In punta di ciaspole fin sulla cima del Castelaz

di Gabriele Villa


Posso dire di essere cresciuto al cospetto delle montagne, in particolare di una, il Monte Civetta, o "la Civetta" come la chiamano gli alpinisti, con rispetto e ammirazione insieme.
Estate dopo estate, durante le vacanze estive che trascorrevo dagli zii materni a Pecol di San Tomaso Agordino, ho imparato ad amare i boschi, i pendii prativi inclinati, i torrenti e le forre, i profili delle montagne, calcando qualche cima tra quelle più facili (là dove si poteva arrivare camminando), osservando con ammirazione e un sano timore reverenziale, quelle più ardite, con le pareti a picco, dalle verticalità vertiginose e affascinanti.
Molte di queste ultime le avevo viste solo in cartolina, o in qualche viaggio in pullman, o sfogliando qualche libro di alpinismo e mi parevano costituire un mondo per me praticamente irraggiungibile.
Solo dopo i ventuno anni (allora la patente non si poteva prendere prima), comprata la prima Fiat 500, iniziai con qualche viaggio conoscitivo fuori dagli abituali confini andando a vedere il Passo Pordoi, il ghiacciaio della Marmolada, il Passo Sella e concedendomi le prime escursioni fuori dall'ambito delle montagne dell'agordino.
Solo nell'agosto del 1975, con la prima arrampicata vera, allo spigolo della Torre Delago nel Vajolet, mi si apriva un mondo sconosciuto e tutto da "conquistare", dopo averlo immaginato e sognato tra desiderio e paure da vincere. Fu come abbattere un confine, tanto immaginario quanto effettivamente coercitivo nei fatti.
Come apprendista alpinista volevo conoscere alcuni "mondi" tra quelli che avevo visto nelle cartoline e letto nei libri e tra questi non potevano mancare le Pale di San Martino, terreno di scorribande preferito del mio caro amico Giancarlo Milan, forte alpinista e per me un vero maestro di montagna e di avventura. Con gli anni e l'aumento dell'esperienza ho così potuto salire alcune di quelle cime, tanto amate anche dallo scrittore Dino Buzzati, come il Cimon della Pala per il suo magnifico spigolo, il Sass Maor, la Cima della Madonna per il famoso spigolo del Velo, il facile e classico Camino degli Angeli, la Cima di Val di Roda, il Campanile Pradidali, la Cima Vezzana, la Pala di San Martino per la classicissima via Langes, dormendo nel bivacco sulla vetta.
In anni successivi ho imparato a sciare e sono pure finito nella squadra agonistica dello Sci CAI, mica perchè fossi forte, diciamo che mi accontentavo di arrivare al traguardo per portare un punto alla quadra nelle gare tra sci club. E' stato lì che ho conosciuto la pista Castellazzo, durante una di queste gare, e nemmeno avevo capito che prendeva il nome dalla piccola cima che si trovava lì nelle vicinanze, tanto era insignificante rispetto alle montagne che costituivano il gruppo delle Pale di San Martino, un "tentativo" di montagna più che altro, appena in grado di emergere dal verde dei prati di Baita Segantini, della Val Venegia e di Passo Rolle.
Ci sarebbero voluti più di trent'anni, e la passione per le ciaspole, per farmi venire la voglia di calcarne la cima, in pieno inverno, così come è successo per altre cime minori che mai avrei salito da escursionista/alpinista e invece ho imparato a frequentare come ciaspolatore, salendole anche più volte, come il Monte Pore nella zona di Passo Giau, il Col Galina nella zona di Passo Falzarego, il Monte Sief nella zona di Andraz.
Per il Castellazzo c'è stata anche una scoperta in più, perchè nascondeva una sorpresa di cui ero completamente all'oscuro e di cui ho appreso soltanto nel momento in cui ne ho raggiunto la cima assieme agli amici.
Ve la racconto con le parole dello sconosciuto Pino, riprese dalla rete, che trovo calzanti oltre che poetiche.

Monte Castellazzo: la Cenerentola che diventa Principessa
Guardato e salito da pochi il Monte Castellazzo se ne stava li, sotto l’ombra delle Dolomitiche Pale di San Martino sempre con il timore di essere quasi sgridato da loro per la sua piccolezza.
In pochi lo salivano, forse quelli che veramente sentivano la montagna non come una conquista ma come un viaggio dentro di essa, non un tornare esausti ma un ritornare carichi, di emozioni ma soprattutto di insegnamenti che tante volte non vengono dalle pareti strapiombanti ma da pascoli ricoperti di stelle alpine.
Potevano chiamarlo Castelletto oppure Castelluccio, invece lo hanno nominato Castellazzo, quasi in senso poco riverente e per centinaia di anni è rimasto ad aspettare, ad essere triste protagonista durante la prima guerra mondiale, ad accogliere tra le sue pieghe migliaia di giovani soldati caduti per stenti nei lunghi inverni. Nel dopo guerra ha avuto dei momenti felici quando i militari della Guardia di Finanza si esercitavano sulle sue pareti allenandosi ad imprese più ardue.
Una gran bella montagna con tanti bei sentieri che lo percorrevano un po' dappertutto, sentieri che senza camminatori si erano persi e rischiavano di scomparire ingoiati dalla vegetazione dei pini mughi.
Uno schiaffo alle migliaia di soldati che con un lavoro certosino hanno impiegato anni per renderli agibili al trasporto dei cannoni. Sarebbe impossibile al giorno d’oggi costruirli con quella precisione e delicatezza. Lontano e isolato da tutti al Castellazzo non rimaneva che guardare i tanti turisti passare davanti alla Capanna Cervino e alla Baita Segantini per poi vederli ridiscendere lungo la Val Venegia. Un destino segnato il suo, un destino dettato dalla sua altezza che non poteva competere con Vezzana e Cimon. Eppure aveva qualche cosa di magico rispetto a quei colossi a fianco, lui poteva cambiare abito ogni stagione, ricoprirsi di bianco l’inverno, di verde la primavera, di mille colori d’estate e vestirsi di stelle alpine l’autunno in attesa del manto bianco. Si proprio cosi, in autunno, prima di andare a dormire, il Castellazzo si vestiva a festa, con i colori più belli dai gialli larici al rosso dei piccoli arbusti.
Ma pochi lo guardavano lo stesso. Lo saliva chi cercava la bellezza e non la cima delle montagne.
Poi, un bel mattino, i rotori di un grosso elicottero annunciavano un colpo di scena, qualche cosa di imprevisto, di inaspettato. E mentre il Chinoock si allontanava qualche cosa di bianco era rimasto poco più in basso della cima, una grande pietra di marmo. Un Gesù pensante seduto sotto la croce, che per duemila anni era stata la sua compagna. Che strano avrà pensato questa piccola montagna, ma in fondo era felice perchè non era più sola.
Poter vedere ogni tramonto e ogni alba il Cristo pensante incominciava ad essere un motivo di orgoglio per il Castellazzo.
Ma nemmeno lui poteva immaginare. Ma quanti amici ha quel signore vestito di bianco?
Si, era proprio questo il pensiero di quella piccola montagna vedendo giorno dopo giorno crescere la quantità di gente che andava a trovare il Cristo pensante.
E in un anno il Castellazzo, vedendo salire migliaia di bambini e turisti, sentendo canzoni e cori, sorrisi e grida felici, si è dimenticato delle urla dei soldati presi dalla disperazione e dal dolore, dei colpi di cannone e di fucile.
Dall’alto vedeva che le persone non giravano più verso le Pale di San Martino come una volta, ma tutti prendevano la sua direzione e come tante formichine lo salivano da tutte le parti dove fosse possibile.
Finalmente si sentiva di nuovo utile, si sentiva più bello ed era pronto ad accogliere tutti con i suoi colori e con i suoi ricordi profondi del passato, era pronto a fare il salto.
Da un anno il Castellazzo ha più visitatori di tutte le altre montagne messe insieme.
Un’altra favola a lieto fine, una Cenerentola che di colpo diventa Principessa.
[Pensieri e parole — scritto da Pino il 9 settembre 2010]

Sabato 16 febbraio 2013: con le ciaspole verso la cima del Monte Castellazzo, "el Castelaz"
Dunque era arrivato il momento di salire quella cima considerata "minore", come conseguenza significativa di una "ricognizione" in zona per mettere a punto il percorso di una ciaspolata sociale in programma per otto giorni dopo.
Visto che si passava nelle vicinanze e con lo scopo di aggiungere una cima alle 150 da salire per festeggiare i 150 anni del Club Alpino Italiano, eccoci partire da Malga Rolle e traversare verso Malga Costoncella e nei pressi di questa risalire decisamente in direzione della bastionata nord delle Pale di San Martino.
La giornata non è male e godiamo di uno di quegli spettacoli tra i più stupendi che sanno offrire le Dolomiti.

Arriviamo sul colmo della dorsale e qui giriamo decisamente verso sinistra (ovvero andando verso est) con un saliscendi che ci farà raggiungere un ampio vallone che risale fino all'ampia forcella tra il Castellazzo e Costazza, punto più alto raggiunto dalle seggiovie degli impianti sciistici del comprensorio di Passo Rolle.
Purtroppo l'intento di evitare le piste sarà vanificato perchè, proprio nel vallone sotto al Castellazzo, hanno tracciato una pista su cui si sta svolgendo una discesa libera, ce lo dice un guardia porte sotto le cui direttive, uno alla volta e con una certa fretta, attraversiamo tra un concorrente appena sceso e l'arrivo del successivo.
Proseguiamo a lato pista e dopo una decina di minuti capiamo che la gara è stata momentaneamente sospesa e subito ne approfittiamo per entrare sulla fascia vicino al bordo, quella battuta dal "gatto".
Così facciamo meno fatica e possiamo pure godere la vista di uno strano concorrente, è il Cimon della Pala che sembra scendere in gara in perfetta traiettoria tra le porte rosse che segnano il tracciato.
Finalmente la pendenza si affievolisce e arriviamo alla larga forcella, sullo sfondo possiamo osservare la parete rocciosa del monte Mulaz e il sole ancora ci allieta con la sua presenza. 

Poco prima, incrociando uno dei tracciatori che scendeva con gli sci e il trapano in mano a verificare le porte della pista, gli avevo chiesto se si poteva salire al Castellazzo aggirandolo sul suo lato est.
"E' consigliabile! - aveva risposto con sollecitudine e cortesia - Per via delle valanghe." 
Informazione forse superflua ai fini pratici, ma confermativa di quanto segnalato dalle previsioni del servizio "Neve e Valanghe" consultato due giorni prima che recitava: "... nelle ore pomeridiane si potranno ancora verificare distacchi spontanei di piccole e medie valanghe sui ripidi pendii soleggiati". 
Erano proprio quelli che avevamo avuto di fronte durante il nostro avvicinamento e che avevamo potuto osservare, notando varie "strisciate" prodotte dagli scivolamenti a valle delle piccole slavine spontanee.
Diverso apparve il pendio a est, solo un po' ripido per affrontarlo con le ciaspole, sappiamo bene che se troveremo neve dura e crostosa, con quelle inclinazioni ci toccherà rinunciare alla cima e rientrare con un nulla di fatto.
Fermo restando il principio della sicurezza, ognuno ha la facoltà di fare le sue scelte: noi abbiamo optato per fare una ciaspolata ed è ovvio che nel momento in cui fossero necessari i ramponi per proseguire, avendo scelto di non portarli con noi, saremmo pronti a rinunciare senza avere salito la cima.
Questo è uno stimolo in più per studiare con la massima attenzione il percorso, le condizioni della montagna, la qualità e la consistenza del manto nevoso, oltre che il pericolo delle valanghe, quasi si facesse finta di fare un  gioco: se indovini tutto vai in cima, se hai sbagliato qualcosa torni a casa con una esperienza certa in più.
Potrebbe sembrare una banalità ma non lo è affatto, perchè la rinuncia a una cima ti "brucia" dentro e dove hai sbagliato a valutare non te lo dimentichi più perchè ci hai sbattuto il naso e ne hai pagato lo scotto.
In questo caso sembra che ci abbiamo preso perchè il pendio appare di neve consistente ma non dura, ci sono i segni della valanga scesa dall'alto che ha scaricato il pendio e c'è una traccia di camoscio che segna il pendio in obliquo da sinistra a destra, esattamente il percorso che iniziamo a fare noi.
"Se è passato il camoscio, non ci sono pericoli di valanghe" - dico agli amici e non è per fare il saputo, ma per la certezza che nessuno conosce il territorio (e i suoi pericoli) come gli animali che ci vivono tutto l'anno, meglio di noi di sicuro che ci veniamo una volta ogni tanto e non sempre perchè ci sono le condizioni, ma solo perchè è sabato o domenica.
Procediamo abbastanza spediti fino a che la traccia si perde tra i sassi affioranti del ghiaione; ci sono i segni che qui nei giorni scorsi è scesa la valanga, pulendo il pendio, andava bene per il camoscio che ha gli zoccoli ungulati ed è a suo agio sui sassi, non per noi che abbiamo le ciaspole ai piedi, a noi la neve serve per fare la traccia e quindi dobbiamo rimanere più verso il centro del canalone.
Passo in testa a battere traccia, un lavoro faticoso che fin qui ci siamo suddivisi equamente... anzi no, a pensarci bene chi ha battuto traccia di meno finora sono stato io per cui... zitto e mosca e su, passo dopo passo.

 

Dopo un poco guardo indietro e lo spettacolo è stupendo, poi guardo in avanti, lassù in alto, la cresta d'uscita  sembra un miraggio, saranno cinquanta metri ma qui bisogna sfoderare tutta la voglia di arrivare sulla cima.
La cosa più semplice sarebbe andare verso il centro del canale dove c'è più neve ma, proprio per questo, la cosa mi fa timore, il grado di pericolo è a livello due però non mi fido lo stesso e "ravano" in quella striscia di neve che serpeggia tra le rocce di destra e il pendio, dove la neve è in gran parte riportata dal vento e ha poca consistenza, per cui è difficoltoso fare i gradini.
Mi arrabatto, calco la neve prima con le ginocchia e poi con le ciaspe, accenno qualche movimento in opposizione appoggiandomi con il braccio destro sulle rocce, sbuffo e fatico e intanto la nuvolaglia grigia è arrivata sopra le nostre teste: addio sole, forse la neve cadrà prima di quanto abbiano segnalato le previsioni meteo.
I compagni faticano anche sulla mia traccia nel punto dove la neve è meno consistente ma io procedo come una ruspa, è come se annusassi la cima, sensazione che sembra aumentare le forze, instillare energie che pensavi di non avere.
Poi la neve aumenta di consistenza, la ciaspa lascia un'impronta che sostiene il peso, percorro alcuni metri in un paio di zig zag ed eccomi all'uscita dal canale, sulla dorsale che porta alla cima.
Proseguo sul pendio pochi metri, poi mi fermo... i compagni sono ancora sotto e non li vedo spuntare; torno sui miei passi e scopro che sono più giù di quanto pensassi. Inserisco il fermo alle ciaspe e, faccia a monte, vado loro incontro per aiutarli nel punto dove mancano i gradini per l'inconsistenza della neve e per fortuna è solo un breve tratto.
Torniamo su insieme e avanziamo verso la cima, senza vedere ancora la croce che si vedeva da lontano.
Intanto ha preso a nevicare, gli ultimi lembi di cielo azzurro sono spariti definitivamente, compare invece la croce e, infine, eccoci e qui vedo e apprendo la storia della presenza della statua del Cristo pensante.
Roberto non è sorpreso e intuisco che ne aveva letto qualcosa su internet, penso che farò così pure io ma al ritorno, perchè ora è meglio affrettarci a fare la foto di vetta.
Estraggo lo stemma delle 150 cime per celebrare i 150 anni del Club Alpino, Roberto posiziona la macchina fotografica con l'autoscatto, ci mettiamo in posa, la macchina scatta e poi riponiamo il tutto, mangiamo e beviamo qualcosa perchè da quando siamo partiti, quasi tre ore e mezza fa, abbiamo soltanto camminato e basta.
Le vicine Pale di San Martino sono praticamente invisibili e del resto le nuvole sono arrivate proprio da quella direzione e così noi ci dirigiamo rapidamente verso il basso a prendere l'imbocco del ripido canale che ci ha permesso di arrivare fin quassù.
Non che sia una fuga la nostra, ma si può dire che badiamo bene a non perdere tempo inutilmente. Arriviamo all'imbocco del canalone in pochi minuti e qui blocchiamo le ciaspole perchè la punta ci servirà per "copiare" i gradini che abbiamo lasciato nel pendio in fase di salita.
Di solito si usa dire che "in discesa tutti i Santi aiutano", ma non è mica sempre vero, nel caso specifico bisogna sapersi aiutare da soli perchè su queste ripidità una scivolata non è per nulla consigliabile.
Saranno i cinquanta metri più lunghi di tutta la ciaspolata, perfino la macchinetta fotografica fa le bizze e il freddo ne impedisce la completa apertura delle tendine dell'obiettivo, creando un effetto che sembra far concentrare l'attenzione sul soggetto inquadrato in un momento difficile, e di massima all'erta.

Chissà se sia stato questo il punto preciso in cui Rita ha maturato l'idea di cambiare le sue ciaspole, di certo più adatte ai terreni orizzontali piuttosto che ai tratti ripidi come questo?
A dire il vero, lo aveva detto altre volte che avrebbe voluto/dovuto cambiarle, che le trovava ingombranti, poco adatte ai pendii di una certa ripidità, ma stavolta le ciaspole nuove le ha comprate davvero.

Finalmente superiamo il tratto più ripido e guadagniamo la traccia meglio disegnata che scende con lunghe diagonali ben battute; la tensione si affievolisce e, anche se si è messo a nevicare decisamente e la visibilità è calata di parecchio, siamo tranquilli perchè seguiremo pari pari la traccia profonda che abbiamo lasciato salendo.
Partiti alle quindici dalla cima, arriviamo alle diciassette a Malga Rolle.
Nei pressi di Malga Costoncella incontriamo uno sci alpinista che sale solitario.
"Da valle avevo visto il sole e mi era venuta voglia di fare un giro con gli sci ma mentre salivo è cambiato tutto."
"Dove conta di andare?" - chiedo un poco curioso.
"Con un tempo così? Arrivo lì alla malga e poi torno indietro. E voi dove siete stati?" - ci chiede.
"Sul Castelaz, ma siamo partiti che c'era ancora un bel sole. Dopo è cambiato tutto."
"Ah... bravi." - conclude e pare un po' meravigliato, lui con gli sci mentre guarda noi con le ciaspole ai piedi.
Un complimento fa sempre piacere e lo aggiungiamo alla soddisfazione che il Castellazzo ci ha regalato oggi.
E pensare che io non gli ho fatto nemmeno una foto in tutta la giornata!

Gabriele Villa
Ferrara, 25 febbraio 2013