche e colorite performances tra impiegati di banca che, esibendo bizzarri passi scivolati, non appena si toglievano dalla traccia battuta, scomparivano nella neve fresca. Il recupero dei corpi avveniva col contributo di un sensitivo e grazie all'impiego di semplici trivelle.
Il gruppo tutto, tendente allo sfilacciamento, si ricompattava periodicamente grazie alle soste per i cosiddetti "spuntini"; leggeri ingozzamenti con ogni ben di Dio, estratto da zaini gravati da termos grandi come silos e contenenti scorte monumentali, come facevano le vecchine in tempo di guerra con zucchero e sale.
La neve scendeva a carriole, ammantando di bianco uno scenario da apocalisse.
Ore 15.00 Il grande Capo, ingobbito dallo sforzo, con lo sguardo fisso e iniettato di sangue, sostenendo di aver accidentalmente sbagliato percorso, quatto quatto, ha condotto la moltitudine sull'orlo di un orrendo dirupo.
Come il Pifferaio di Hamelin con i sorci.
Avrebbe potuto, effettivamente, fare trionfare la giustizia e meritarsi il paradiso, finanche quello coranico. Purtroppo, triste come un circo, in un rigurgito di deprecabile buonismo che ha prodotto nella sua mente provata un pauroso moto oscurantista, ha ritenuto più regolamentare ricondurci verso la meta prefissata.
Ora, bisognerebbe fargli notare, pazientemente e rispettosamente, che è certamente di sua pertinenza amministrare i regolamenti interni, salvo poi fare i conti con le situazioni contingenti.
Insomma, non è che bisogna prendere tutto per oro colato. Comunque, il fatto che ci abbia provato, è la dimostrazione anche tenue di un pensiero critico.
Ciò rallegra e meraviglia, essendo un evento raro, più o meno come trovare un porcino da un chilo nel prato di un giardino pubblico. Apprezziamo il suo tentativo e, onestamente, va riconosciuto che non è in tempi di crisi che si devono compiere scelte drastiche e utili.

Ore 16.30 Arrivo all'Armentarola. Unica presenza umana un Unno in avanzato stato di decomposizione che, armato di sci da fondo, scandiva le rigide falcate osservandoci sgomento, mentre i denti gli cadevano uno ad uno.
La neve scendeva a bilici. Qui, il Capo, stremato dallo sforzo, ci ha intimato di togliere le ciaspe ma, attenzione bene, NON gli scarponi. La prima impressione è stata che parlasse a gettone e che non gli fosse stata fatta la periodica manutenzione. Dato però che l' " IPSE DIXIT" viene applicato solo nei suoi confronti, tutti hanno ubbidito pur nel mormorio sommesso e alla presenza di oltre 140 bulbi oculari sgranati.
L'importante, in fondo, è la salute.
Aggrappati a questa massima come cozze ad uno scoglio lo abbiamo sentito borbottare che avremmo tolto gli scarponi qualche chilometro più a valle, nel piazzale della "Baita", lasciando intravvedere al fondo di questa sofferta decisione, qualcosa di patetico e insieme di eroico.
Escludendo ragioni soprannaturali, la spiegazione può essere molto semplice: il freddo gli aveva congelato gli ingranaggi e non una, ma diverse rotelle fuori uso permettevano che pensieri scarrucolati circolassero indisturbati. Increduli si attendeva ora la decisione di togliere lo scarpone destro prima della "Baita" e quello sinistro dopo.
Ciechi ai suoi comandi l'avremmo fatto.
Obbedienti all'ammonimento evangelico (Matteo 18), non lo perdoneremo 7 volte. Ma 70 volte 7.
D'altra parte, chi è senza peccato scagli la prima pietra (Giovanni 8).

Ore 17 Materializzazione dello Shuttle da Diporto al Ristorante la "Baita". La neve scendeva a ettari.
A parte il danno arrecato ad alcuni indigeni incautamente presenti davanti al locale, (gli unici, inspiegabilmente, a non essere stati avvisati in tempo del nostro arrivo) che sono stati rianimati a colpi di defibrillatore, la breve sosta, guarnita di frittelle e prolungata si da consentire ogni tipo di svuotamento, è stata gradita da tutti.
Anche da chi, con uno scarpone e una ciaspa, non necessariamente nello stesso piede, chiedeva in giro se andava bene così.
Resta da capire se, al traguardo dei 50 incontri con la "Baita" potremo giovarci, come i titolari di ogni Fidelity Card che si rispetti, di un premio. In genere il sistema a punti prevede un meccanismo perverso secondo il quale, raggiunto un premio si desidera accumularne altri per arrivare al premio maggiore. Ci si chiede quindi, quante volte si dovrà ancora incontrare la "Baita"per incrementare lo score fino al raggiungimento delle Ciaspe Usa-e-Getta in cartone pressato o, in alternativa, della T-shirt con cuoricino e scritta ABITALABAITA.

Ore 18.00 Mentre dal cielo scendevano svolazzanti igloo, l'accozzaglia di vesciche sgravate è stata indotta a risalire sul Cetaceo d'acqua dolce, il Moby Dick della Valle. In breve, la penombra, la stanchezza e il gas soporifero di natura animale hanno generato un'atmosfera distesa, da obitorio.

Ore 19.00 Alleghe. I rubinetti della neve si sono chiusi. Non ce n'era più. Finita. Esaurita.
All'interno del bonario Zeppelin CAI in rotta verso il piano padano, la situazione era quella di un dormitorio contrassegnato da un basso costante, un borbottio continuo e indistinguibile simile alle più raffinate partiture di Schoenberg, interrotto a tratti dalle comunicazioni del Capo che, per contratto, deve dire sempre le stesse cose, con la stessa fissità che nemmeno l'esplosione di un petardo nelle tasche farebbe mutare.
Dopo tutti questi anni, sono filastrocche risapute, suoni fra i tanti, come i clacson per la strada, come la musica di sottofondo negli ascensori.
Comunque, una mansione che egli svolge con estrema devozione, stritolato dal senso del dovere.
Con l'imminente e certo avvento del televoto in pullman, verrà fatto Santo subito.
A dargli sostegno, è intervenuto anche Guay col Fum, sfoderando otto fonemi che, anche se sono il doppio di quelli di una gracula media, sono sempre poco per eccitare.
Apprezziamo comunque lo sforzo.

Ore 20.00 ingresso in autostrada.
Nei visceri del Pachiderma Meccanico un'atmosfera da arena estiva in ciabatte, da cinema parrocchiale con i fischi quando si rompe la pellicola del film in bianco e nero.
La stessa freschezza di un faldone di pretura di cinquant'anni fa.
E' anche questo un segno della scomparsa del futuro, cioè della pesante caduta di prospettive e di speranze.
Una tristezza.
Nonostante la progressiva abitudine al peggio, ogni volta ci si sente male.
Nel ruminante tragitto di ritorno, doverosamente la mente correva, verso gli organizzatori. Una citazione per il Trio di Malalbergo, a cui, in attesa di essere mummificati nella struttura CAI, va un ringraziamento per la giovialità e l'allegria portati all'interno del Museo delle Cere, unitamente all'augurio di non farsi impagliare troppo.
Una menzione particolare va all'esangue VicePresidente, per il quale la Commissione di Vigilanza del Cai, per ragioni umanitarie, dovrebbe urgentemente stabilire l'obbligo di una flebo prima di andare in gita.
Già di suo sembra illuminato dal basso, come Christopher Lee al risveglio nel suo sarcofago. Un suggerimento è che, con pochi ritocchi, come un po’ di raso rosso, un mantello nero e il lancio di qualche pipistrello di gomma, potrebbe certamente attenuarci i momenti di noia.
Un ricordo doveroso e commosso per il povero Gianluca, scomparso prevedibilmente nel baule della Multipla di Polifemo, sotto una slavina di colli di proporzioni bibliche, durante la 153esima sistemazione dei bagagli. Se tutto va bene, tra qualche migliaio di anni, verrà ritrovato, fossile, tra due ciaspe, da qualche archeologo alieno.
Del Capo, infine, si è detto tutto, tranne un'ultima cosa.

Ore 22.00 Casello Ferrara Nord. Il Capo ha impugnato il microfono.
"Non dirmi che adesso lo dice... Anche stavolta..." - mormorava il gitante inerte, liquefatto sulla sua poltrona.
E quello, implacabile, lo ha detto : "E' stata proprio una bella gita."
Una delle prove dell'inesistenza del Dio implacabile e cattivo invocato in questi casi, sta nel fatto che egli non venga incenerito all'istante ogni volta che lo dice.
Amen.

Bibò
Ferrara, marzo 2012

* N.d.R. Per 'Cruna d'ago', in Oriente, si intende il portello stretto e basso di un portone.